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Troia per amore
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Racconto26 min di lettura

Troia per amore

PRIMA ESPERIENZA CUCK PER MARISA E NICOLA

Anna Bolerani
8 mesi fa · 1.3k letture · 0

Marisa si passò le dita sulle cosce, sentendo la stoffa della gonna scivolarle sotto i polpastrelli. Era una di quelle gonne che Nicola adorava, attillata ma non troppo, che lasciava intravedere la forma delle gambe quando si muoveva. Aveva impiegato venti minuti a sceglierla, alternandola con un vestito nero sul letto, poi aveva optato per la gonna. Più facile da togliere, aveva pensato, e il rossore le era salito fino alle orecchie.

In bagno, si era osservata allo specchio con una concentrazione che non aveva mai avuto neanche per i colloqui di lavoro. Le labbra le sembravano troppo pallide, così aveva applicato un rossetto rosso scuro, quello che usava solo nelle serate importanti. Poi l’aveva strofinato via con un dito, lasciando solo una traccia più naturale.

Nicola era rimasto a guardarla dalla porta, le mani nei pantaloni che si stringevano attorno all’erezione che non riusciva a nascondere. "Sei perfetta," aveva sussurrato, la voce roca. Non era mai stato così eccitato, nemmeno la prima volta che l’aveva vista nuda. Era la prospettiva, l’attesa, il modo in cui lei stava già cambiando sotto i suoi occhi, preparandosi per un altro uomo.

Marisa annuì, senza voltarsi, concentrata sull’ombretto che applicava con piccoli tocchi. Le dita le tremavano appena. "Non so se sono pronta," mormorò, ma era una bugia. Il corpo le bruciava, il cavallo le pulsava umido sotto la lingerie di pizzo che aveva scelto apposta per quella sera. Nera, ovviamente, con i reggicalze che le segnavano la carne delle cosce.

Nicola si avvicinò, le posò una mano sulla spalla. Sentì il calore di lui attraverso la seta della camicia, quel tocco familiare che ora sembrava stranamente nuovo. "Sei bellissima," disse, e il respiro gli si incagliò in gola. La vide abbassare lo sguardo, le labbra socchiuse, quel respiro affannato che sapeva di eccitazione, non di paura. Era quello il momento più bello: vederla così, già sua e già di un altro, sospesa in quell’attesa che li stava consumando entrambi.

"Vado," disse Nicola, ma non si mosse. La osservò ancora, i dettagli che sapeva a memoria e che ora gli sembravano nuovi: il modo in cui il rossore le saliva dal collo alle guance, il fremito delle dita sul bordo del lavandino, quella minuscola piega tra le sopracciglia che compariva solo quando era nervosa. Avrebbe voluto dirle ancora qualcosa, ma ogni parola gli sembrava inutile. Le sfiorò la nuca con le labbra, un bacio che era più un respiro, poi si allontanò. La porta di casa si chiuse con un clic sommesso, lasciandola sola con il ticchettio dell’orologio a muro e il ronzio del frigorifero.

Marisa trattenne il fiato fino a quando non sentì il motore dell’auto allontanarsi. Solo allora lasciò che le gambe le cedessero, appoggiandosi al bordo del lavandino con le palme sudaticce. Lo specchio le rimandò l’immagine di una donna che quasi non riconosceva: pupille dilatate, labbra umide, il collo segnato da vene che pulsavano troppo in fretta. Si passò una mano tra i capelli, lisciandoli con gesti automatici, mentre l’altra le scivolava lungo il fianco, sfiorando il reggicalze. La stoffa era fredda, ma sotto, la pelle bruciava. "Sto davvero facendo questo," sussurrò allo specchio, e la voce le uscì rotta, quasi sorpresa.

Pensò a come rompere il ghiaccio quando lui sarebbe arrivato. Le parole che avevano scritto in chat le sembravano improvvisamente banali, inadatte a quel che stava per accadere nella carne, non più dietro uno schermo. Forse non avrebbe dovuto parlare affatto. Forse sarebbe bastato lasciare che Nicola lo introducesse in casa, che gli offrisse da bere—un whisky, aveva detto, l’uomo preferiva il whisky—e poi lasciare che le mani facessero il resto. Si morse il labbro inferiore, immaginando quelle dita sconosciute che le slacciavano la gonna, che le cercavano sotto la camicetta mentre Nicola li guardava, immobile, con quello sguardo che già la faceva fremere.

Il pensiero che quell’uomo potesse volerla anche lì dietro, dove Nicola ci andava solo quando lei era particolarmente eccitata, le fece contrarre lo stomaco in un groviglio di vergogna e desiderio. Si sentiva già bagnata, la lingerie di pizzo incollata alle labbra, e quando si strinse le cosce per un attimo, un brivido le corse lungo la schiena. Lo specchio le mostrò il rossore che le saliva dal décolleté, il respiro che le si faceva corto mentre la mano le scendeva, quasi da sola, a sfiorarsi tra le gambe. Una carezza, nulla di più, ma sufficiente a farle sentire quanto fosse pronta, quanto volesse che fosse già lì, che le riempisse la bocca prima ancora di toccarle il resto.

