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Erotika
La puttana di mio figlio
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La puttana di mio figlio

incesto mamma figlio

Anna Bolerani
10 mesi fa · 8.298 parole · 37 min
6.7k letture

marito l'aveva penetrata la notte prima. Un brivido le percorse tutta la schiena. "Tu gli apri le gambe... gli apri il culo" Matteo sussurrò, le labbra che sfiorarono il lobo dell'orecchio. "Lo farò anch'io, mamma. Prima o poi." Strappò le mani dal lavello all'improvviso, lasciandole il piatto sporco e bagnato stretto tra le mani tremanti. Si voltò e uscì dalla cucina senza dire altro, i suoi passi pesanti che salivano le scale verso la sua camera.Maria rimase immobile, l'acqua fredda che le scorreva sulle mani unite attorno al piatto. Il sapone le scivolava tra le dita come ricordi sfuggenti di un tempo normale. Sopra la sua testa, sentì la porta della camera di Mario aprirsi piano - un cigolio familiare che ora suonava come un avvertimento. La sua voce bassa e stanca chiamò: "Maria?" Le gambe le cedettero per un secondo; si aggrappò al bordo del lavello, sentendo la ceramica fredda sotto le unghie. Doveva salire. Doveva salire da lui. Doveva fare finta che tutto fosse normale mentre Matteo ascoltava dall'altra stanza, e questo le impediva di provare il piacere che normalmente provava i pomeriggi quando saliva da lui, pregustando un pomeriggio di sesso. La porta della camera da letto era socchiusa, una fessura nera che nascondeva il marito.Entrò nella penombra della camera da letto. La luce fioca della lampada da comodino disegnava ombre lunghe sulle pareti Mario era seduto sul bordo del letto, la schiena curva sotto la luce giallastra, le mani appoggiate sulle ginocchia. La sua tuta del cantiere giaceva in un mucchio sul pavimento, emanando odore di cemento secco. "Amore", sospirò lui senza voltarsi, il tono greve di stanchezza. Maria chiuse la porta con un clic sommesso, le mani ancora tremanti mentre si sbottonava la camicetta di cotone leggero. I bottoni di perla sembravano ostinati sotto le sue dita fredde; ogni piccolo scatto liberava un frammento di pelle che ricordava le mani di Matteo. La stoffa le scivolo dalle spalle quando sentì Mario alzarsi alle sue spalle. Il suo respiro caldo le sfiorò la nuca nuda mentre le sue mani le cinsero la vita, ruvide e familiari. "Ho tanta voglia di te", sussurrò lui, la voce roca di desiderio e fatica. Le sue labbra furono prima sulla sua spalla destra - un bacio umido e affamato che lasciò una scia di pelle d'oca. Maria chiuse gli occhi, cercando di concentrarsi sul calore delle sue mani che salivano lungo le costole nude sotto il reggiseno. Ma ogni tocco evocava le dita di Matteo che cercavano le stesse curve ore prima. Le mani di Mario erano più larghe, più pesanti quando le sfilarono il reggiseno con gesti lenti. "Ti sei fatta più magra", mormorò contro la scapola sinistra, la lingua calda che seguiva una curva d'osso. Maria si lasciò condurre verso il letto, le gambe che cedevano quando i suoi polpacci toccarono il bordo del materasso. Mario la abbassò sulla coperta ruvida, le sue ginocchia che spingevano le sue gambe aperte mentre la bocca le divorava il collo. Il sapore del sudore di lui - metallico e salato - le ricordò involontariamente il sapore di Matteo in gola. "Mario..." iniziò a dire, ma le sue dita erano già sui bottoni della sua gonna, sganciandoli con la pratica di chi conosce ogni piega del corpo dell'altra da vent'anni. Il tessuto cedette sotto le sue mani sicure.La gonna scivolò via come una seconda pelle abbandonata. Lui si abbassò sopra di lei, il peso familiare che la schiacciava nel materasso mentre la bocca trovava il clitoride attraverso la sottile stoffa delle mutandine. Maria gemette - un suono strozzato che voleva essere desiderio ma sapeva di timore. Le mani di Mario solcavano i fianchi, le cosce, risalivano lungo le costole come mappe di un territorio conquistato. Ogni carezza era più violenta del solito, più affamata, come se cercasse di cancellare qualcosa che non sapeva nemmeno esistere. La sua lingua le percorse lo sterno mentre le dita le strappavano via le ultime vesti. Maria sentì la sua pelle reagire, i muscoli tendersi sotto la pressione delle sue labbra che mordicchiavano la curva del seno. Il respiro di Mario si fece più affannoso quando le mani le afferrarono i polsi, premendoli contro il cuscino sopra la sua testa. "Solo io ti posso fare questo", sussurrò contro la sua bocca prima di baciarla con violenza. Ma negli angoli della stanza, Maria