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Corrispondenze Carnali - Capitolo 10 – Esplorazioni Sensoriali
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Racconto25 min di lettura

Corrispondenze Carnali - Capitolo 10 – Esplorazioni Sensoriali

Roberta scopre il subspace tra bondage e privazione sensoriale con Dago e Francesca.

Dago Heron
1 anno fa · 433 letture · 0

Francesca fece comparire la magic wand, come per magia. La posizionò sul proprio sesso con la precisione chirurgica di chi conosce perfettamente il proprio corpo, e iniziò a usarla su sé stessa. Lo strumento ronzava contro la sua carne come un calabrone elettrico. Le mani di Dago, intanto, giocavano con i suoi seni, dita che affondavano nella carne morbida pizzicavano capezzoli turgidi già pronti a esplodere di sensibilità. Poi quelle stesse mani scivolarono sui suoi fianchi, la afferrarono con la brutalità contenuta di chi sa esattamente quanto può osare, e iniziarono a guidarla sempre più furiosamente su e giù, impalandola sempre più profondamente, come sapeva bene a lei piaceva. Il corpo di Francesca oscillava tra i due poli del piacere, sospeso tra cielo e terra.

Compresso tra il cazzo che la inculava ed il vibratore che iper stimolava la sua clitoride. L’orgasmo si costruì come un’onda anomala, invisibile al largo ma devastante quando raggiunge la riva. Quando finalmente esplose, fu in un intenso e multiplo squirt che schizzò attraverso la stanza, arrivando a colpire ripetutamente Roberta. Gocce calde le bagnarono il viso, il petto, come una pioggia sacra di una cerimonia proibita. Roberta si sentì vacillare, quasi oltrepassare quel limite che le era stato vietato. Il suo corpo tremava sull’orlo del precipizio, ogni muscolo teso nello sforzo sovrumano di non cedere a quella tempesta di piacere che minacciava di travolgerla.

Il cavallo fu spento. Il silenzio improvviso sembrò avvolgere la stanza. Francesca, ancora scossa da spasmi residui di piacere, ebbe bisogno di qualche minuto prima di riuscire a muoversi. Il suo corpo brillava di sudore come alabastro bagnato da pioggia notturna. Scivolando via da Dago, gli sussurrò di non muoversi, un comando morbido ma definitivo. Voleva prendersi cura lei di Roberta, come un’artista che completa la propria opera.

Per prima cosa le tolse il morso. Le labbra di Roberta, liberate da quella costrizione, tremarono leggermente, riacquistando sensibilità millimetro dopo millimetro. Francesca le baciò con passione, lingua che cercava lingua in un’intimità che aveva superato ogni convenzione. “Ti ho lasciato tutta la sborra per te…” le sussurrò, un soffio caldo contro l’orecchio che fece contorcere qualcosa nel basso ventre di Roberta. Era un messaggio chiaro di rispetto per la loro relazione, la promessa che non avrebbe mai interferito veramente tra loro due.

Le sue dita esperte sganciarono poi le mollette dai capezzoli. Un dolore acuto, quasi elettrico, attraversò i seni di Roberta mentre il sangue affluiva nuovamente nelle punte sensibili. Era quasi più doloroso quel momento di liberazione che l’intera permanenza delle mollette. Il suo corpo sussultò, ogni terminazione nervosa ora ipersensibile dopo ore di stimolazioni e privazioni.

Con metodica delicatezza, Francesca continuò il rituale di liberazione: sciolse le braccia, sganciò i capelli dalla corda e, con un movimento fluido che parlava di esperienza, sfilò l’uncino dal suo corpo. Ogni vincolo che cadeva sembrava restituire a Roberta un frammento di sé, come pezzi di un puzzle che lentamente ricreava la sua identità frantumata dal piacere. La liberò dal cavallo e, per concludere, come una carezza finale, le slegò tutte le corde che avevano fasciato il suo corpo, lasciando sulla pelle il loro marchio che raccontava la storia di quella notte.

Essere di nuovo libera, nuda, fu una sensazione stranamente perturbante. Il corpo di Roberta ricordava ancora la pressione delle corde, come un arto fantasma che duole dopo l’amputazione. La sua pelle vibrava di una nuova consapevolezza, ogni centimetro risvegliato a sensazioni che prima ignorava esistessero. Francesca la baciò di nuovo, questa volta con una tenerezza quasi materna, e la prese per mano, guidandola verso la poltrona dove Dago attendeva.

Roberta era quasi sfinita, tremante come una foglia in una tempesta autunnale, ma l’idea di essere tra le braccia di Dago accese nei suoi occhi una luce che scacciava l’ombra della stanchezza. Salì a cavalcioni sopra di lui con le ultime forze. Sentì il suo membro scivolare dentro con facilità, accogliendolo come un viaggiatore che torna a casa dopo un lungo viaggio. Anche lui era al limite, il corpo teso come la corda di un violino prima dell’ultima nota.

