Poi arrivò, secca, decisa, la prima scudisciata sul culo. La carne si contrasse, un calore improvviso le invase la pelle lasciando un’impronta invisibile. Subito dopo un fremito, qualcosa di simile ad una scossa, ma diversa sulla pancia. I muscoli addominali si tesero involontariamente, creando onde superficiali sotto l’epidermide. Poi una frustata sui seni, seguita subito dopo da una scossa, questa volta veramente una scossa elettrica, all’interno coscia. Il muscolo si contrasse violentemente, mandando impulsi fino al centro del suo sesso.
La sequenza era stata fatta con tempismo studiato, dandole il tempo di assaporare le differenze. Poi Francesca accese la magic wand, un programma che variava continuamente intensità e durata della vibrazione. Il clitoride, imprigionato sotto quella sfera vibrante, pulsava come un secondo cuore, inviando scariche di piacere lungo tutta la sua spina dorsale. E poi ricominciò l’alternarsi tra scudisciata, frustata, scossa lieve e scossa intensa. Mai la stessa sequenza. Mai gli stessi punti. Bendata non poteva prevedere, prepararsi. Era un minestrone di emozioni e sensazioni che sobbolliva continuamente, borbottando, esattamente come quel gemito che sgorgava dalle labbra di Roberta. Era un suono che riusciva a mischiare acuti e bassi, a raccontare il dolore ed il piacere fino a quasi creare un nuovo tipo di gemito, una nuova emozione.
Improvvisamente qualcuno le sfilò la benda. Le ci volle qualche secondo per abituarsi di nuovo alla luce, anche se era soffusa. Il mondo riacquistò forma e colore gradualmente, come un dipinto che emerge da una nebbia acquosa. Appena riuscì a mettere a fuoco, vide che Francesca e Dago continuavano a ruotare attorno a lei, tenendo ciascuno due oggetti in mano. Alcuni di quegli oggetti avrebbe scoperto meglio più tardi nome e funzione.
Dago impugnava in una mano quello che a tutti gli effetti sembrava il frustino di un cavallerizzo e nell’altra qualcosa che sembrava uno stiletto, che in realtà era uno zapper, che dava delle intense scosse localizzate in un punto. La vista dell’accessorio le contrasse involontariamente i muscoli addominali, il corpo che ricordava quelle scariche prima ancora che la mente le rievocasse.
Francesca invece aveva scelto un gatto a nove code di cuoio, che maneggiava con destrezza, colpendo senza lasciare particolari segni se non il rossore e un oggetto che a Roberta sembrava avere visto dall’estetista e che rilasciava una scossa elettrostatica sulla superficie della pelle. Le lingue di cuoio danzavano nell’aria come serpenti ammaestrati, pronti a mordere la sua carne al minimo cenno della loro padrona.
Continuarono quel gioco ancora per un po’, anche se ora che poteva vedere, quasi prevedere quello che sarebbe successo era diverso. Non meno doloroso o piacevole. Diverso. Avere ottenuto di nuovo un senso importante come la vista aveva quasi abbassato la sensibilità della pelle, del suo corpo. Gli occhi rubavano energia agli altri sensi, la mente ora divisa tra l’anticipazione visiva e la ricezione tattile. La magia dell’ignoto si era dissolta, sostituita dalla tensione dell’attesa, dal vedere la mano alzarsi prima di sentire l’impatto sulla pelle. Come guardare la tempesta formarsi prima di essere colpiti dal fulmine.
Li vide allontanarsi di nuovo, complottare e concordare qualcos’altro con sguardi complici che escludevano la sua comprensione. Posarono gli oggetti usati fino a quel momento come chirurghi che cambiano strumenti a metà operazione. Francesca tornò impugnando un grosso pennarello nero, lo stappò con un gesto teatrale mentre le labbra si piegavano in un sorriso predatorio. Un fremito percorse la pelle di Roberta quando sentì la punta fredda e umida tracciare segni sulla carne, parole che non poteva leggere ma che percepiva come marchi di possesso. Sul viso, sulle cosce, sul sedere: ogni centimetro di pelle libera dalle corde diventava pergamena per quella calligrafia di dominazione.
Il telefonino di Francesca catturò quei momenti con piccoli flash che facevano battere le palpebre di Roberta. Poi le mostrò l’opera, lo schermo come uno specchio digitale che rifletteva una verità cruda e innegabile.
Roberta, per la prima volta, poté vedere parzialmente il suo stato, la sua condizione. L’immagine le provocò un tuffo al cuore e una fiammata al basso ventre. Era quasi irriconoscibile a sé stessa, come se quella metamorfosi carnale avesse cancellato la donna che era stata fino a poche ore prima. Il viso stravolto, il trucco colato in rivoli neri come lacrime di una divinità pagana. Il corpo ricoperto di segni rossi, un arcipelago di sensazioni impresse sulla pelle. E ora, quelle scritte degradanti in italiano e inglese, parole oscene che la riducevano a puro oggetto sessuale. Eppure, nel leggerle, sentì una vampata di eccitazione più forte di qualsiasi frustata.
