Poi finalmente era arrivato il pacco. Fortunatamente, in uno dei supermercati che frequentava vi era un locker per le consegne, quindi, con la scusa di andare a fare la spesa, era andata a ritirarlo. Aveva nascosto il tutto fino al momento in cui era stata finalmente sola, poi aveva eseguito quanto lui le aveva ordinato. Aveva preparato sul letto tutto quello che aveva ricevuto, dovendo ammettere che Dago aveva buon gusto.
Continuando ad eseguire gli ordini, si era spogliata completamente, fermandosi un istante davanti allo specchio.
Si era guardata e aveva trattenuto il respiro. Quarant’anni di autocritica si dissolsero in quell’istante di nudità vulnerabile. Il suo corpo le si rivelava come un territorio mai veramente esplorato: le spalle morbide che scendevano verso seni pieni, generosi, che aveva sempre nascosto sotto camicette anonime come fossero colpe da espiare. I capezzoli, ora turgidi nell’aria fresca della camera, tradivano un’eccitazione che nemmeno lei voleva ammettere.
Le sue mani si posarono sui fianchi rotondi, quelle curve che sua madre aveva sempre definito “problematiche” e che Marco ignorava come dettagli scomodi di un progetto sbagliato. Ma sotto lo sguardo immaginario di Dago, quelle rotondità diventavano promesse di piacere, geografia di una sensualità che stava finalmente imparando a riconoscere. La pancia morbida, i segni discreti del tempo, le cosce che si toccavano dolcemente. Tutto quello che aveva sempre considerato imperfezione ora le sembrava incredibilmente, sfacciatamente femminile.
I capelli castani le cadevano liberi sulle spalle, incorniciando un viso dove gli occhi marroni finalmente osavano sostenersi. Le sue mani, le dita affusolate e curate che rappresentavano la sua unica vanità confessata, accarezzarono lentamente la propria pelle come se la stessero scoprendo per la prima volta. Era la donna che si era sempre nascosta sotto strati di rispettabilità borghese, finalmente nuda e finalmente viva.
Per la prima volta da anni, si concesse un sorriso di autentica complicità con la propria immagine, poi aveva indossato il ridotto intimo con reggiseno a balconcino, infilato la guepière e i collant in tinta. Solo allora aveva aperto la scatola di scarpe, trovandoci un particolare paio di décolleté variopinte con tacco dodici. Nel calzarle, era rimasta sorpresa di quanto le stessero perfettamente. A quel punto, aveva preso il telefono e, usando Telegram, gli aveva mandato una foto. “Signore, sembra tutto perfetto fino ad adesso, grazie.”
Infine, aveva infilato il vestito rosa, morbido, che esaltava la sua figura curvy senza segnarla. Aveva scattato una seconda foto, aspettando la sua risposta. Era rimasta vestita ad aspettare che lui le rispondesse; il tempo trascorreva in modo molto più lento, o almeno questo è quello che sembrava a lei. Telegram mostrava che lui aveva visualizzato il messaggio, ma i minuti passavano senza risposta. Ogni secondo di silenzio era una tortura, un’anticipazione che le faceva stringere le cosce mentre immaginava i suoi occhi che la studiavano attraverso quelle foto. Finalmente arrivò la risposta: “Ora puoi aprire il pacchetto regalo che hai trovato. Aspetto che tu lo apra per darti il prossimo ordine!”
Giulia aprì con mani tremanti per l’emozione il pacchetto che era piuttosto pesante. Quello che trovò dentro non la sorprese più di tanto, almeno fino a quando non iniziò a leggere la lettera in allegato. Dago le aveva regalato un vibratore, uno di quelli con una forma che non aveva mai usato, chiamato rabbit, in grado di stimolare sia internamente ma anche il clitoride. La vera particolarità era che era uno di quei giocattoli di nuova generazione che era possibile controllare a distanza. La lettera, scritta a mano, conteneva le esatte istruzioni per scaricare l’app e collegarsi, permettendogli di prenderne il controllo. Non appena Giulia completò la connessione, il telefono squillò.
“Pronto…” La sua voce tradiva agitazione e il nervosismo di un’adolescente alla sua prima avventura proibita. Il cuore le batteva nel petto, le mani sudate stringevano il telefono. Ma quando sentì la voce di Dago, quella voce profonda, controllata, che sembrava scivolare lungo la sua spina dorsale come miele caldo, tutto il suo corpo rispose con un fremito di riconoscimento. Era la voce che dava vita le sue fantasie più segrete, che l’aveva guidata attraverso piaceri mai immaginati prima. “Ciao, ora che hai ricevuto il regalo voglio che tu faccia quello che ti sto per ordinare…”
“Si Signore…” furono le uniche parole che riuscì a pronunciare mentre la bocca si asciugava e un’altra parte iniziava a bagnarsi.
