“Hai bisogno di un invito ufficiale per entrare?”
La voce di Dago la colpì come uno schiaffo gentile da dentro l’appartamento. Presente. Reale. Calda come e rigenerante come una tisana d’inverno.
Il corpo di Giulia rispose prima della mente. Un passo oltre la soglia, poi un altro. Il suono della porta che si chiudeva alle sue spalle risuonò nelle ossa, non un semplice click metallico, ma il sigillo di un patto che aveva iniziato a firmare settimane prima, messaggio dopo messaggio, concessione dopo concessione.
L’aria cambiò densità. Fuori c’era la città, con i suoi rumori di traffico e vite normali. Dentro, il palo santo bruciava lento, trasformando l’aria in qualcosa di più pesante, più pericoloso.
I tacchi, quei maledetti tacchi dodici che lui aveva scelto, che le aveva fatto indossare come un marchio di proprietà prima ancora di toccarla, scandivano sul parquet una processione che aveva il sapore di una resa. Non camminava verso di lui. Ad ogni passo si allontanava dalla Giulia che compilava fogli Excel, che stirava le camicie di Marco, che fingeva orgasmi educati il sabato sera.
Il corridoio si srotolava davanti a lei come una gola. Le candele non illuminavano: rivelavano. Ombre che danzavano sulle pareti come spettatori di un rito antico. L’odore dell’incenso si mescolava con qualcosa di più primitivo, il suo stesso odore, quello di femmina in calore che aveva cercato di lavare via sotto la doccia prima di uscire di casa, ma che ora rifioriva sulla pelle come una confessione.
Il corridoio si apriva in un grande salone dove la luce delle candele disegnava geometrie impossibili sul soffitto. E poi lo vide. Non l’uomo delle foto di Telegram. Non la voce che l’aveva fatta venire con le parole. Ma lui, nella sua totalità fisica che contraddiceva ogni fantasia e allo stesso tempo le superava tutte.
Era appoggiato al tavolo, quel tavolo massiccio che dominava la stanza come un altare profano, con la naturalezza di chi possiede lo spazio non per diritto ma per presenza. I jeans aderivano quanto bastava per suggerire senza svelare. La camicia bianca, semplice ma elegante, aperta di due bottoni. Niente di studiato. Tutto deliberato.
La luce delle candele gli scavava il viso, evidenziando delle piccole rughe. I capelli brizzolati tagliati corti parlavano di un uomo che non nascondeva il tempo ma lo indossava come un’arma. E quella pancetta, Cristo, quella pancetta che avrebbe dovuto sminuirlo e invece lo rendeva più reale, più pericoloso. Un predatore che non aveva bisogno di addominali scolpiti perché sapeva esattamente dove mordere.
C’era qualcosa di particolare nella sua noncuranza da farla apparire studiata. Le mani riposavano sui fianchi con quella sicurezza di chi ha vissuto tante esperienze e in qualche modo ne è sempre uscito vivo, arricchito. Non era attraente nel modo convenzionale – Marco era più bello, oggettivamente. Ma Marco non aveva mai abitato il proprio corpo come quest’uomo abitava il suo: ogni gesto calibrato per occupare esattamente lo spazio necessario, né più né meno.
Giulia ebbe l’impressione di avere capito il tipo: uno di quelli che aveva imparato a trasformare i fallimenti che altri avrebbero nascosto in potere di seduzione. Era il genere di uomo che le madri adorano, perché appaiono premurosi, sicuri solidi, senza sapere quanto possono essere pericolosi per le loro figlie.
Ma erano gli occhi a inchiodarla. Verdi e marroni, cangianti, che la studiavano come si studia un testo in una lingua straniera che stai iniziando a decifrare. Non la guardava come Marco, con affetto distratto. La sezionava con lo sguardo, catalogando ogni microespressione, ogni respiro trattenuto. Era terrificante essere vista così. Eppure, così stupendo.
Teneva due tazze fumanti nelle mani. Un gesto così domestico da risultare osceno in quel contesto. Come offrire un tè prima di un’esecuzione.
Giulia deglutì. La gola secca. La figa poteva pensare quella parola ora, in questo spazio sospeso, già bagnata. Era arrivata. E lui lo sapeva.
“Pensavo avresti esitato di più sulla soglia.” La sua voce aveva quella qualità di chi constata fatti già scritti. Porse la tazza. “Zenzero e cardamomo. Per scaldarti… prima.”
Prima di cosa? La domanda le morì in gola mentre accettava la tazza, consapevole che le sue dita tremavano abbastanza da tradirla.
Dago non poteva fare a meno di osservare come le cose che aveva scelto per lei le stessero perfettamente, sia per la taglia che per il colore.
L’aroma di zenzero e cardamomo le solleticò le narici. “No Signore, sorprendentemente scorrevole,” rispose, la voce più roca di quanto avrebbe voluto. Mentre portava la tazza alle labbra, osservava la stanza, assorbendo ogni dettaglio. Fu allora che lo vide.