Aveva passato mezz’ora nella vasca con la doccia rettale, meticolosa come non lo era mai stata, strofinando via ogni traccia di pudore insieme all’odore del sapone. Nicola le aveva sorriso mentre preparava l’attrezzo, le mani ferme, gli occhi che le scrutavano il viso per cogliere ogni reazione. "Non voglio sorprese," aveva detto lei, e lui aveva annuito, troppo eccitato per parlare. Ora, mentre ascoltava il silenzio della casa, le tornò in mente il succo dell’acqua che le riempiva il ventre, la strana sensazione di vuoto e pulizia che le era rimasta dopo. Si chiese se quell’uomo avrebbe apprezzato la sua premura, se avrebbe capito quanto si era preparata per lui, quanto voleva essere perfetta, in ogni buco, in ogni bacio.

Il rumore della porta d’ingresso la fece sobbalzare. Non era il solito tonfo familiare di Nicola, ma un colpo più deciso, accompagnato da voci basse che si mescolavano nell’ingresso. Riconobbe quella del marito, tesa, quasi impaziente, e poi un’altra, più profonda, che rideva con una sicurezza che le fece serrare le cosce. Si aggiustò la camicetta con gesti nervosi, tirando giù l’orlo per coprire l’attaccatura dei reggicalze, poi cambiò idea e la sollevò di un centimetro, lasciando intravedere un lembo di pizzo nero. Voleva che vedesse, che capisse subito cosa lo aspettava. Si morse il labbro, immaginando già le sue mani grandi che le slacciavano il reggiseno, le dita che le cercavano sotto la gonna mentre Nicola li osservava dall’angolo del divano, la cintura già slacciata.

Quando entrò nel salone, l’uomo era già seduto sul divano, un bicchiere di whisky tra le dita, le gambe larghe che occupavano spazio con un’aria di naturale possesso. Nicola gli era accanto, rigido, ma con gli occhi che non riuscivano a staccarsi da lei. L’uomo alzò lo sguardo e Marisa sentì l’aria uscirle dai polmoni. Era più alto di come lo ricordava dalle foto, le spalle più larghe, e quel sorriso—Dio, quel sorriso—che le fece capire subito perché Nicola lo aveva scelto. Non era solo l’aspetto, era il modo in cui la stava già spogliando con gli occhi, senza fretta, come se sapesse che lei gli apparteneva da quella sera. "Marisa," disse, e la sua voce era più grave di come l’aveva immaginata, un ruggito soffocato che le fece vibrare il basso ventre. "Sei ancora più bella dal vivo."

Si alzò, lasciando il bicchiere sul tavolo con un gesto naturale, e le si avvicinò con passi lenti. Lei rimase immobile, le gambe che improvvisamente non la sostenevano più, le mani che cercavano qualcosa a cui aggrapparsi. Quando arrivò davanti a lei, le prese il viso tra le mani, senza chiedere permesso, e la baciò sulle guance, prima quella destra, poi quella sinistra, stringendola a sé con una forza che la fece vacillare. L’odore di lui, muschio e tabacco, le riempì le narici mentre il petto le schiacciava contro il suo, la pressione dei pollici sulle guance che le ricordava quanto fosse già sua. "Ti ho sognata così," mormorò contro la sua pelle, le labbra che sfioravano il lobo dell’orecchio, "con questi capelli tra le mie dita e questa bocca che mi implora."

Marisa non fece in tempo a rispondere che la sua bocca fu su di lei, un bacio profondo, senza preamboli, la lingua che le spalancò le labbra per cercare la sua con un movimento deciso, quasi violento. Il sapore del whisky si mescolò al suo rossetto mentre le mani di lui le affondavano nei capelli, tirando la testa all’indietro per prendersi ancora di più. Lei gemette, il suono soffocato contro quella bocca che non le lasciava respiro, mentre Nicola, dall’angolo della stanza, emise un gemito a sua volta, le mani che si stringevano sulle ginocchia come per trattenersi dal toccarsi.

Dopo un attimo di smarrimento, Marisa staccò le labbra e cercò gli occhi del marito, un lampo di incertezza che le attraversò il viso. Nicola annuì, quasi impercettibilmente, il respiro corto, gli occhi che brillavano di una luce che lei non gli aveva mai visto. Fu allora che si strinse a lui, ricambiando il bacio con una ferocia che la sorprese, le mani che si aggrappavano alla camicia dell’uomo mentre la lingua di lui le esplorava la bocca con una lentezza che la fece tremare. Sentiva Nicola osservarli, il peso di quello sguardo che le bruciava la pelle più delle mani dell’altro uomo, e quando staccò di nuovo le labbra, il suo respiro era un rantolo.

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