giurò di sentire l'alito freddo dell'attesa, come se le ombre stessero trattenendo il respiro."Dimmi dove vuoi essere scopata, amore." La voce di Mario era un ruggito basso contro il suo collo, mentre il suo ginocchio spingeva più forte tra le sue cosce. Lei chiuse gli occhi, il corpo arcuato per istinto sotto quella pressione tanto simile eppure così diversa da quella delle dita invasive di Matteo poche ore prima. La risposta le bruciò in gola mentre le sue gambe si aprivano ancora di più sotto la spinta ruvida. "Dietro..." sussurrò, la parola un filo di voce appeso alla disperazione. "Fammi da dietro, lo voglio nel culo". Mario emise un grugnito soddisfatto, le mani che le giravano i fianchi con bruschezza, costringendola a voltarsi sul ventre mentre lui si liberava dei pantaloni. Maria affondò il viso nel cuscino, respirando a fatica l'odore di vecchio cotone e sudore familiare. Sentì il calore del suo corpo appoggiarsi lungo la sua schiena, le ginocchia che le spingevano le gambe più aperte. Le sue mani le sollevarono i fianchi, esponendola completamente mentre le sue unghie graffiarono il lenzuolo. Il primo sfregamento della sua punta bagnata contro l'ingresso posteriore le strappò un gemito che Mario interpretò come piacere."Così?" Mario ansimò, premendo con forza crescente contro quella resistenza elastica. Lui non indugiò nel preliminare come Matteo aveva fatto; la penetrazione fu un'unica spinta brutale, profonda, che le riempì il retto di bruciore improvviso. Maria gridò nel cuscino, il corpo contratto dal dolore acuto che si mescolava alla ripugnanza familiare. Le sue mani le afferrarono i fianchi come morse, imprimendo nuovi lividi mentre iniziava a muoversi con ritmi sordi e profondi. Ogni colpo sembrava spingerla contro il materasso, il suo peso che la schiacciava mentre lei cercava di non pensare alla cantina, alle dita di Matteo che avevano preparato quel varco. L'odore della loro unione – muschio acre, sudore di cantiere – riempì l'aria stagnante. Nel corridoio, un cigolio impercettibile. Maria strinse gli occhi, mentre il movimento di Mario diventava più veloce, più animalesco. Lei si aggrappò al ronzio della lampada da comodino, un unico punto fisso nel crollo. La voce roca di Mario che gemeva il suo nome era solo rumore bianco sopra il battito furioso del suo cuore. "Sì... apriti tutta..." lui ringhiò, le dita che le affondarono nelle natiche per spalancarle ancora di più. Il dolore si trasformò in un'onda sorda, persistente. Maria sentì il suo corpo traditore iniziare ad adattarsi, il bruciore che si incanalava in una corrente elettrica bassa, contorta. Le sue gambe tremavano mentre lui la tirava indietro contro di sé con ogni spinta, il suono umido della carne che si scontrava divenne ritmico, ipnotico. Il suo viso era schiacciato contro il cuscino impregnato del loro odore, la bocca aperta in un gemito strozzato che sapeva di resa. Ogni penetrazione la spingeva più in là dal limite, nel luogo dove non esisteva più madre né moglie, solo carne che cedeva. "Fallo..." sussurrò lei contro il cotone, non sapendo più chi implorasse, Mario o l'ombra dietro la porta che sapeva presente. Il ritmo si fece frenetico, le sue anche che le martellavano senza pietà. Un tremito iniziò nel suo ventre, un eco distante di piacere forzato, mentre le unghie di Mario le graffiavano la pelle della schiena fino a far sanguinare. "Godi!" urlò Mario, un ordine più che un desiderio. La sua presa fu ancora più ferrea mentre raggiungeva l'apice, il suo corpo irrigidito sopra di lei in un ultimo scatto violento. Maria sentì il calore pulsante dentro di sé, un fluido estraneo e familiare che riempiva quel vuoto già profanato. . "Più veloce." Maria sussurrò contro il cuscino, il respiro un rantolo roco. "Così. " Le parole erano liquide, grondanti di una resa totale che non sapeva più distinguere dalla dannazione. Il corpo di Mario si rilassò sopra di lei per un istante, il peso come un macigno sulla schiena, il sudore freddo che le colava lungo la colonna vertebrale. Sentì il suo membro afflosciarsi dentro di lei, un residuo umido e molle che le ricordò le dita di Matteo. "Non..." La mano di Maria scattò all'indietro, afferrando il polso di Mario prima che si allontanasse completamente. Le dita tremavano ma la presa era disperata. "Non toglierlo ancora." Le parole uscirono più come un comando che una supplica, strozzate dal desiderio che bruciava più della vergogna. Il suo corpo era ancora contratto intorno a lui, i muscoli profondi

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