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Corrispondenze Carnali - Capitolo 9 – Geometrie Carnali
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Racconto18 min di lettura

Corrispondenze Carnali - Capitolo 9 – Geometrie Carnali

Racconto erotico per adulti. Una storia di dominazione e scoperta in un triangolo di desiderio. +18 anni. esplorare nuove dinamiche di piacere. Solo per adulti.

Dago Heron
1 anno fa · 442 letture · 0

Non riusciva a staccare gli occhi da quei due corpi femminili, così diversi eppure ugualmente magnetici: Francesca con la sua maturità scolpita dal tempo, curve che raccontavano una storia di esperienze vissuta; Roberta con la freschezza della sua femminilità, l'elasticità della carne che prometteva immediata risposta ad ogni stimolo.

Dago si avvicinava a loro, girava intorno, come uno squalo che studia le sue prede prima dell'attacco. Il suo corpo si liberava progressivamente dei vestiti che lo soffocavano. Prima la giacca, poi la camicia, infine le scarpe e le calze. Aveva bisogno di sentire il pavimento freddo sotto i piedi nudi, di sentire il contatto con qualcosa di solido, come un ballerino che cerca il contatto con il palco.

Mentre si muoveva, le studiava. Due donne. non una cosa semplice da gestire. Aveva sempre riso di fronte alla classica fantasia di tutti gli uomini di fare sesso con due donne. Ogni volta che visualizzava la scena si immaginava come l'asino di Buridano, indeciso su quale donna soddisfare prima. Nelle sue fantasie la scena si concludeva sempre con le due donne che, scoperta la reciproca complicità e complessità, abbandonavano l'uomo come un attrezzo divenuto superfluo, inutile. Per questo aveva sempre preferito una sola donna, un solo corpo da venerare con attenzione totale e indivisa, da esplorare nella sua totalità. Eppure, qui, la situazione che si era generata era diversa, molto diversa.

Francesca si nutriva delle labbra di Roberta, le dita esperte che esploravano quel corpo più giovane con l’abilità di una musicista. I suoi occhi, quegli occhi che avevano visto mondi che Dago poteva solo immaginare, restavano ancorati ai suoi, imprigionandolo in una complicità silenziosa. Non stava semplicemente dando piacere a Roberta; stava provocandolo, invitandolo ad un gioco le cui regole si intravedevano, lasciando spazio a mutevoli accordi.

Il gioco degli sguardi trasformava ogni carezza in una dichiarazione d'intenti. Francesca affondò le dita nei capelli di Roberta, tirandoli indietro per esporre la gola vulnerabile. La marchiò con morsi calibrati, abbastanza intensi da lasciare tracce temporanee, abbastanza delicati da non varcare il confine dell'autentico dolore. Ogni gemito che sfuggiva dalle labbra di Roberta era un messaggio per Dago che, piano piano, elaborava una nuova versione di piacere che passava attraverso una donna per arrivare all'altra e tornare a lui arricchito di nuovi sapori. Aveva fotografato centinaia di corpi nudi, li aveva studiati, eppure l'elettricità che emanava dall'intreccio di quei due corpi aveva qualcosa di nuovo e di sconosciuto che lo stuzzicava.

Senza pensare, la sua mano afferrò uno degli oggetti disposti con ordine meticoloso sulla parete: un cane di rattan, arma e carezza simultaneamente. La canna flessibile vibrava già tra le sue dita, come se avesse una vita propria, come se riconoscesse il corpo che stava per marcare.

Il primo colpo atterrò sul sedere perfetto di Roberta con un sibilo seguito dal suono secco del contatto con il suo corpo. Un colpo misurato, non una punizione ma un'introduzione, un biglietto da visita del dolore. Il corpo di lei sussultò, sorpreso da quella sensazione che interrompeva il flusso di piacere in cui Francesca l'aveva immersa. Il secondo colpo colpì le natiche di Francesca. Lei non sussultò; il suo corpo aveva conosciuto quel linguaggio troppe volte per esserne sorpreso. Ma i suoi occhi si illuminarono di un'intensità nuova, un riconoscimento. Le pupille dilatate parlavano un linguaggio che trascendeva le parole, una provocazione a vedere fino a dove lui sarebbe potuto arrivare. Non era una sfida, era una richiesta, la voglia di conoscere un lato di lui che aveva subodorato ma mai esplorato.

Ad ogni giro intorno alle due donne, Dago sceglieva un punto diverso da colpire. Variava l'intensità come un musicista varia le dinamiche di una composizione. Piano, forte, pianissimo, fortissimo, creando una sinfonia sui loro sederi, sulle loro chiappe, colorandoli di sfumature rosso passione. Le reazioni erano diverse come le loro personalità. Francesca accoglieva ogni colpo come un dono atteso, il respiro che si faceva più profondo, il corpo che si spingeva impercettibilmente verso la fonte del dolore invece di ritrarsi. Conosceva quel territorio, vi aveva costruito templi dove venerava le divinità del piacere e del dolore.

