Ma i colpi del frustino la strapparono violentemente da quelle fantasie proibite, riportandola alla cruda realtà del suo corpo offerto. Ogni colpo era un richiamo brutale al presente, alla sua carne che apparteneva a lui, contribuendo a creare quella sensazione che si diffondeva in tutto il ventre. Era qualcosa che sentiva accadere ma a cui non riesciva a dare una spiegazione. Aveva l’impressione che il sangue stesse reagendo a quei colpi. Che il sangue stesse iniziando a sobbollire, con ondate di calore che in alcuni momenti le avvampavano il viso, in altri le scaldavano la vulva facendole desiderare di essere posseduta in ogni modo possibile, essere scopata e fatta godere come lui aveva fatto prima con il dildo.
Aveva smarrito il conto dei colpi ricevuti quando, come se Dago avesse hackerato il firewall della sua mente e ora navigasse liberamente tra i file nascosti della sua psiche. Era hacker del desiderio che aveva trovato la backdoor del suo subconscio, accedendo a cartelle che lei stessa aveva dimenticato di possedere. Il tentacolo tornò a esplorare il suo sesso con rinnovata ferocia. Il passaggio dalla punizione al piacere fu così repentino da lasciarla senza fiato.
Quante volte l’aveva portata sull’orlo dell’orgasmo? Quante volte ancora glielo avrebbe negato per fiaccare la sua volontà? La mente, un’altra volta, si era parzialmente dissociata dal corpo. Guardando avanti aveva iniziato a succhiare quel dildo, quel cazzo finto, come se fosse il cazzo di Domenico materializzato da un viaggio nel tempo del desiderio. Il primo pompino della sua vita che tornava in 4K, rimasterizzato con la sapienza dei quarant’anni e l’affamata disperazione di chi ha finalmente capito cosa significhi avere fame vera. Domenico che quasi l’aveva canzonata per come era impacciata a prendere in mano e a succhiare il suo cazzo. Nemmeno fosse stato qualcosa di gigantesco. Ora, avrebbe voluto succhiarglielo con così tanta foga da strapparglielo via. E mentre faceva e pensava questo, ancora una volta l’immagine di sua madre, che scuoteva la testa, la guardava con disprezzo. E lei in risposta succhiava più forte, lo ingoiava tutto fino a quasi soffocarsi.
Le gambe le iniziarono a tremare. Forse perché stava raggiungendo quel limite che non le avrebbe permesso più di fermare l’orgasmo. Forse per colpa di come si stava quasi soffocando con il dildo.
Non si accorse nemmeno che lui aveva sfilato il tentacolo, ricoperto da una bava di piacere. Aveva solo sentito la mano che le afferrava con decisione i capelli e, con un gesto tra il rude e l’amorevole, sganciando le corde, le aveva sollevato la testa.
“Non mi avevi detto che ti piace così tanto succhiare il cazzo!”
Nella sua voce si potevano quasi percepire diverse emozioni. Chiare erano sicuramente la voglia di metterla alla prova, vedere fino a dove sarebbe potuta arrivare e, soprattutto, la voglia di mettere il proprio cazzo al posto di quello finto.
La mente di Dago ormai era entrata in quello che si chiama il top space, un luogo dove sei totalmente concentrato su quello che stai facendo all’altra persona, in ascolto, in modo che non possa succedere nulla di spiacevole ma anche percepire e in qualche modo vivere le emozioni e i piaceri che la persona sottomessa sta provando.
Ovviamente, in quello stato, quasi dimentichi le sensazioni del tuo corpo ed era già parecchio tempo che nei suoi pantaloni era racchiusa un’erezione. Il che significava che i suoi genitali iniziavano ad essere dolenti.
Ma aveva preso un impegno e, a costo di dover passare la notte con la borsa del ghiaccio sulle palle lo avrebbe rispettato.
Giulia era rimasta lì, arcuata, boccheggiante che cercava di tornare a respirare normalmente, mentre le colava bava come la protagonista di un porno che aveva visto, cercando di capire cosa sarebbe successo.
