Per un istante, un breve istante per lui, un interminabile istante per lei, si era allontanato, aveva perso il contatto con lei, con quel corpo ancorato ad un tavolo in fratino ed uno spirito irrequieto pronto a volare via.
Poi era tornato il contatto, non il contatto delle sue dita, della sua mano ma qualcosa di freddo e pungente: la rotella di Wartenberg.
La musica, se c’era ancora come sottofondo, era lontana, lontanissima. La sua voce invece, era lì, presente, così calda da sembrare solida. “È la rotella che hai scelto,” disse Dago facendola rotolare dal bacino lungo la schiena, “quella piena di punte.” La sua voce aveva quel tono da professore che spiega l’anatomia mentre disseziona un cadavere.
Le punte metalliche tracciavano linee di risveglio sulla sua pelle, contraddicendo ogni logica. Dovevano ferire, quelle piccole lame che roteavano lungo la sua spina dorsale, invece la carezza pungente le accendeva circuiti neurali che credeva spenti. Era come se il suo corpo fosse una mappa sepolta sotto strati di conformismo, e quella rotella un metal detector che localizzava tesori nascosti.
Ogni passaggio le rivelava zone dimenticate di se stessa. La curva tra collo e spalla che si contraeva sotto il tocco metallico. La depressione alla base della schiena che si arcuava cercando più pressione. Il solco vertebrale che vibrava come una corda di chitarra pizzicata da dita esperte. Quarant’anni in questo corpo e non aveva mai saputo che potesse cantare così.
La rotella scivolava lateralmente ora, esplorando i fianchi con curiosità chirurgica. Giulia sentiva la pelle raccogliere informazioni che il cervello traduceva in linguaggi sconosciuti. Non era dolore quello che la attraversava – era precisione pura, come se ogni punta fosse un ago di agopuntura che liberava energia bloccata da decenni di repressione.
Cristo, come può una cosa così piccola rivoltarmi come un calzino? Le punte continuavano la loro danza cartografica, mappando territori che Marco aveva attraversato mille volte senza mai esplorare. Ogni centimetro di pelle diventava territorio vergine sotto quella carezza metallica che la costringeva a riconnettersi con un corpo che aveva abitato ma mai davvero conosciuto.
Era questa la vera nudità – non l’assenza di vestiti, ma la scoperta di avere una geografia interiore più complessa di quanto avesse mai immaginato. La rotella le stava insegnando che esisteva in modi che non aveva mai sospettato, che ogni millimetro di carne custodiva segreti che solo il tocco giusto poteva decifrare.
Un minestrone di emozioni la travolsero, come quando un’onda improvvisa ti tira uno schiaffo. Non le aveva infilato uno o due dita come faceva Marco. La sua mano aveva avvolto la sua figa, ricoperta, accarezzata, avvolta con quella mano calda, che irradiava qualcosa difficile da descrivere. Pur restando ferma, la mano sembrava toccarla, accarezzarla. Le faceva venire voglia di strofinarsi contro.
Dall’altra parte, in contrasto, la rotella continuava a correre sulla sua schiena. Per assurdo, ora era lei a desiderare che lui le infilasse due dita tra le grandi labbra, che gliele infilasse prepotentemente, così a fondo da percepirle in gola.
Quando la sua mente decifrò questo pensiero, si sentì arrossire tutta, dalla punta delle dita dei piedi alla punta dei capelli.
La voce di Dago arrivava da lontano, ma colpiva come uno schiaffo sul culo.
“Non ti ho ancora fatto nulla e sei bagnata come una cagna in calore.”
Poi, come probabilmente si era sentita la prima tela di Fontana, le dita la aprirono. Anche se avesse voluto, non avrebbe potuto sfuggire. Ma lei non voleva. Ad occhi chiusi aveva vissuto ogni sensazione fisica e ogni emozione che quel gesto, fatto come lo aveva fatto lui, le stava facendo vivere. Un gemito scivolò fuori dalle sue labbra come una goccia di saliva.
Le dita iniziarono ad esplorare, a muoversi, avanti, indietro, destra, sinistra, su, giù, ruotando, toccando. Ad un certo punto si rese conto che nemmeno lei era mai stata così cosciente del proprio sesso, della sua figa, del suo utero. Come poteva quell’uomo farle vivere questo?
Di nuovo, proprio mentre stava sentendo il piacere crescere, il vuoto.
Le sue dita non erano più dentro. La rotella non le pungeva più la pelle. Quasi con terrore gli occhi si spalancarono, come se tutto quello che era successo fino ad allora fosse stato solo un sogno. “Respira, sono qui, sei al sicuro.” una coperta calda sull’anima la fece respirare. Solo qualche istante. Il tempo di avvertire qualcosa di duro, premere contro le grandi labbra, aprirla, farsi strada, facilmente, tanto era bagnata, eccitata.
Quasi poteva riconoscerlo, era il primo dildo. Le dimensioni gestibili, le ricordava esattamente quello che aveva a casa. Ma la situazione, essere legata a quel tavolo, il fatto che fosse un’altra persona a muoverlo, che fosse lui a muoverlo, a muoverlo in quel modo. Il respiro cambiò repentinamente.
