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Il Sapore della Sottomissione - Capitolo 2 – L’Ingresso nel Tempio
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Racconto34 min di lettura

Il Sapore della Sottomissione - Capitolo 2 – L’Ingresso nel Tempio

Giulia varca la soglia e inizia il suo viaggio di scoperta. Un racconto erotico che esplora psicologia e desiderio con eleganza letteraria.

Dago Heron
1 anno fa · 518 letture · 0

Giulia annuì deglutendo mentre la sua testa iniziava a cercare di immaginare quali ordini lui le avrebbe potuto impartire, e quel dubbio, quella piccola paura, non fece altro che aumentare la quantità di umidità nelle sue mutande.

Dago le prese la mano e con la mano libera che scorreva sopra alla parata di oggetti disse “Quindi, quali oggetti sarebbero di tuo… gradimento per questo … nostro incontro” riuscì a evitare di pronunciare la parola ‘primo’ per non aggiungere pressione a Giulia con il fatto che ce ne sarebbero potuti essere altri. “Se non sai cosa è e a cosa serve, chiedi pure…”

Le dita di Giulia scivolarono sugli strumenti come su territorio proibito. Il plug anale le bruciò nel palmo mentre sussurrava la sua confessione: “Non ho mai… Marco non ha mai…” Un rossore le invase le guance. Ogni oggetto scelto era una porta che si spalancava su stanze buie di sé, su fame che aveva seppellito sotto anni di perbenismo. I dildi promettevano riempimenti che andavano oltre la meccanica coniugale.

Il plug anale. Si impose di respirare normalmente mentre, per non fare la figura della paurosa, sceglieva la seconda misura. Lo prese tra le dita, studiandone la forma conica con un finto distacco tradito dal tremore della sua voce. Il silicone era liscio, quasi caldo, non freddo e impersonale come l’acciaio che aveva toccato prima. “Non ho mai…” le parole uscirono balbettando. “Marco non ha mai…” Un rossore le colorò le guance mentre raccontava la sua verginità anale. Dago annuì comprensivo, ma lei colse un lampo nei suoi occhi, un bagliore di predatore che le fece contrarre involontariamente i muscoli dello sfintere. Lo stesso sguardo che aveva immaginato attraverso i messaggi Telegram quando le aveva suggerito di iniziare a esplorare quella zona con un dito mentre si faceva la doccia, o di usare il manico di un pennello per il trucco per prepararsi. Suggerimenti che lei aveva accolto con timida curiosità ma che aveva eseguito con estrema cautela, fermandosi sempre al primo accenno di fastidio.

I dildi giacevano come promesse graduate di piacere. Ne scelse due con gesti rapidi, uno familiare, l’altro che sfidava i suoi limiti. Il più grande le pesava nel palmo come una confessione non detta: quanto poteva contenere, quanto osava desiderare. “L’altra via è ancora… intatta,” mormorò, e quelle parole le accesero il sangue più di qualsiasi carezza.

Un frustino tipo quelli da cavallerizza catturò la sua espressione. Non lo afferrò subito. Lo studiò, immaginando il sibilo nell’aria, il morso sulla pelle. Il respiro si fece più corto, irregolare. Accanto, una paletta di cuoio nero prometteva sensazioni più diffuse, più profonde. Le scelse entrambi, la mano che non tremava più. La decisione che cancellava l’esitazione. Poi le candele colorate: il ricordo innocente di quando giocava con la cera delle candele dei nonni si trasformava in fantasia proibita, in promessa di sensazioni mai provate.

Le pupille si dilatarono visibilmente alla vista della ‘magic wand’. Il mitico vibratore per “viso e collo” che aveva conquistato ben altri territori. Un oggetto innocente trasformato dal desiderio collettivo. La voce di una slave in chat le risuonò nella mente: “Tutte le donne ne dovrebbero avere una, non ci sarebbero più isteriche in giro…”. Il sorriso malizioso di Dago le fece capire che lui sapeva esattamente cosa le stava passando per la testa.

I collari erano disposti quasi come oggetti sacri, uno vicino all’altro. Fogge diverse, materiali che promettevano sottomissioni differenti. Il metallo catturò il suo sguardo, freddo, definitivo, senza le ambiguità. Lo sollevò con mani che non tremavano più.

Il peso sorprese le sue dita. Non era il peso del metallo, era la gravità di una scelta che avrebbe rotto una vita di collari invisibili. Aveva portato quello del matrimonio per vent’anni, una catena dorata di aspettative sociali che le stringeva la gola ogni mattina quando si svegliava accanto a Marco. Il collare del lavoro, tessuto di protocolli e sorrisi educati, che l’aveva soffocata dietro scrivanie anonime. Il guinzaglio di sua madre, fatto di sensi di colpa cattolici e “cosa dirà la gente”, che ancora le tirava il collo ogni volta che osava desiderare qualcosa di più del grigio matrimoniale.

Ma questo, questo era diverso. Era il primo collare che sceglieva lei. Il primo che prometteva, a modo suo, una libertà.

Guardò Dago e per la prima volta in vita sua vide qualcuno che la stava davvero guardando. Non la moglie, non la figlia, non la contabile. Lei.