La baciò dolcemente, stringendola a sé con un’intimità che trascendeva il semplice contatto carnale. I loro sessi, immobili uno dentro l’altro come matriosche russe, pulsavano di un desiderio condiviso, pronto a esplodere. In quel momento di sospensione, di attesa pulsante, Roberta sentì che qualcosa in lei era cambiato definitivamente, come un fiume che trova un nuovo corso dopo una piena devastante.

Francesca comparve dietro di loro, con un nuovo accessorio: indossava uno strap on! La sagoma scura del fallo artificiale si stagliava contro la sua pelle pallida come un’arma.

Con la grazia predatoria di una pantera, si avvicinò alle due figure intrecciate. Le scivolò dentro il buco rimasto libero, un’invasione lenta e inesorabile che completava il circolo. Roberta era veramente al limite. Il gemito prolungato che le uscì dalla gola ne era la prova: un suono gutturale che, risaliva dagli abissi dell’inconscio, attraversava la carne vibrante e emergeva nell’aria come la confessione ultima della sua resa.

“Ora puoi godere, piccola troietta…” L’ordine di Francesca, sussurrato con voce roca di desiderio, cadde su Roberta come l’assoluzione dopo una lunga penitenza. Quelle parole scatenarono la belva che si contorceva sotto la pelle, liberandola dalla sua gabbia dorata.

Roberta iniziò a muoversi, furiosa, cavalcando entrambi i falli con la foga selvaggia di chi si è trattenuto troppo a lungo. Il cazzo di carne di Dago pulsava dentro la sua figa, quello di silicone di Francesca le riempiva il culo. Due presenze solide che cancellarono ogni pensiero, ogni identità, ogni cosa che non fosse pura sensazione.

Fu come l’esplosione del big bang. Il tempo si dilatava, i secondi divennero ore, le ore divennero istanti. I suoni si ovattavano, trasformandosi in una sinfonia distorta e irriconoscibile. Corpo e mente si dividevano, sparati in dimensioni diverse, lontane ed opposte. La Roberta razionale, la donna in controllo, l’executive di successo, si dissolse come cenere al vento, lasciando solo una creatura di carne e nervi che godeva senza vergogna.

Dago esplose rapidamente dentro di lei, un vulcano incapace di trattenersi oltre. Ma sepolto dal corpo delle due donne, da lì non poteva scappare. Il suo cazzo continuava a pulsare dentro Roberta, intrappolato nella morsa calda della sua vagina, costretto a sentire ogni spasmo, ogni contrazione.

L’orgasmo di Roberta fu tanto intenso che sembrava strapparle l’anima dal corpo, onde di piacere che la sommergevano come un mare in tempesta. La sua figa si contrasse violentemente attorno al cazzo di Dago, i muscoli interni che tremavano, pulsavano, succhiavano ogni goccia di sperma dalle sue palle. Quella sinfonia di carne provocò un nuovo orgasmo a Francesca, che si riversò in gemiti gutturali contro la nuca di Roberta.

Roberta era stata tenuta sul limite per così tanto tempo, così crudelmente vicina al precipizio senza poter saltare che, quando finalmente le fu permesso di farlo, perse il controllo del corpo. Non era più lei a decidere, ma una forza che la abitava, un demone di piacere ne aveva preso il controllo. Continuò a muoversi come una posseduta, avendo orgasmi multipli che si accavallavano come onde su una spiaggia, finché il suo corpo iniziò a tremare incontrollato, spasmi che parlavano di un’estasi che sfiorava la sofferenza.

Francesca, con la saggezza di chi ha visto molte volte questo abbandono totale, si staccò delicatamente dal corpo tremante di Roberta. Comparve poco dopo con una calda coperta, soffice come un abbraccio materno. Avvolse Dago e Roberta con premura, lasciandoli lì, tranquilli, a cercare di riprendersi, i corpi intrecciati in un groviglio di arti esausti.

Lei si allontanò silenziosa, aveva bisogno di bere qualcosa, di stare sola e rimettere ordine alle sue emozioni e ai suoi pensieri.

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Scritto da
Dago Heron

Sono un uomo di 57 anni nato sotto il segno del Capricorno. La mia personalità ENFJ plasma inevitabilmente la mia scrittura. Come Protagonista, sono naturalmente attratto dalle dinamiche umane, dalla complessità emotiva degli incontri, dalla tensione che si crea tra vulnerabilità e potere. Chi mi conosce nella sfera dell’intimità mi identifica come Daddy Dom, un ruolo che filtra nella mia scrittura sotto la superficie delle mie storie. Scrivo da quando, venticinque anni fa, una pagina di Stephen King fece tremare qualcosa dentro di me che non sapevo esistesse. La letteratura erotica è il mio campo d’elezione, la mia dichiarazione d’intenti più autentica.

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Commenti 1

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  1. Anna

    A parte alcuni passaggi un po' troppo forti, mi sono piaciute le descrizioni sulla mente delle donne protagoniste. La dominazione soprattutto quella mentale amplifica i gesti e li anticipa spesso e volentieri

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