Lui aveva apprezzato e rispettato questa fase che non molti mettono in pratica e le aveva raccontato molte cose di sé. Gli studi classici, la famiglia borghese benestante, un lavoro che gli permetteva di viaggiare e togliersi parecchi sfizi, il costante bisogno di tenere la mente occupata, la scoperta del BDSM durante una trasferta di lavoro in Germania e la conseguente separazione dalla moglie.
Quello che era iniziato come curiosità si trasformò rapidamente in ossessione. Nelle settimane che seguirono, Giulia si ritrovò a controllare Telegram ogni ora, in attesa dei suoi messaggi. Stava ancora sulla difensiva, consultava spesso il suo mentore, ma qualcosa dentro di lei si stava arrendendo. Dago, questo il nick che le aveva concesso di usare, cercava di capire meglio chi avesse di fronte, se davvero fosse interessata a qualcosa di reale o se fosse solo curiosità.
Da semplici telefonate e chiacchierate era riuscito a passare al livello in cui poteva iniziare a chiederle delle cose, metterla alla prova. Il suo potere non si manifestava attraverso imposizioni, ma attraverso una cortesia che disarmava completamente Giulia. “Ti dispiacerebbe toglierti le mutande per me, per piacere?” le aveva chiesto una sera, e quella richiesta gentile l’aveva eccitata più di qualsiasi comando brutale. Era riuscito a farla masturbare al telefono con lui, ma sembrava non arrivare mai il giorno in cui realizzare quello che lei aveva proposto nell’annuncio
Al limite della pazienza aveva forzato la mano: lui avrebbe accettato le regole e i limiti imposti da Giulia unicamente se lei avesse accettato di presentarsi indossando quello che lui le avrebbe ordinato, anzi, indossando quello che lui le avrebbe fatto ricevere, e fissato una data. Giulia aveva tentennato e aveva cercato di avere più informazioni, cercando di capire cosa lui avesse in mente, finché lui non aveva chiuso la discussione in modo deciso. “Ora io vado a letto. Tu pensaci su questa notte. Se entro domani a mezzogiorno non avrai accettato le mie condizioni puoi anche cancellare questo contatto!”
Aveva sbuffato, si era infilata a letto combattuta tra la curiosità di quello che lui le avrebbe inviato e l’istinto ribelle che si rifiutava di ubbidire.Aveva passato ore a rotolarsi nel letto, abbracciata al cuscino. Quando per sbaglio scivolava nel sonno, immediatamente si materializzavano immagini e sogni: quell’uomo, di cui aveva udito solo la voce e visto un paio di foto, invadeva i suoi pensieri e stuzzicava le sue fantasie. Avvertiva la sua figa pulsare e bagnarsi, bagnarsi come mai prima. In preda ad una disposizione d’animo che non aveva mai provato prima si era sfilata gli slip e masturbata più volte fino a quando era scivolata, senza accorgersene, in un sonno senza sogni e senza mutande.
Per tutta la mattina era stato in uno stato di confusione emotiva nuovo e piacevole per lei, quasi fosse stata febbricitante. Le emozioni si muovevano dal cervello allo stomaco, dalla pelle ad altre parti estremamente sensibili del suo corpo. Non aveva mai sentito i capezzoli così sensibili e reattivi. Aveva un costante fremito tra le cosce e nello stomaco.
Improvvisamente si rese conto che erano passate le undici e che il tempo stava per scadere.Le emozioni si trasformarono in panico, una forma di paura irrefrenabile ed esagerata. Con mani tremanti afferrò il cellulare e iniziò a scrivere la sua risposta sul contatto Telegram di Dago: “Va bene, Va bene, se tu mi prometti di rispettare i limiti che ho messo nell’annuncio e che abbiamo discusso, io mi impegno a indossare quello che mi manderai e a fissare una data.”
Appena inviato il messaggio la tensione sembrava allentarsi, modificarsi, come se si fosse passati dalla paura, dall’agitazione alla curiosità. Ora le era comparso anche un sorriso ad illuminarle il viso.
Il telefono vibrò in quel modo particolare che lei aveva assegnato solo a lui. Un vocale. Il cuore accelerò di nuovo mentre lo stomaco si contraeva. Aveva guardato attorno, i colleghi, come se tutti sapessero che stava iniziando una tresca extraconiugale.
Con mano tremante aveva avvicinato il cellulare all’orecchio e fatto partire il messaggio: “Non mi basta, voglio sentirti dire che mi ubbidirai e farai esattamente tutto, ripeto, tutto quello che IO – il tono della voce era cambiato, improvvisamente, come a sottolineare quella parola, quelle due lettere – ti ordinerò di fare, voglio un vocale, voglio ascoltare la tua voce – una breve sospensione – ti restano meno di 20 minuti!”