Dago, nel frattempo, aveva rimosso la magic wand dal suo sesso pulsante con la delicatezza di chi stacca un cerotto. I muscoli del pube di Roberta si contrassero in un lamento silenzioso, privati della vibrazione che ormai era diventata una presenza costante. Sotto di lei apparve un oggetto che aveva l’aspetto di una sella di cavallo, lucida e minacciosa nella sua semplicità. Lui la sganciò dalle catene con gesti sicuri, provocando un momentaneo sollievo ai suoi polsi indolenziti. Le dita di Dago si mossero sulle braccia di Roberta, massaggiando con cura i muscoli contratti, riattivando la circolazione nelle zone arrossate dalle polsiere. Un’attenzione quasi tenera che contrastava con quanto avrebbero fatto dopo. Francesca ne approfittò per liberarla dalla barre che la obbligava a tenere le gambe aperte.
Con decisione Dago le bloccò i polsi dietro la schiena, creando un nuovo livello di impotenza che le fece arricciare le dita dei piedi. La guidò sulla sella dall’aspetto innocuo, le cosce aperte a cavalcarla mentre qualcosa di duro premeva contro la sua fessura. Le fissò le cosce con cinghie di cuoio, immobilizzandola in quella posizione offerta, ogni muscolo esposto e vulnerabile. L’unica cosa che poteva muovere adesso era il bacino, un’illusione di controllo che ben presto avrebbe scoperto essere la sua prossima tortura.
Nel frattempo, Francesca aveva posizionato davanti a lei un’ampia poltrona. Una volta che concordarono che tutto fosse pronto, la donna prese per mano Dago, facendolo accomodare sulla poltrona. La mano di Francesca gli afferrò subito il cazzo, quasi volesse assicurarsi che fosse duro quanto lei desiderava ma, mentre lo faceva, cercava gli occhi di Roberta.
Quello sguardo diceva tutto: non era un gesto di esclusione, ma un invito a partecipare attraverso la visione, a sentire vicariamente ciò che le era negato toccare. Un gioco di potere dove la vista sostituiva il tatto.
Senza perdere il contatto visivo abbassò la testa, iniziando a gustarsi le gocce di precum che, l’eccitazione provata per tutto il tempo, avevano ricoperto il glande. E dopo quel primo assaggio, ingorda, lo succhiò tutto in bocca.
Roberta non riusciva a capire se quello che provava fosse gelosia, invidia, eccitazione, rabbia o cos’altro. Sentimenti contrastanti si scontravano dentro di lei come in una pista di autoscontri. C’era qualcosa di ipnotico nel vedere quelle labbra avvolgere il cazzo che conosceva così bene, come assistere ad un’interpretazione di una canzone familiare eseguita da un altro artista.
Mentre lottava con quelle emozioni inafferrabili, il congegno sotto di lei iniziò a vibrare. Una vibrazione sorda che non le faceva vibrare solo il sesso, ma le faceva vibrare anche il cervello. Era come sentire un basso potente attraverso tutto il corpo, ogni cellula che risuonava con quella frequenza profonda. La clitoride, già sensibilizzato dagli stimoli precedenti, captava ogni minima variazione di intensità, trasformandola in pulsazioni elettriche che risalivano verso il midollo spinale.
Poi la vide scivolare sopra Dago, sempre rivolta verso di lei, quasi a creare una connessione tra donne, uno scambio di emozioni, di pensieri e di molto altro. La figura di Francesca si stagliava contro la luce come una divinità greca, pelle alabastrina attraversata da fremiti di anticipazione. Ogni suo gesto sembrava calibrato per lo sguardo di Roberta, una performance intima studiata soltanto per lei.
Francesca si impalò sul cazzo guidandolo direttamente nel suo culo con un movimento lento e deliberato, il viso che si contraeva in una smorfia di piacere mescolati in proporzioni perfette. Si aprì, si offrì allo sguardo di Roberta che, immobilizzata, con il morso che le consentiva solo di grugnire come una bestia in calore e il cavallo vibrante sotto di lei che la stava tenendo su un limite quasi irresistibile, aveva l’impressione di impazzire in quella tortura delicata e raffinata. Una parte remota del suo cervello, quella che galleggiava sopra il caos delle sensazioni crude, iniziava a rilasciare serotonina e dopamina, trasformando la sua mente in un caleidoscopio chimico dove niente aveva più forma definita.
