Premessa.
Questo breve racconto nasce dal mio desiderio di veder realizzata nella fantasia una di quelle situazioni che nella realtà non capitano mai, quelle in cui le proprie aspirazioni più strane e più nascoste trovano modo di realizzarsi davvero.
La vicenda ruota attorno ad un’inclinazione sessuale del personaggio maschile in cui mi proietto e di quello femminile costruito sulla base di una donna che ho conosciuto.
Il tipo di sessualità di cui si parla tocca le dinamiche di dominazione fisica e mentale ma ne attenua le tinte grazie al feeling sentimentale che si instaura tra i due protagonisti.
La lotta erotica a ruoli invertiti con la donna indiscussa dominatrice e il maschio che viene umiliato fisicamente ma riabilitato nel finale come partner indispensabile cerca di spostare il contesto dalla pura dominazione one up-one down ad un altro in cui il forte e il debole, l’alto e il basso, il grande e il piccolo si fondono nel piacere sessuale condiviso.
Spero di essere riuscito nel mio tentativo.
L’incontro.
La signora delle pulizie era stata assunta da poco da una cooperativa che serviva il condominio in cui vivevo. Anche se all’inizio non lo sapevo, aveva 52 anni all’anagrafe, ma il suo volto ne dimostrava molti di meno: la pelle era chiara e liscia, non aveva rughe sotto agli occhi né capelli bianchi che erano invece di un biondo tendente al castano. Li portava abbastanza corti così da mettere in evidenza un collo ben piantato.
Aveva un portamento sicuro e camminava con passo atletico lasciando trasparire lo spirito di una donna determinata. Non era appariscente né forse voleva esserlo. Lo sguardo era fiero, il volto duro, spigoloso, bello a suo modo ma poco incline al sorriso. Gli occhi verdi e gelidi ponevano una sorta di barriera impalpabile con chi si trovava a parlare con lei.
Veniva, faceva le pulizie delle scale, del cortile e, talvolta, anche della cantina dove spesso la si poteva incrociare. Infatti, nel nostro edificio di 24 appartamenti si accedeva alla zona cantine scendendo dalle scale o entrando direttamente dai box: due bui corridoi lungo uno dei quali si trovava lo sgabuzzino delle scope. Non dava confidenza a nessuno. Era molto schiva. Si vestiva in modo un po’ trasandato, tradendo umili origini.
Non potevi capire immediatamente che fisico avesse perché indossava sempre larghi indumenti da lavoro. Però si vedeva subito che era piuttosto alta: a spanne mi sembrava almeno sul metro e 83-85. Quando la vidi entrare con la scopa e il secchio in mano la prima volta non feci caso alla stazza di quella donna. Coperta dalla vestaglia di lavoro, sembrava una persona robusta sì ma non quanto scoprii successivamente.
Io abitavo da solo al secondo piano. Ero in affitto e stavo molto in casa perché il mio lavoro a distanza di redattore per riviste medico-scientifiche mi obbligava a farlo. Ogni tanto uscivo a prendere una boccata d’aria e, per questo, la incontravo spesso. Ricordo che era fine settembre quando prese servizio dopo due settimane di assenza. “Buongiorno… buongiorno”. Si sentiva che proveniva da un paese dell’est europeo.
Nonostante i frequenti incroci, mai un sorriso neanche di circostanza. Insomma, si faceva i fatti suoi. Aveva sempre lo sguardo basso intenta a pulire, con movimenti lenti quasi stanchi. Non sembrava molto portata alla fatica fisica né che le importasse socializzare con qualcuno. Ma mi sbagliavo in entrambe i casi…
Fu infatti quel giorno di fine settembre che feci una grande scoperta che mi costrinse a cambiare idea e costituì l’inizio di un’esperienza fantastica. Dovevo scendere in cantina a rimettere a posto una valigia e un ventilatore che non sarebbe più servito, trovandoci a fine stagione. Dovendo fare alla svelta, non mi ero curato di vestirmi: maglietta estiva, calzoncini corti e ciabatte per fortuna ancora senza calze. Quando arrivai alla porta, vidi che era già aperta. Entrai silenziosamente sopra pensiero, percependo il solito senso di umidità da cantina che inspiegabilmente avevo sempre associato a situazioni erotiche. Svoltai l’angolo che apriva la visuale sul lungo corridoio sotterraneo e vidi la signora che stava sistemando le scope nell’armadietto. Svoltai a sinistra nell’altro corridoio e andai depositare la valigia, lasciando socchiusa la porta della mia cantina. Poi tornai indietro per risalire e prendere il ventilatore. La signora non c’era più. Forse aveva finito e se ne era andata.
Ridiscesi di nuovo e depositai il ventilatore. Quando risvoltai l’angolo per uscire rimasi di stucco. La signora delle pulizie era ritornata in cantina ma si era tolta la vestaglia ed era rimasta in canottiera, mostrando due braccia da scaricatore di porto. Stava spostando sopra ad un armadietto alto un metro e mezzo una serie di piastrelle da giardino 50 x 50. Erano state lasciate lì da un anno e nessuno le aveva più mosse perché estremamente pesanti. La donna aveva spalle larghe e un seno non esagerato ma, a dispetto dell’età, ancora sodo perché non si muoveva quando si abbassava piegandosi sulle ginocchia. Me ne resi conto perché la vedevo di profilo.
