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Il Sapore della Sottomissione - Capitolo 3 – Decodificata
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Racconto13 min di lettura

Il Sapore della Sottomissione - Capitolo 3 – Decodificata

Giulia scopre l'arte del shibari e del bondage. Un racconto che esplora la bellezza delle corde e la psicologia della sottomissione consensuale con stile letterario raffinato.

Dago Heron
1 anno fa · 450 letture · 0

“Come stai?” Giulia fluttuava in un limbo sconosciuto, quel territorio che solo certe pratiche sono in grado di farti esplorare, dove il tempo perde significato e la realtà ordinaria sembra un ricordo sbiadito. “Come ti senti?” le chiese facendole girare il viso in modo che potesse guardarla negli occhi.

La pupilla dilatata di Giulia rifletteva la luce tremolante delle candele mentre cercava di riemergere dall’abisso del piacere negato in cui lui l’aveva immersa. Le sue labbra, secche dalla respirazione affannosa, si schiusero per cercare parole adeguate che non esistevano nel vocabolario di donna che era stata fino a poco prima.

Una goccia di sudore le scivolò lungo la tempia mentre i suoi occhi trovavano quelli di lui. “Tre volte, tre volte mi hai portata sull’orlo e tre volte mi hai strappata via. È una tortura che non sapevo di desiderare.”

Il corpo di Giulia vibrava ancora, ogni terminazione nervosa accesa come un circuito elettrico sovraccaricato. La sensazione delle sue dita era dappertutto, dentro e fuori di lei, facendole conoscere punti e sensazioni del proprio corpo che Marco, in vent’anni, non aveva mai trovato luoghi e quest’uomo aveva scoperto in venti minuti.

“È come se le tue mani mi avessero sbucciata,” disse, stupita dalla propria audacia. “Come se sotto la donna che credevo di essere ce ne fosse un’altra, bagnata, affamata, che non ha paura di essere vista.”

Non voleva uscire da quello stato di grazia, da quel vortice di sensazioni che la facevano sentire più viva che mai.

“Allora, andiamo al tavolo,” disse lui, soddisfatto dalla confessione appena ricevuta.

Dago la aiutò a rimettersi in piedi, le gambe di Giulia tremavano come foglie in una tempesta d’autunno. Il suo corpo, ancora vibrante per le sensazioni appena vissute, si abbandonò contro il suo petto. L’odore di lui, cuoio, legno e qualcosa di primitivamente maschile, le invase le narici, facendola rabbrividire. Avvertiva di essere come una corda di violino appena accordata, pronta a vibrare al minimo tocco.

Le sue mani, forti e sicure, la guidarono attraverso la stanza. Ogni passo era una piccola tortura. Le natiche arrossate che pulsavano, la figa che gocciolava umori, l’ano che pulsava ancora al ricordo delle sue dita invasive.

Il tavolo. Quello che nelle sue fantasie era stato solo un mobile ora si ergeva davanti a lei come un altare pagano. Il legno massiccio sembrava respirare nella penombra, le venature che catturavano la luce delle candele come vene pulsanti. Si chinò su di esso come in preghiera, il seno che sfiorava la superficie strappandole un gemito sorpreso.

Dago si mosse dietro di lei con la grazia di un felino. Il fruscio delle corde di juta era come un serpente che si snodava nell’aria carica di incenso. “Allarga le gambe,” ordinò, un comando che non ammetteva esitazioni. Il suo corpo obbedì prima che la mente potesse processare l’ordine, esponendola completamente al suo sguardo attento.

La prima legatura fu come una carezza brutale. La corda morse la sua caviglia destra, la juta che graffiava deliziosamente la pelle sensibile mentre lui eseguiva un perfetto double column tie. Ogni giro della corda era come un anello di una catena invisibile che la legava non solo fisicamente, ma anche emotivamente, grazie a quest’uomo che stava ridefinendo i confini del suo piacere.

La seconda caviglia venne assicurata con la stessa meticolosa attenzione. Ora era davvero immobilizzata, le gambe divaricate in una posizione che non lasciava nulla all’immaginazione. Il suo sesso pulsava, offrendo la sua eccitazione senza pudore, mentre il suo culo si contraeva involontariamente sotto lo sguardo penetrante di lui.

“Stendi le braccia davanti a te,” la sua voce era miele bollente versato su ghiaccio. Giulia obbedì, allungando le braccia sul tavolo. Le corde scivolarono lungo i suoi polsi, intrecciandosi in schemi ipnotici che parlavano di un’arte antica quanto il desiderio stesso.

Dago lavorava con la precisione di un chirurgo e la passione di un artista. Ogni nodo era un punto di ancoraggio non solo per il suo corpo, ma per la sua anima che si liberava attraverso questa dolce prigionia. La corda risaliva lungo i suoi avambracci come una seconda pelle, creando un intreccio che era tanto bello quanto funzionale.