Salivazione azzerata, palpitazioni al massimo, ossigenazione quasi assente. Mai prima di quel momento si era sentita così. Quella voce, calma e profonda, sicura, decisa, inflessibile, autoritaria senza essere eccessivamente prepotente, sembrava sapere come toccare i suoi nervi e le sue emozioni, come un abile pianista sapeva quali tasti e come premerli per ottenere un certo risultato.
Ancora una volta lasciò che il suo sguardo perlustrasse l’ufficio per poi alzarsi e prendere la direzione del bagno dove avrebbe registrato il vocale che avrebbe suggellato la propria resa.
Giulia appoggiò delicatamente, timorosa, la mano alla porta e lentamente la aprì senza muovere un passo. Il profumo del legno della porta si mescolava ora agli incensi accesi per creare atmosfera. Il palo santo dominava quella danza olfattiva, il suo aroma intenso e sacro che contrastava con la profanità delle sue intenzioni. Candele tracciavano un sentiero lungo il corridoio come lucciole addomesticate, la loro luce tremolante che creava ombre danzanti sulle pareti, trasformando uno spazio ordinario in un tempio di promesse sussurrate.
La pelle le formicolava, ipersensibile, registrando ogni minima variazione della temperatura mentre l’aria tiepida dell’appartamento le accarezzava il viso. Il battito del suo cuore sembrava scandire il tempo tra due vite: quella di fuori, fatta di routine e maschere sociali, e quella che stava per iniziare, al di là di quella soglia. Percepiva una forza magnetica attirarla dentro, mentre i piedi sembravano ancorati al pavimento da catene invisibili, il corpo diviso tra desiderio e timore come un ago magnetico tra due poli opposti.
Fu allora che sentì la voce. Quella voce che per settimane aveva popolato le sue fantasie, aveva fatto vibrare il suo telefono con messaggi proibiti su Telegram, aveva guidato le sue dita verso piaceri solitari nelle ore più buie, mentre suo marito dormiva ignaro nella stanza accanto. “Hai bisogno di un invito ufficiale per entrare?” Calma. Calda. Profonda. Come whisky versato su ghiaccio, bruciava e confortava allo stesso tempo. Era la stessa voce che l’aveva condotta fin lì attraverso conversazioni e messaggi notturni, eppure era diversa, più vicina, più pericolosa, soprattutto vera e reale, e le venne naturale ripensare a qualche settimana prima.
Aveva atteso qualche giorno l’arrivo del pacco, continuando e approfondendo la relazione virtuale con lui. Dago, riusciva ad alternare momenti di cura e attenzione, in cui si informava sui gusti, sullo stato emotivo e sulle preferenze di Giulia, a momenti in cui le ordinava di fare qualcosa. Azioni che la mettevano in uno stato particolare, di imbarazzo e di euforia.
Lentamente si insinuò nella sua vita, cominciando ad influenzare il modo in cui si doveva vestire per andare in ufficio, suggerendole di curare di più i particolari: gonne, scarpe con un po’ di tacco, trucco più curato. Gradualmente, passò a ordinarle azioni sempre più audaci. Si cominciò con gesti semplici, come togliersi gli slip nei luoghi più ordinari, l’ufficio, un ristorante, un caffè, per poi passare a richieste più intime. Aveva iniziato a ordinarle di effettuare delle pratiche come masturbarsi sia a casa che in luoghi pubblici come nei bagni dei bar o dell’ufficio. Oppure scegliere oggetti ordinari da usare per i loro giochi.
L’aveva mandata a fare la spesa facendole scegliere degli oggetti di uso comune per masturbarsi. Lei aveva preso la classica carota, una bottiglia di birra e un utensile da cucina che aveva un manico di una dimensione e una forma interessante. Quello che la sorprendeva era come lui le faceva vedere il modo di tutti i giorni in modo diverso, con occhi diversi.
Quel giorno lui l’aveva fatta masturbare moltissime volte. nemmeno da adolescente, quando aveva scoperto la bellezza del darsi piacere da sola, lo aveva mai fatto così tanto. L’ultima volta di quel giorno l’aveva dovuta fare stando al telefono con lui, mentre sfregava la propria intimità, il proprio clitoride sul bracciolo del divano sussurrando: “Ecco il mio orgasmo per lei, Signore!” Il tono della propria voce, in quel momento, le era echeggiato per giorni nella mente.
Per lei la masturbazione era sempre stata un atto segreto, da fare chiusa nella sua cameretta al buio o sotto la doccia; quindi, questo farlo a comando e condividendo persino il momento del piacere stava cambiando lentamente la sua visione dell’intimità.