Senza mollare la presa dei suoi capelli con la mano destra, l’altra, rapidamente aveva sostituito il dido che lei aveva definito ‘normale’ con quello più grande e di un colore che ricordava il membro di un uomo di colore. Con gesti sicuri, Dago la riposizionò sul tavolo, concedendole però maggiore libertà di movimento. Giulia avrebbe potuto liberarsi dal fallo artificiale se avesse voluto, ma la sua bocca sembrava aver sviluppato una volontà propria come un’intelligenza artificiale che aveva imparato i gusti del padrone e ora ottimizzava autonomamente le prestazioni. Era biotecnologia erotica: labbra che si riprogrammavano per massimizzare il piacere dell’utilizzatore.
Nella sua trance erotica, la mente di Giulia si sdoppiò: una parte osservava dall’esterno mentre l’altra prendeva confidenza con quel fallo di silicone, decisamente più imponente di quello di Marco. Rispetto all’altro doveva tenere la bocca più aperta, ma nemmeno troppo. Piano piano valutava la lunghezza. “Guardami, guarda come lo succhio bene, sono certa che il mio Padrone è orgoglioso di me, voglio che il mio Padrone sia orgoglioso di me, desidero che il mio Padrone sia orgoglioso di me …” sussurrava alla madre.
Poi la mano di Dago si materializzò nei suoi capelli, afferrandoli con possessività calcolata.
“Fammi vedere quanto ti eccita succhiare questo cazzone”, mormorò, la voce carica di una fame che faceva eco alla sua.
La sua mano divenne una guida implacabile, spingendola sempre più in profondità finché la cappella di silicone non iniziò a battere contro la sua laringe, cercando spazi nuovi da conquistare. Giulia scoprì di non voler opporre resistenza – anzi, il corpo le chiedeva di arrendersi completamente a quella invasione volontaria. La mano la lasciò libera, ma oramai Giulia era in un’estasi irrefrenabile. Continuava a succhiarlo, come fosse un cazzo vero, come se si aspettasse che da un momento all’altro un’onda anomala di sborra le riempisse la bocca.
Mentre era presa da quella sua nuova piacevole attività, sentì le mani di Dago armeggiare con il plug, quel pizzico di dolore quando lo estrasse, la sensazione di sentire i muscoli dello sfintere rimanere aperti, dilatati, offerti, elevò ulteriormente il suo stato di trance.
Dopo avere desiderato di chiedergli di fargli un pompino, forse anche di scoparle la bocca, ora, in questo preciso momento gli avrebbe voluto urlare la supplica di sfondarle il culo. Un pensiero le attraversò fugacemente la mente sul possibile dolore. Per un secondo le comparve l’immagine di sua madre che si tappava gli occhi. Un mugolio le uscì dalla bocca ripiena del dildo marroncino, un mugolio che improvvisamente salì di tono e di volume, trasformandosi in un urlo di sorpresa. Era sublimazione pura: la donna solida che evaporava in vapori di piacere per ricondensare in una forma completamente nuova. Non era più voce umana ma linguaggio primordiale che parlava direttamente alle sinapsi, frequenza pura del piacere che bucava il timpano della coscienza.
Il dildo che aveva in bocca un secondo prima, ora le stava sfondando il culo. Niente preparazione romantica, niente richiesta di permesso. Dago glielo aveva semplicemente piantato dentro, non aveva dato all’ano il tempo di restringersi, ci aveva spinto dentro subito la punta, usando i suoi stessi succhi come lubrificante, violando quel confine che nemmeno lei aveva mai osato varcare da sola. L’ultima frontiera del suo corpo cadeva senza resistenza, aprendo territori che esistevano solo nelle mappe proibite della fantasia.
Era una profanazione calcolata. Non la brutalità cieca del pornografico, ma l’invasione metodica di chi sa che sta riscrivendo le regole del piacere di un corpo. Ogni millimetro conquistato era una pagina strappata al manuale della rispettabilità borghese che le avevano cucito addosso. Il dildo che le devastava il culo la portava in regioni del piacere che non sapeva di possedere, che solo la carne comprendeva.
