Giulia percepiva la sua presenza alle spalle con quella chiarezza allucinata che solo il subspace sa regalare, quella dimensione parallela dove ogni senso si amplifica e il tempo perde significato, trasformando la realtà in cristallo liquido che vibra di possibilità infinite. La parte ancora vanilla di lei bramava voltarsi, incontrare i suoi occhi, chiedergli se il suo sesso grondava abbastanza umori, se stava interpretando alla perfezione il ruolo della puttana che lui desiderava plasmare. Ma quello non era il copione. Non in quella cattedrale del piacere dove lei era legata sull’altare sacrificale. L’aria densa trasformava ogni gemito in eco sacra, ogni respiro in preghiera involontaria.
Le gambe spalancate in un’offerta oscena, Giulia avvertì qualcosa di strano premere contro la sua vulva. Non era un membro umano – questo lo capì subito. La superficie troppo articolata, percorsa da rilievi che sussurravano di geometrie impossibili, la fece rabbrividire di anticipazione. Aveva anche cercato di passare in rassegna gli oggetti che avevano scelto.
Chiuse gli occhi lasciando che la figa diventasse il suo unico organo percettivo, come se quella parte di lei avesse sviluppato un sistema percettivo autonomo, un’intelligenza cellulare che parlava direttamente al midollo spinale bypassando il cervello. Era neuroscienza applicata al piacere: la figa che diventava il vero centro di comando della sua coscienza. La mente catalogava frenetica: non il plug, troppo flessibile; non i dildi normali, troppo complesso. Quando quella punta la invase, dilatandola con quelle sporgenze che sembravano bocche affamate che baciano e succhiano la carne dall’interno, ognuna una piccola ventosa del piacere che si attaccava alle pareti interne creando costellazioni di sensazioni che nessun atlante anatomico aveva mai mappato
Quel cazzo di tentacolo uscito dai suoi incubi hentai più segreti. Quello che guardava di nascosto mentre Marco russava, vergognandosi dell’umidità che le bagnava le mutande davanti a quelle animazioni perverse. E ora eccolo lì, reale, che la apriva come un fiore carnivoro che aveva aspettato decenni il momento giusto per divorare la sua preda dall’interno. Ogni ventosa era un petalo che si chiudeva attorno alla carne, trasformandola da predatrice sociale in vittima consenziente di una botanica perversa.
Sentiva il tentacolo penetrarla sempre più a fondo ad ogni spinta. L’oggetto ruotava con sapienza chirurgica, esplorando angolazioni che risvegliavano terminazioni nervose sconosciute. Le ventose che lo percorrevano creavano un effetto ipnotico sulla sua carne, riaccendendo l’eccitazione con una rapidità che la sorprese. Poteva sentire chiaramente la sua figa fare un suono particolare, liquido, ogni volta che lui affondava il tentacolo dentro.
“Ricominciamo dal principio”, la voce di Dago si fece più dura, “non puoi venire senza il mio permesso.”
“Sì, Signore.” Le parole scivolarono dalle sue labbra con una naturalezza che la spaventò. Era come se quella sottomessa che rispondeva con tale prontezza fosse sempre esistita come software dormiente nel suo hard disk biologico, in attesa che qualcuno inserisse la password giusta per attivare protocolli di obbedienza che il suo DNA aveva scritto in linguaggio macchina.
Sentiva il tentacolo ora affondare completamente. Si ritrovò a pensare che, se Dago avesse spinto un po’ più forte, le avrebbe sfondato l’utero e le sarebbe arrivato fino in gola. Per tutta risposta si offrì meglio quasi chiedendo che arrivasse a quel punto.
Dago, per tutta risposta, estrasse il tentacolo, abbandonando Giulia a una sensazione di vuoto che, nel pieno dell’eccitazione, si trasformava in fame geologica, cratere che implorava di essere riempito. Non era solo assenza fisica ma buco nero emotivo che risucchiava tutto il piacere circostante, collassando su se stesso fino a diventare singolarità del desiderio. Con la coda dell’occhio lo vide muoversi tra gli strumenti, scegliere la prossima arma di piacere.
Lo sentiva, lo vedeva con la coda dell’occhio muoversi. Cercare tra i vari oggetti qualcosa, e tornare da lei. Girò appena la testa e lo vide, con un gesto deciso, piantare il dildo che aveva usato prima a pochi centimetri dalla sua faccia, le aveva afferrato i capelli. “Apri la bocca”, ordinò con quel tono calmo che non ammetteva discussioni.