La mano continuava a variare intensità, profondità e frequenza dei movimenti. Mentre si stava perdendo in quelle sensazioni, in quel piacere, che lui le stava facendo vivere la sua voce la fece tornare quasi completamente alla realtà. “Quanto avresti voglia di godere?”
Giulia cercò di dare una voce e un senso alla sua risposta, senza riuscirci.
“Allora facciamo così, voglio che provi a resistere più che puoi – il dildo sembrava avere cambiato forma e dimensione o forse, era la sua vulva ad essersi gonfiata dal desiderio di avere un orgasmo con il risultato che tutte le sensazioni, in quel momento, erano amplificate, decuplicate – e quando non ce la farai più, mi chiederai, mi supplicherai di darti il permesso di godere – il dildo si fermò così a fondo da farle realizzare per la prima volta dimensioni e capacità del suo sesso – poi quando ti concederò di godere, dovrai contare – il tono di voce divenne più rauco mentre il dildo ricominciava a muoversi – dovrai contare tutti gli orgasmi che ti farò avere … a voce alta …”
Come poteva dirgli che lei avrebbe voluto godere, adesso, immensamente, subito e poi ancora, e ancora, e ancora. La sua parte pudica provò a trattenerla.
Si impegnò a resistere, mordendosi le labbra fino a sentire il sapore del sangue in bocca, provando a pensare a quando Marco la toccava, alle bollette da pagare, al mutuo.
Persa in quel tentativo di controllo del proprio corpo non riusciva a rendersi conto di quanto tempo fosse passato dall’inizio di quella piacevole tortura, se pochi secondi o infiniti minuti o altro.
La voce le uscì senza passare per il cervello, per la parte razionale: “Per piacere, Signore” — un lungo silenzio mentre cercava di fermare quell’orgasmo che non vedeva l’ora di esplodere — “posso godere?”
Il dildo le martellava la figa. Il silenzio. Il piacere che cresceva esponenzialmente raggiungendo un livello ingestibile. Lo sforzo di trattenere tutto.
Già arrivare all’orgasmo, per lei, era un’esperienza non proprio comune, quotidiana. Doverlo gestire, fermare, trattenere la stava facendo impazzire. Poi finalmente, una voce quasi irriconoscibile le concesse il piacere di deflagrare.“Ora, dammelo, dammi quell’orgasmo che non riesci a trattenere più!”
L’orgasmo, dopo essere stato trattenuto così a lungo, esplose come una diga che esplode sotto la pressione dell’acqua.I gemiti sfuggirono dalle sue labbra, squillanti. Il corpo, si contorceva tra piacere e corde. “uuuuunoooo ….Grazie signore…” farfugliò soddisfatta, convinta che di lì a poco sarebbe stata liberata.
L’orgasmo, vissuto così raramente, le aveva cancellato la memoria a breve termine. Lui, le concesse quel tempo per godere, capire, assorbire quel piacere che tanto le aveva raccontato le mancasse. Poi, come si fa con una pregiata e costosa bottiglia di vino, lentamente, l’aveva “stappata” liberata di quell’oggetto che la riempiva.
Del freddo metallo comparve tra le sue chiappe, scorreva su e giù, stuzzicando l’ano, poi scendendo accarezzando tra le labbra, raccogliendo i residui del suo orgasmo e portandoli su quel buchino stretto. “E così, questo, non è mai stato… usato.” Nella sua voce si poteva ascoltare il rammarico di non poterla deflorare come avrebbe voluto. Ma aveva promesso.
“Ricordati” — la voce la afferrò da dietro, come se le stesse tirando i capelli — “hai scelto tu quale usare.” Il plug, con la sua fredda, liscia superficie, iniziò a giocare, premere, provare ad allargare. Un’altra volta lei non riusciva a capire quanto lui giocasse o quanto lui fosse premuroso. Ogni volta il plug le allargava di qualche millimetro di più l’ano. Nessuno aveva mai giocato con quella parte di lei. Mentre la sua mente era persa in ragionamenti moralisti e pudici, contro piacere e perversione, con un’ultima decisa spinta, il plug invase il culo di Giulia. Un gemito di dolore e piacere le fece tremare le labbra. I muscoli delle cosce tremavano, vibravano. Mai nessuno prima di allora aveva invaso quella parte del suo corpo. E questa sera era già la seconda volta che succedeva. Era nuova ogni sensazione. Era nuovo tutto. E lei, soprattutto lei, era qualcosa che non aveva ancora un nome.
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Sono un uomo di 57 anni nato sotto il segno del Capricorno. La mia personalità ENFJ plasma inevitabilmente la mia scrittura. Come Protagonista, sono naturalmente attratto dalle dinamiche umane, dalla complessità emotiva degli incontri, dalla tensione che si crea tra vulnerabilità e potere. Chi mi conosce nella sfera dell’intimità mi identifica come Daddy Dom, un ruolo che filtra nella mia scrittura sotto la superficie delle mie storie. Scrivo da quando, venticinque anni fa, una pagina di Stephen King fece tremare qualcosa dentro di me che non sapevo esistesse. La letteratura erotica è il mio campo d’elezione, la mia dichiarazione d’intenti più autentica.
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