Le gambe di Giulia si mossero verso il tavolo degli strumenti come attratte da un magnete invisibile. La sua mente catalogava metodicamente ogni oggetto. Dimensioni, materiali, possibili usi, in un disperato tentativo di mantenere il controllo, mentre il suo corpo tradiva ogni pretesa di distacco. Il respiro si era fatto più corto, i capezzoli premevano contro il pizzo del reggiseno che lui aveva scelto, l’umidità tra le cosce aumentava ad ogni passo.
Su quel tavolo c’era una storia di piacere ancora da scrivere. Le sue dita sfiorarono una corda di juta, ruvida contro la pelle sensibile. La mente le suggeriva nodi e schemi di legatura che aveva studiato online, ma il suo corpo immaginava già la sensazione di quella fibra naturale che le mordeva la pelle, che la immobilizzava, che la rendeva oggetto di piacere. Un brivido le attraversò la schiena.
Sentì Dago muoversi dietro di lei prima ancora di percepirne il calore. La sua presenza era come un campo magnetico che le faceva rizzare i peli sulla nuca. “Vedo che hai notato il mio… kit di lavoro.” Le sue parole sussurrate così vicina all’orecchio, le fecero contrarre involontariamente i muscoli interni. “Non preoccuparti, per questa volta ti farò scegliere gli oggetti che vorrai che usi su di te, io mi terrò il come e quanto.” Il contrasto tra il tono quasi professionale e il sottotesto erotico di quelle parole le fece trattenere il respiro.
Dago bevve un sorso di tisana, i suoi occhi che non abbandonavano mai quelli di Giulia riflessi nello specchio sulla parete – non le aveva permesso di distogliere lo sguardo nemmeno per un istante. “Ma credo che sia fondamentale che prima di tutto, prima di iniziare, concordiamo le regole di…” La pausa studiata le fece contrarre lo stomaco. “…di questa sessione…”
La parola ‘sessione’ risuonò nella stanza come il rintocco di una campana che annunciava l’inizio di un rituale. Giulia sentì le ginocchia cedere leggermente, grata della presenza del tavolo a cui appoggiarsi. La parte razionale del suo cervello continuava a ripeterle che erano solo oggetti inanimati su un tavolo, ma il suo corpo sapeva la verità: erano chiavi che avrebbero aperto porte che non sapeva nemmeno di avere.
“È per la tua sicurezza, prima di tutto!” La voce era calma e rassicurante, avvolgente, se Giulia avesse chiuso le palpebre probabilmente sarebbe bastata quella a farle avere un primo orgasmo.
“Le regole.” Non era una domanda. Posò la tazza con deliberata lentezza. “Due parole che devi scegliere ora. Una per fermarmi un secondo. L’altra per farmi smettere del tutto.”
Il modo in cui disse ‘smettere’ – come se gli costasse anche solo pronunciarlo – le fece contrarre qualcosa nel basso ventre.
“Zenzero per sospendere,” disse Giulia, la voce che grattava. “Wasabi se… se devo scappare.”
“Se devi scappare.” Ripeté le parole assaporandole.
“Non succederà. Ma è bello che tu creda di volerlo. Bene, ora passiamo al resto … “
Giulia aveva tirato fuori la famosa lista che il mentore le aveva fatto scrivere e il confronto sui limiti venne risolto piuttosto semplicemente.
“Quindi, per concludere questo piacevole confronto, ora potrai scegliere almeno otto oggetti, ma se vuoi di più, che io userò per masturbarti, o stimolarti, per farti assaggiare parte di questo mondo. Io ne sceglierò due.” Dago non smetteva di osservare ogni minima variazione di Giulia, la postura del corpo, come si torturava le mani, come spostava il peso da un piede all’altro. Giulia lo osservava con due occhi grandi come quelli dei personaggi dei manga giapponesi, senza fiatare, al massimo annuendo.
“Inoltre ho bisogno di sapere a che ora devi ripartire da qui, in modo da poter gestire in maniera appropriata il tempo e non farti rischiare di arrivare a casa tardi.”
Quel riferimento a casa, all’altra vita, l’altra dimensione la risveglio per qualche istante da quella piacevole trance.
“Devo essere a casa per l’ora di cena, Signore, ho fatto in modo che avessimo tutto il pomeriggio – poi con un tono diverso quasi per la vergogna aggiunse – tutto il tempo che … ci serve” le ultime due parole sussurrate con un filo di voce, il capo abbassato, più per nascondere il rossore che quel pensiero le aveva provocato che per deferenza.
Dago prese il telefono e velocemente impostò un paio di allarmi per sicurezza. Poi, già che aveva il telefono in mano fece partire una playlist di musica ambient che creava la giusta ambientazione.
“Un ultima cosa: da quando decidiamo che la sessione è partita, io ordino, tu esegui – la voce aveva cambiato leggermente tono, più decisa – ovviamente le mie richieste saranno tutte all’interno delle regole che abbiamo deciso poco fa, altrimenti sei autorizzata a urlare zenzero.” La voce era tornata suadente e le labbra avevano preso la forma di un accennato sorriso.