Per Roberta era diverso. Ogni colpo era una rivelazione, ogni bruciore una porta che si apriva su stanze che non sapeva esistessero dentro di sé. Avvolta nelle braccia esperte di Francesca, sostenuta da quel corpo che sapeva esattamente come piegarsi al dolore per trasformarlo, scopriva nuove sensazioni ed emozioni. Il calore delle zone colpite non restava confinato al punto d'impatto, ma si irradiava verso il centro della sua femminilità in onde concentriche, creando connessioni elettriche tra terminazioni nervose che non sapeva potessero comunicare.

Dago sentiva crescere dentro di sé una connessione con Francesca che trascendeva la loro storia condivisa. Non era semplicemente il passato di amante e cliente. Era qualcosa di diverso: il riconoscimento di ruoli e complicità che potevano, tramite Roberta, esplorare nuove e più complesse dinamiche.

La voce di Francesca, improvvisamente dura e perentoria, scosse gli equilibri: "Non ti azzardare a godere senza che io ti abbia dato il permesso!" Mentre lo diceva, con una mano aveva afferrato il viso di Roberta, obbligandola a guardarla negli occhi, mentre l'altra mano continuava ad avere il completo possesso della sua figa e del suo piacere.

Dago, sorridendo, si era avvicinato alle spalle di Roberta. "Francesca, solo Francesca potrà darti il permesso di godere!" Roberta sentì improvvisamente il bisogno di godere, diventare impellente, come se quei due divieti avessero amplificato il suo piacere, fino a renderlo urgente. "Prova a godere e, credimi, te ne pentirai." Il tono di Francesca ora era molto diverso dal tono di quando erano a tavola. Le ricordava il tono della signorina Rottenmeier di Heidi, un tono che non accettava altro che l'obbedienza incondizionata.

Si sentiva fisicamente e mentalmente schiacciata tra quelle due forti personalità. Nuda, esposta, alla loro mercé ma, allo stesso tempo sentiva che non avrebbe desiderato essere in nessun altro posto. Mentre gongolava in quel pensiero, uno schiaffo non troppo forte la colpì in pieno viso. "Francesca sta aspettando che tu le dica di avere capito". La voce pacata di Dago le stava dando le istruzioni per iniziare a vivere nella maniera corretta questa dinamica. Uno dei suoi neuroni prese nota di chiedergli successivamente come faceva a conoscere quelle regole. "Sì ho capito…" rispose con una voce flebile, mentre cercava di non venire sulla mano di Francesca che improvvisamente si mosse dandole un violento schiaffo sulla figa. "Si dice: Sì Signora, ho capito!" Un lungo silenzio, poi un altro schiaffo, più forte del primo che, per assurdo, la portò ancora più vicino all'orgasmo. "Sì… Signora… ho… capito…" rispose balbettando, cercando con tutte le sue forze di non avere un orgasmo.

Una carezza di Dago, mentre si allontanava, aveva dato a Roberta quella piccola conferma di avere fatto la cosa giusta. Poi le mani di Francesca si impossessarono di nuovo del suo corpo muovendolo come se fosse una marionetta. Si sorprese a pensare che questa cosa la stava eccitando in modo inaspettato.

"Ti basta una parola per fermarci…" la voce di Francesca, calma, un sussurro, rassicurò quelle poche parti che si stavano agitando. Per quanto Dago stesse tenendo un atteggiamento particolare, che lei non aveva mai visto prima, continuava a fidarsi di lui, il suo sguardo continuava a farla sentire al sicuro

Lo vide tornare verso di lei con una striscia nera in mano, una striscia di cuoio, un collare come quello che suo padre comperava per il loro molosso. Deglutì, sicura che fosse per lei, avendo la certezza che quel gioco, se così si fosse potuto chiamare, sarebbe stato per farle esplorare mondi e sensazioni nuove.

Francesca le raccolse i capelli mentre lui le fasciava il collo con quel collare, lo stringeva, chiudeva. "Questo serve solo a farti entrare di più nel ruolo" lui la guardava dritto negli occhi, con quel sorriso sornione accennato. "Poi vale quello che ti ha detto Francesca."

Come Dago ebbe finito la sua azione, fu la volta di Francesca che con una abilità magistrale fece scivolare corde attorno al suo corpo, prima fasciandole il petto, poi stringendo, avvolgendo i giovani grossi seni di Roberta, strizzandoli in un abbraccio completamente nuovo. Una sua amica a New York le aveva fatto vedere dei video affascinanti e aveva fatto qualche ricerca. Poi la situazione era evoluta velocemente ed era rientrata in Italia senza avere il tempo di parlarne con Dago. Era una sensazione particolare, una costrizione che quasi liberava altre frontiere.

Prima di andare avanti…

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