Rimasi subito colpito dalla facilità con cui prendeva le piastrelle con le mani e le issava sull’armadietto. Vedevo quei muscoli tendersi e sollevare il carico senza particolare sforzo. Cominciai a deglutire. Come avevo fatto a non accorgermene prima? Io che avevo sempre avuto un debole per le donne alte, grosse e forti fisicamente. Ora mi trovavo lì in un contesto che per qualche motivo mi aveva sempre ispirato sessualmente, unico spettatore di una prodezza fisica eccitante, per lo meno per me.
L’impatto
Vedendola inginocchiata, mi avvicinai e dissi: “Buongiorno, ha bisogno di aiuto?” La signora, che apparentemente non mi aveva sentito arrivare, senza scomporsi né girarsi, proseguì nel suo lavoro di accumulo piastrelle e, stando inginocchiata, mi rispose: “Buongiorno, no grazie.” Le metteva una sopra alle altre. Ne aveva accumulate a gruppi di 5 o 6. Saranno pesate 30 chili a gruppo se non di più. Pensai che dovesse avere una forza incredibile per sollevare quei pesi senza neanche sbuffare un po’!
Rimasi fermo giusto il tempo di vederla che si rialzava per spostare altri carichi. Ergendosi in piedi si voltò verso di me. Indossava scarpe basse, eppure mi vidi sovrastare in altezza di 10-15 cm e trafiggere con uno sguardo freddo e scrutatore. Stimai il suo peso: tra i 90 e i 100 chili, sicuramente. Come ho detto, ero in maglietta e calzoni corti e chiunque si sarebbe accorto della mia struttura fisica: 63 kg, con ossa da ragazzina e muscolatura appena abbozzata di cui a volte mi ero vergognato ma che, in presenza di donne che emanavano potenza muscolare era invece fonte di una sottile ma prorompente eccitazione.
Il suo sguardo si diresse verso di me ed ebbi la sensazione di essere radiografato. Me ne resi conto dal leggero abbozzo di sorriso delle sue labbra e dalla luce che emanò fulminea dai suoi occhi.
Improvvisamente, sentii la sua voce. Parlava correttamente ma con un marcato accento dell’Europa dell’Est: “Lei è una persona gentile ma io sono molto forte (e nel dirlo flesse i bicipiti, mostrando una massa di almeno 40 cm di muscoli del tutto naturali e non costruiti). Ho lavorato per tanti anni in campagna come contadina. Spostavo cose pesanti e sono diventata forte e muscolosa”. Ascoltando quelle parole, io mi sentivo tra l’eccitato e l’imbambolato e non replicai. Allora, lei mi squadrò bene, fece un altro sorrisetto e mi gelò penetrandomi con lo sguardo e con un’affermazione tagliente: “Tu invece sei un uomo con pochi muscoli e vedo che hai le mani piccole.” Nel pronunciare queste parole mi prese la mano destra e la confrontò con la sua: aveva dita nodose da muratore ma con unghie smaltate e ben curate; spuntavano di almeno 3 cm dalle mie mentre il mio palmo copriva solo due terzi del suo. Prese il mio pollice e lo paragonò al suo: sembravo io la donna e lei l’uomo… tanta era la differenza. Mise il suo mignolo vicino al mio pollice. Erano praticamente grossi uguale. “Tu poco uomo.” E dicendo questo riprese a sollevare le piastrelle senza più considerarmi.
La sfida
Rimasi un po’ offeso dalle sue parole sprezzanti ma al tempo stesso eccitato dal trovarmi di fronte ad una di quelle donne che avevo sempre sognato di incontrare. Non sapevo cosa fare. La signora indossava pantaloni larghi da lavoro e mi chiesi se avesse avuto cosce muscolose e polpacci poderosi come aveva avambracci, bicipiti e spalle. Lei sembrò leggermi nel pensiero perché, sempre senza voltarsi, la vidi sfilarsi i pantaloni, rimanere in mutande per qualche istante e infilarsi dei larghi calzoncini da pugile che aveva appoggiato in precedenza sulle piastrelle. Cosce, polpacci e caviglie erano proprio come me le aspettavo: di grandi dimensioni ma senza un filo di grasso come se fosse una ragazza di vent’anni. A vedere i suoi polpacci saranno stati anch'essi almeno 40 cm di circonferenza, le sue cosce almeno 70 e anche le sue caviglie parlavano di solidità e potenza. Non vidi subito i piedi ma avrà calzato un 43 o 44.
Io esitavo a spostarmi e, con un moto di orgoglio maschile ripresi a parlare, non sapendo neanche da dove provenissero le mie parole: “E chi ti dice che io sia poco uomo?” La donna si fermò, si voltò rimanendo inginocchiata, si rialzò e, dopo aver posato le ultime piastrelle, fissandomi negli occhi, si avvicinò nuovamente a me. La guardavo dal basso in alto mentre lei mi guardava dall'alto in basso con uno sguardo diverso dal precedente. Stavolta leggevo in lei della malizia.
