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Erotika
La puttana di mio figlio
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La puttana di mio figlio

incesto mamma figlio

Anna Bolerani
10 mesi fa · 8.298 parole · 37 min
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gli uscì dalle labbra. "... io ti conosco. So dove toccarti per farti impazzire. "Maria chiuse gli occhi, sopraffatta dalla duplice vergogna: del desiderio che le liquefaceva le ginocchia, e della frase che le bruciava la lingua. "Matteo, aspetta..." Ma le sue mani invece di respingerlo, gli si aggrapparono alle spalle, le unghie che affondarono nella stoffa della sua maglietta. Il corpo tradiva ciò che la voce negava. "Mi dispiace per te," sussurrò, il respiro un filo spezzato contro il collo di lui. Il sapore di quel pentimento era amaro come la cenere. "Ma dovevo soddisfare tuo padre. È mio marito. La sua... la sua fame... se non la sazio io, la cerca altrove. E questa famiglia..." La scusa le morì in gola, svuotata dalla pressione delle dita di Matteo che scivolavano più in profondità, trovando il nodo sensibile che solo lui, nella sua ossessiva osservazione, sembrava conoscere così bene. Un gemito le sfuggì, lungo e tremulo. "...questa famiglia non può sgretolarsi. "Matteo rise piano, un suono basso che vibrava contro la sua pelle. "Brava madre. Sacrifichi il tuo corpo per tenere unita la famiglia." Il palmo della sua mano premé più forte contro di lei, mentre l'altra le sollevava la maglietta, esponendo il ventre ancora segnato dai lividi violacei delle dita di Mario. Le sue labbra seguirono il percorso di quelle ferite, baci che bruciavano più del sale. "E per me? Cosa sacrificherai?"Maria trattenne il fiato. La sua mano sinistra, quasi senza controllo, scivolò lungo il fianco di lui, le dita tremanti che incontrarono il rigonfiamento insostenibile sotto i jeans. Era duro, pulsante, un monumento di desiderio giovanile. La stoffa ruvida le scorticò i polpastrelli mentre premeva, sentendo il calore irradiarsi come un forno. La voce le uscì rotta: "Non posso... non di nuovo..."Matteo le afferrò il polso con brutalità improvvisa, costringendole la mano a palpare la pienezza del suo sesso . "Menti," sibilò contro il suo orecchio. "La tua mano sta già implorando." La pressione aumentò, le sue dita schiacciarono le sue contro la carne tesa. Un gemito gutturale gli sfuggì quando lei, inconsciamente, strisciò il pollice lungo la lunghezza, riconoscendo la forma che l'aveva riempita di terrore e fascinazione. "Senti come arde per te? È tutto tuo, madre. "Maria chiuse gli occhi, sopraffatta. Il ricordo della bocca di Mario che le ordinava di godere si confuse con l'odore di gioventù e brama di Matteo. La sua mano, traditrice, iniziò a muoversi con un ritmo antico, sfregando lungo il jeans con pressione crescente. "Non... non dovremmo..." sussurrò, ma il movimento delle dita divenne più deciso, più circolare sull'apice del rigonfiamento. Sentiva il battito frenetico sotto la stoffa, un tamburo di peccato. Matteo gemette, il respiro che si fece corto e affilato. La sua mano scivolò nei capelli di lei, afferrando una ciocca con dolce brutalità. "Toglilo," ordinò, la voce roca. Maria obbedì con movimenti malfermi, il tintinnio della cerniera che squarciò il silenzio della stanza. L'odore intenso di muschio e desidero la investì quando liberò l'erezione pulsante dal tessuto. Il calore le bruciò il palmo. Guardò la vena che correva lungo il membro come un serpente bluastro, il glande gonfio e lucido di precum. Un brivido le percorse la schiena."Se vuoi ti faccio un pompino così ti calmi," sussurrò, la frase che le scivolò fuori prima che potesse fermarla. Le parole erano un'offerta umiliante, una resa che sapeva di sudore e paura. Gli occhi di Matteo si strinsero in uno sguardo predatorio, la bocca che si incurvò in un ghigno. "Ma non vuoi calmarmi, mamma. Vuoi vedermi perdere il controllo per te." La sua mano le schiacciò la nuca con possessività, guidandola verso l’inguine. L’odore acre la fece girare la testa, un profumo di giovinezza e peccato che le riempì i polmoni. Maria si lasciò spingere in ginocchio sul tappeto ruvido, il legno del pavimento che le scorticava le ginocchia attraverso il tessuto sottile dei pantaloni. Guardò quel cazzo pulsante davanti ai suoi occhi, la vena che batteva sotto la pelle tesa. È il sangue di mio padre che brucia in lui, pensò con un brivido d’orrore. Il primo contatto delle labbra fu elettrico – la punta salata del glande che le sfiorò il labbro inferiore, il sapore metallico del precum che le inondò la lingua. Sentì il gemito soffocato di Matteo sopra di lei, le dita che le si intrecciarono nei capelli con una pressione che prometteva lividi."Lentamente," sibilò lui, il respiro un rantolo roco. "Voglio sentire ogni centimetro." Le