“Respira,” le ricordò lui, notando come il suo corpo tremava sotto le sue attenzioni. Le sue mani esperte continuavano a tessere quella tela di piacere e controllo, ogni passaggio della corda che stringeva un po’ di più il nodo della sua sottomissione. Concluse l’operazione fissando il capo della corda ad un gancio sotto il piano.

Il risultato finale era un’opera d’arte vivente. Le corde di juta la tenevano in una presa che era tanto inesorabile quanto confortante. Era completamente immobilizzata, esposta, vulnerabile, eppure mai si era sentita così libera, così viva.

Dago si allontanò un passo, ammirando la sua opera. “Perfetto,” mormorò, e quel singolo complimento le mandò brividi lungo la schiena. “Ora possiamo iniziare a soddisfare la tua fantasia, la tua richiesta.” Il suono soffocato dei suoi passi sul pavimento era come il ticchettio ovattato di una pendola che scandiva i secondi prima del suo piacere.

Lo sentì muoversi dietro di lei, il rumore degli oggetti sul tavolo che venivano spostati faceva accelerare il suo cuore. Non poteva vedere cosa stesse scegliendo, e quella privazione della vista intensificava ogni altra sensazione. Il suo corpo era un radar ultrasensibile, che registrava ogni minimo suono, ogni variazione nell’aria.

“Ricorda,” la sua voce era ora più vicina, un sussurro caldo contro il suo orecchio, “hai le tue parole di sicurezza. Ma non credo che le userai.” Un dito le tracciò la spina dorsale, dalla nuca fino all’osso sacro, facendola inarcare come un gatto. “Perché questo è esattamente ciò che volevi, vero?”

“Sì…” La sua voce era poco più di un respiro, ma conteneva tutta la verità del suo essere. Sì, questo era ciò che aveva sognato nelle sue notti solitarie. Sì, questo era ciò che aveva immaginato mentre si toccava furtivamente sotto le coperte, con Marco che russava ignaro accanto a lei. Sì, questo era il tipo di abbandono che aveva sempre temuto e desiderato in egual misura.

Giulia percepiva il suo sguardo come un tocco tangibile sulla pelle. Impossibilitata a muoversi, poteva solo seguirlo con gli occhi, la testa che si girava quanto le permetteva la posizione, cercando di anticipare le sue mosse. Il collare di metallo le ricordava ad ogni respiro la sua posizione, il freddo dell’acciaio ormai temperato dal calore del suo corpo.

Dago si fermò dietro di lei, fuori dalla sua visuale. Le sue mani iniziarono una lenta esplorazione della schiena. Non erano carezze, erano valutazioni, come un artista che studia la creta prima di iniziare a modellarla. Le dita calde tracciavano percorsi invisibili sulla sua pelle, cercando i punti dove la giusta pressione avrebbe dato nuova forma ai suoi desideri. Erano anche gesti semplici che permettevano di iniziare una conoscenza più intima.

“Chiudi gli occhi.” la voce di Dago è un vento caldo che le accarezza la pelle. Giulia eseguì l’ordine senza incertezze, senza aggiungere un suono, pronta a diventare creta malleabile sotto le sue mani, a lasciarsi plasmare nella creatura di piacere che lui aveva intravisto dentro di lei.

Poi arrivò la prima goccia, calda. Giulia si contrasse più per la sorpresa che per l’intensità del calore. Poco dopo una seconda. “Il rosso dona sulla tua pelle.” aveva mormorato mentre accendeva una seconda candela “vediamo come si combina con il bianco.” Ora il ritmo delle gocce si era intensificato. Lui giocava facendo variare l’altezza delle mani. Quando la mano avvicinava la candela era più bassa, l’impatto era lieve, ma il calore maggiore. Quando la mano allontanava la candela l’impatto era più secco, ma il calore più delicato.

Concentrato, quasi cercasse di creare un disegno goccia dopo goccia, aveva percorso tutta la schiena, spostandosi da zone ritenute meno sensibili a quelle più sensibili. Un passaggio sulle chiappe, particolarmente sensibili causa il precedente trattamento. Giulia restava con gli occhi chiusi, quasi in silenzio, solo impercettibili variazioni di respiro.

Alle due candele se ne aggiunsero altre due di altri due colori, viola e nero. Muovendo due candele per mano, che colavano in modi e tempi diversi, danzando come un maestro di Tai Chi continuò la sua opera d’arte per qualche altro minuto. Poi, facendo colare della cera sul legno vissuto, fissò le candele attorno alle sue braccia, quasi a volerla illuminare meglio. Poi tornò il tocco delle mani, sicuro, avvolgente. Ogni carezza faceva saltare un po’ di scaglie di cera. Ogni carezza apriva una breccia in nuove sensazioni, emozioni. Era come se stesse usando la pelle di Giulia come fosse un organo sessuale.

Persa in quella sensazione quasi casta, fece appena in tempo a percepire la mano che scivolava tra le sue chiappe, accarezzava l’ano e scendeva giù, decisa, ad impossessarsi del suo sesso. “Senti quanto è bagnata questa santarellina.” fu il commento che, con fetente sottigliezza, aveva provocato eccitante imbarazzo.

Prima di andare avanti…

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