Giulia obbedì senza un attimo di esitazione, e lui guidò le sue labbra verso il dildo che conservava ancora il sapore acre dei suoi orgasmi. La costrizione di assaggiare se stessa la eccitò in un modo che non riusciva a spiegarsi. Con la solita abilità aveva fatto passare la corda per l’anello del collare e poi aveva fissato i capi ai lati del tavolo, rendendole impossibile liberarsi completamente di quel fallo in bocca.
Poi aveva ripreso il plug. “Non vorrei che ti richiudesse, non vorrei che pensassi che prima di lasciarti andare via, non ti farò sperimentare anche quello.” Giulia rispose con un mugolio, un mugolio più lungo quando lo senti spingere, facilmente, dentro di nuovo il plug. Sentire quell’oggetto prendere posizione dentro di lei, dentro il suo culo cambiava ancora una volta gli equilibri del suo piacere. E quello era un oggetto statico. La sua mente stava cercando di immaginare come avrebbe potuto provare se un uomo l’avesse presa analmente, cercava di immaginare cosa si potesse provare, quanto poteva essere diverso.
Ancora una volta lui la lasciò vagare per qualche istante nelle sue fantasie per strapparla via repentinamente. Uno schiaffo per natica l’aveva riporta li, sul tavolo, legata, con un dildo in bocca e un plug nell’ano. La seconda coppia di schiaffi arrivò un pochino più forte. Dago sorrise vedendo come le sue chiappe velocemente cambiavano colore. “Chissà a cosa stavi pensando?” il tono era quello del dileggio. “Peccato che tu non possa rispondere.” Una altra coppia di schiaffi la porto a quel livello che dolore e piacere sembrano confondersi.
I secondi passavano, lui sapeva gestire il tempo abilmente, giocando con le sue emozioni, con il suo piacere. Di nuovo comparve il dildo a forma di tentacolo. Ovviamente ora la sensazione era diversa con il plug che restringeva gli spazi. “Non osare godere senza il permesso!” Il ricordo dell’ordine arrivò perentorio, mentre il tentacolo la invadeva rudemente. Avrebbe voluto dire qualcosa, avrebbe voluto dire di fare più piano, ma ora aveva capito per quale motivo le aveva messo il dildo in bocca. Chiuse gli occhi e si lasciò spingere in quella dimensione, focalizzando le poche forze rimaste sul controllo dell’orgasmo, che diventava sempre più invadente. E quando pensava di non riuscire a resistere di più, lui si era fermato un’altra volta.
Sentiva chiaramente questa corrente, partire dal basso ventre, dalla vulva e poi irrorarsi per tutto il corpo, arrivare fino alla punta delle dita delle mani, delle dita dei piedi, alla punta dei capelli e poi tornare a concentrarsi di nuovo nella sua figa. Il suo respiro era un rantolo di piacere, il verso di una nuova creatura che stava prendendo forma nel crogiolo del piacere. Era alchimia applicata alla carne: la materia grezza della moglie rispettabile che si fondeva per cristallizzare in qualcosa di inedito.
Secco, pungente, preciso arrivò sul gluteo sinistro un colpo, uno strumento nuovo. Fece in tempo a sentirlo sibilare un istante prima del colpo. Altri due colpi, calibrati, distanti, in punti diversi. “Lo hai riconosciuto?” Le chiappe, le cosce, vennero stimolate da una serie di colpi di cui ad un certo punto aveva perso il conto. “È il frustino da cavallerizza che hai scelto.” Le diede qualche secondo per realizzare, capire. Il colo successivo arrivò dal basso, colpendo il sesso aperto dall’eccitazione. Giulia istintivamente si spinse in avanti, obbligandosi in questo modo ad ingoiare tutto il dildo di gomma. Il suo cervello registrò che non aveva mai preso un membro in bocca così a fondo, archiviando quella scoperta tra le curiosità da esplorare. Per un istante le balenò il desiderio di provare quell’esperienza con il cazzo di quell’uomo che orchestrava il suo piacere con sadica maestria. Se non avesse avuto quel dildo a silenziare i suoi gemiti, forse avrebbe osato chiederlo. Forse.