sue anche scattarono in avanti, costringendola a ingoiare di più, più in fretta di quanto volesse. La punta le colpì il palato molle, scatenando un conato di vomito che represse a denti stretti. Il sapore di lui – muschio, sudore adolescenziale e qualcosa di acutamente familiare – le riempì la gola. Le sue mani si aggrapparono ai suoi fianchi ossuti, sentendo i muscoli contrarsi sotto la maglietta mentre lui iniziava a muoversi con ritmo regolare. Ogni spinta più profonda le faceva lacrimare gli occhi, l’impressione di soffocare mescolata a un’umiliante eccitazione che le serpeggiava nell’addome.Mentre lo succhiava, la lingua che massaggiava la vena pulsante sotto la pelle, un pensiero proibito eruppe in lei. Era immenso, molto più grande di Mario, più lungo e con una curvatura che prometteva di toccare punti mai raggiunti. Le labbra si strinsero intorno a quella carne rovente, le guance scavate dallo sforzo. Immaginò quel cazzo dentro di lei, non nella fessura familiare, ma lì dietro, dove Mario l’aveva appena posseduta. Il ricordo del dolore che si trasformava in piacere profondo le fece contrarre l’ano in un fremito involontario. Dio, se mi prendesse lì..., pensò, la bava che le colava lungo il mento mentre Matteo le affondava i polpastrelli nel cuoio capelluto. Il gemito che le strappò fu un misto di dolore e desiderio osceno. Matteo sembrò sentire il suo tremore. “Stai pensando alla mia cappella nel tuo buco di culo, mamma?” sibilò, i fianchi che spingevano più forte, fino a farle sollevare le tonsille. La punta toccò l’ugola, scatenando un conato che la costrinse a ritirarsi, ansimante, il mento lucido di saliva. Lui non le diede tregua, la mano che le serrò la nuca con forza brutale. “Immaginala,” ordinò, la voce rotta dal piacere. “Immagina come ti spaccherei, più forte di papà.” Maria chiuse gli occhi, sopraffatta. Nella mente vedeva sé stessa piegata sul letto, le chiappe divaricate, mentre quella creatura di suo figlio le lacerava l’ingresso ancora dolente. Una scossa di eccitazione le percorse la schiena, più intensa di qualsiasi orgasmo.“Ammettilo,” insisté Matteo, tirandola di nuovo verso l’erezione che pulsava sotto le sue labbra tumefatte. “Ammettilo che lo vorresti nel culo.” Le parole erano un coltello che le squarciava l’anima. Maria tentò di scuotere la testa, ma la presa di lui era ferrea. “Lo... lo ammetto,” sibilò contro la sua carne, il respiro caldo che gli accarezzava il glande. La confessione le bruciò la gola come acido. “Vorrei sentirti lì... tutto intero.” La verità era una colata di pece nera che la invadeva, mescolandosi al sapore di lui.Matteo le tolse la mano dai capelli, lasciando un dolore sordo nel cuoio capelluto. “Allora girati,” ordinò, la voce roca di eccitazione. “Come ti metti con papà.” Il comando la paralizzò per un istante. Si sentì esposta, nuda come una bestia da macello. “Sul tappeto,” aggiunse, indicando il pavimento con un cenno del mento. “A quattro zampe.” L’immagine le balenò in mente: lei in posizione, i fianchi sollevati, mentre lui si preparava a penetrarla con la brutalità di una condanna. Il cuore le martellava nelle orecchie, un tamburo di resa. “Matteo, è pericoloso... senza lubrificante...” La scusa suonò fioca, patetica.“Zitta, troia,” sibilò lui, afferrandole un polso con forza brusca. La sua espressione era una maschera di brama e rancore. “Non mi interessa se ti spezzo.” La spinta fu violenta, la sua faccia schiacciata contro il tappeto sintetico che sapeva di polvere e sudore vecchio. Le mani di Matteo le sollevarono i fianchi, strappandole via i pantaloni e le mutandine insieme in un unico gesto brutale. L’aria fredda della stanza le colpì la pelle umida dei glutei, esponendo il culetto ancora arrossato e pulsante dalla violenza di Mario. Maria chiuse gli occhi, stringendo i denti. Sentì la punta del suo glande, un ferro rovente, premere contro l’entrata stretta e dolorante. “Preparati a godere,” ringhiò alle sue spalle, il respiro un rantolo animale.Maria crollò. Ogni difesa era caduta. Il corpo si rilassò in una resa totale, accettando l’inevitabile. “Sfondami,” gemette, la voce rotta e afona. “Spingilo dentro fino alle palle.” Le parole erano un incantesimo oscuro. “Fammi sentire tutto.” Si inarcò di più, offrendosi con disperazione. “Ti prego, Matteo... riempimi.” Sentì le sue dita affondare nella carne dei suoi fianchi, le unghie che le laceravano la pelle. Poi la spinta—lenta, inesorabile, un cuneo di fuoco che le spaccava l’anello muscolare. Un urlo le strappò la gola, un misto di dolore lancinante e piacere proibito. Il cazzo di Matteo avanzava, centimetro dopo centimetro, dilatandola con una brutalità che superava ogni immaginazione. Il gemito di lui le rimbombò nelle ossa: “Cazzo, è meraviglioso il tuo culo.”

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