“Questo…” La voce le uscì incerta, come una ragazzina che chiede il permesso per qualcosa di proibito. Teneva il collare con entrambe le mani, pesante come una decisione. Si voltò verso di lui, il rossore che le saliva dal petto. Le parole giuste non esistevano per quello che sentiva bollire dentro.

“Vorrei che me lo mettesse lei.” Le parole le scivolarono fuori, inciampando una sull’altra. Non erano le parole di una donna sicura di sé, ma di qualcuna che stava facendo i primi passi su ghiaccio sottile.

Dago restò a guardarla per qualche secondo, poi si alzò avvicinandosi a Giulia quasi in modo solenne. Prese il collare dalle sue mani, lo raccolse, come si raccoglie qualcosa di delicato, di prezioso.

“Sai cosa stai chiedendo?” La sua voce aveva quella qualità di chi legge anime come libri aperti.

“Di essere sua.” Le parole uscirono prima che potesse censurarle, crude come una ammissione di colpa, pure come una professione di fede. “Per oggi. Secondo le regole. Ma veramente sua. Non come sono stata di Marco – per contratto, per convenzione. Sua perché lo scelgo, perché lo voglio, perché ne ho fame.”

Il click del collare che si chiudeva fu il suono più pornografico che avesse mai sentito. Un clic metallico che riscriveva la sua biografia in una sola nota.

L’ultimo oggetto catturò la sua attenzione. Una rotella che le ricordava quella che sua nonna usava per i ravioli, ma questa aveva punte sottili che promettevano sensazioni ben diverse dalla pasta fresca domenicale. ‘La rotella di Wartenberg,’ bisbigliò Dago alle sue spalle. La sua voce calda e vicina all’orecchio come una carezza sonora.

Lui osservava. Catalogava. Memorizzava. Non era solo la scelta degli oggetti che lo interessava, ma il modo in cui li sceglieva e, soprattutto, quelli che evitava di guardare, come la frusta appesa al muro, o le pinze più aggressive. Ogni sua scelta, ogni sua occhiata sfuggente raccontava una storia di desideri e limiti che lui assorbiva con attenzione quasi scientifica. Ogni tremito delle sue mani, ogni respiro trattenuto veniva registrato e archiviato per uso futuro. Le sue scelte parlavano più di quanto lei stessa realizzasse: non solo dei suoi desideri espliciti, ma delle sfumature più sottili delle sue fantasie, dei confini che voleva esplorare, dei limiti che voleva sfidare.

“Con questo sei arrivata a otto, vuoi aggiungere altro?”

Giulia lo guardò quasi spossata dallo sforzo di scegliere. Dentro di sé udiva una voce che urlava “Chiedigli, supplicalo di usarli tutti, cazzo!!”, mentre un’altra parte di lei, quella che per anni aveva tenuto tutto sotto controllo, cercava disperatamente di mantenere un’apparenza di compostezza. Le sue dita formicolavano dal desiderio di toccare altri oggetti sul tavolo, di ammettere altri desideri, ma sapeva esattamente cosa stesse facendo lui: stava ponendo e rispettando dei limiti.

Ricordò il primo “no” che aveva digitato su Telegram, le dita che esitavano sulla tastiera come se quella parola fosse una granata. Aveva aspettato l’esplosione, il ricatto sottile che conosceva negli uomini. Invece lui aveva risposto: “Grazie per la tua onestà”. Quattro parole che avevano costruito tutto quello che stava succedendo ora.

La sua mente tornò a una di quelle telefonate che facevano la sera, mentre lei cucinava e aspettava che il marito rientrasse. Il rituale era sempre lo stesso: lei metteva gli auricolari mentre preparava la cena. La voce di lui la accompagnava tra i fornelli, trasformando gesti quotidiani in un gioco di seduzione. Quella sera in particolare, aveva lasciato cadere un cucchiaio quando lui le aveva chiesto cosa stesse indossando. Il rumore aveva fatto sobbalzare il gatto, ma lei aveva riso, una risata liberatoria, che aveva fatto sorridere anche lui al telefono.

Lui le aveva raccontato quanto adorasse il controllo del piacere, e a colpirla, era stato il tono appassionato in cui si poteva percepire quanto solo a ricordare alcuni momenti provasse un sottile piacere ancora adesso, quello di avere in pugno il piacere di un’altra persona e di farle superare confini che lei non aveva immaginato, ma lui riteneva, credeva, soprattutto credeva, lei avrebbe potuto superare.

“Non devi fare nulla che non ti senta pronta a fare”, le aveva detto quella sera, mentre lei tagliava le verdure con mani tremanti. “Ma quando sarai pronta, sarò qui per guidarti.” Le aveva spiegato come amava tenere in astinenza la sua sottomessa mentre erano lontani. Non era una privazione fine a sé stessa – era un’arte, un gioco di equilibri. Le ordinava di trovare dei momenti per masturbarsi in qualche modo, possibilmente bizzarro, arrivando il più vicino possibile all’orgasmo, senza mai godere. Una tortura dolce che ora, guardando gli oggetti sul tavolo, assumeva un significato nuovo, più profondo. Poi quando, dopo ore o giorni, lui l’aveva a sua disposizione, era suo piacere e divertimento prendersi cura degli orgasmi della sottomessa, arrivando ad un numero di orgasmi che lei non riteneva possibile, almeno fino ad allora.

Prima di andare avanti…

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