Giulia si sdraiò sul letto davanti allo specchio, il vibratore che scivolava dentro di lei come una promessa mantenuta. Il suo corpo aveva già imparato a tradire ogni telefonata di Dago – umidità costante che la costringeva a cambiarsi gli slip due volte al giorno, capezzoli che si indurivano al solo sentire la sua voce.
Lui orchestrava il suo piacere come desiderava. La voce che la guidava mentre cambiava vibrazioni e intensità secondo schemi imprevedibili, tenendola sul filo del rasoio tra controllo e abbandono. Quando pensava di conoscere il ritmo, lui cambiava tutto: accelerava fino a farla inarcare la schiena, poi rallentava lasciandola sospesa nel vuoto dell’attesa.
Il piacere cresceva, la figa che pulsava fame mentre lui la portava in una dimensione che non conosceva. La voce di Dago scivolava nell’orecchio, scendeva fino alla pancia, prendeva possesso di ogni fibra. Era completamente in suo potere, eppure mai si era sentita così libera. Quando finalmente le concesse di esplodere, il primo orgasmo fu solo l’inizio di una catena che la lasciò tremante e incredula.
“Tre orgasmi,” sussurrò alle lenzuola macchiate, “Anna aveva ragione su tutto.”
“Per oggi può bastare… metti via tutto e … fammi sapere quando potresti organizzarti per avere almeno un pomeriggio in cui essere completamente a mia disposizione per farti realizzare il tuo sogno. Ci sentiamo domani.”
Giulia lo salutò con voce flebile ma rispettosa, il corpo che ancora pulsava di piacere, la mente che fluttuava in uno spazio tra realtà e fantasia. Si impose di alzarsi dal letto, anche se le gambe tremavano così tanto che dovette aggrapparsi al comodino. Si guardò allo specchio notando che stava sorridendo, un sorriso nuovo, che non aveva mai visto sul suo viso. Mise tutto via nella sua parte dell’armadio, nascondendo gli oggetti quanto bastava. Cambiò le lenzuola e, dopo una doccia, si diresse in cucina per preparare la cena per Marco, mentre la sua mente continuava a ripetere come un mantra “Tre orgasmi, ho avuto tre orgasmi… e io che non credevo ad Anna… non credevo fosse possibile.” Il suo corpo conservava ancora la memoria di quelle sensazioni, come onde che continuano a infrangersi sulla spiaggia molto dopo che la tempesta è passata.
Mentre quella voce le vibrava dentro, nella testa e nella pancia, Giulia sorrise ripensando a quanto fossero stati lontani dai clichés volgari che in parte si era aspettata. Non c’era stata imposizione cieca né arbitrarietà da subire. Dago aveva ascoltato ogni sua esitazione, ogni fremito nella voce durante le loro conversazioni notturne, mentre lei aveva imparato a offrire i propri limiti come doni preziosi. Insieme avevano costruito qualcosa di unico, loro: lui decifrando il linguaggio segreto delle sue paure, lei consegnandogli le chiavi dei propri abissi. Non era stata conquista ma negoziazione. Ogni conversazione aveva scavato più a fondo, esplorando territori dove il controllo non si prende ma si riceve, dove il potere si dona invece di essere strappato. Era stata lei, alla fine, a supplicare che quella danza di parole diventasse carne e corde, sangue e comando. Lui aveva semplicemente accettato di essere il depositario della sua resa volontaria.
Mentre il ricordo della voce di Dago le vibrava dentro, nella testa, nella pancia, tra le cosce già umide, Giulia sorrise ripensando a quanto fossero stati lontani dai clichés che si era aspettata. Non c’era stata imposizione cieca. Ogni conversazione aveva scavato più profondo, esplorando territori dove il controllo non si prende ma si riceve. Lui aveva semplicemente accettato di essere il depositario della sua resa volontaria.
La porta si aprì senza suono. Nell’ombra, una voce, la sua voce, la raggiunse.
“Hai bisogno di un invito ufficiale per entrare?”
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Sono un uomo di 57 anni nato sotto il segno del Capricorno. La mia personalità ENFJ plasma inevitabilmente la mia scrittura. Come Protagonista, sono naturalmente attratto dalle dinamiche umane, dalla complessità emotiva degli incontri, dalla tensione che si crea tra vulnerabilità e potere. Chi mi conosce nella sfera dell’intimità mi identifica come Daddy Dom, un ruolo che filtra nella mia scrittura sotto la superficie delle mie storie. Scrivo da quando, venticinque anni fa, una pagina di Stephen King fece tremare qualcosa dentro di me che non sapevo esistesse. La letteratura erotica è il mio campo d’elezione, la mia dichiarazione d’intenti più autentica.
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