Poi vi appoggiò la bocca, le labbra morbide, calde, umide, accarezzandolo per tutta la lunghezza con la lingua in un gesto quasi devozionale, ricoprendolo di saliva, mentre le dita erano scivolate tra le sue gambe, a giocare con lo scroto e con le palle con una familiarità che escludeva esitazioni.
Dago chiuse gli occhi dal piacere per un solo istante, un riflesso involontario di fronte a quella scarica di sensazioni che lo attraversava, e lei ne approfittò per risucchiarlo avidamente tutto in bocca, una mossa opportunistica che parlava di attenta osservazione. Si sarebbe maledetto per avere perso quello spettacolo, quel preciso momento in cui l’espressione di lei si trasformava nell’accoglierlo.
Lasciò per un po’ che lei placasse il suo desiderio e le sue voglie succhiandolo come lei desiderava, concedendole quella parentesi di controllo, poi la afferrò per i capelli con la decisione di chi rivendica un territorio, sfilandoglielo dalla bocca in un gesto che mescolava dominio e ammirazione.
Roberta fece per protestare, un’ombra di frustrazione che le attraversava il viso, ma lui stava già spingendoglielo tra le labbra, riprendendo il controllo del ritmo, della profondità, del tempo. “Volevo solo guardarlo scomparire nella tua bocca!”
Roberta, a quelle parole, si sentì pervadere violentemente dal desiderio, una fiammata che le attraversava dal basso ventre fino alla gola. “Scopami!” gridò con lussuria, quella voce mutata, più grave e viscerale, che emergeva solo in questi momenti di abbandono totale.
Dago si concesse ancora qualche istante di piacere nella sua bocca, un’ultima indulgenza prima del cambio di scena, poi la strappò dal suo fallo con l’impazienza di chi ha aspettato troppo, mettendola in piedi. La appoggiò al muro con la fermezza di chi sa esattamente cosa vuole, mentre le apriva freneticamente la camicetta con una mano e le sollevava la gonna con l’altra, gesti simultanei orchestrati. La riempì con la violenza dell’esigenza di sentirla sua, un possesso che andava oltre il fisico, un’affermazione di reciproca appartenenza.
Roberta si aggrappò al suo corpo, usando le braccia e le gambe per afferrarsi a lui come un naufrago alla sua zattera, mentre Dago spingeva ripetutamente, con tutte le sue forze. Carezze, baci, morsi. I corpi sembravano ballare una capoeira del sesso, ancora affamati, desiderosi, l’uno dell’altro, come se tutto quello che avevano fatto e vissuto nelle ore appena passate non fosse successo.
Un minuto, dieci minuti, mezz’ora. Nessuno dei due si rese conto di quanto poteva essere passato. Il tempo si era liquefatto, diventando una sostanza malleabile che seguiva le curve del loro piacere invece che i ticchettii meccanici dell’orologio.
L’orgasmo li travolse ancora una volta, un’onda sismica che si propagava da un corpo all’altro senza soluzione di continuità. Rimasero avvinghiati, baciandosi mentre la curva del piacere lentamente scendesse a livelli accettabili, come paracadutisti che planano dolcemente dopo il salto nel vuoto. I sessi ancora uniti in un ponte di carne pulsante, le bocche che gustavano le ultime stille di piacere come degustatori di un liquore raro, cercando di trattenere il più possibile quell’attimo di perfezione prima che la realtà tornasse a reclamarli.
“Andiamo a casa,” disse Dago, quasi con un tono di supplica, gli occhi ancora accesi di promesse non mantenute.
Cercarono di risistemarsi, un rituale frettoloso di bottoni e capelli che sembrava solo sottolineare ciò che tentava di nascondere. Rientrati nella sala, gli sguardi degli altri commensali li avvolsero come un mantello invisibile. Una coppia di mezza età li fissava con disapprovazione non dissimulata, sentinelle di una moralità che avevano deliberatamente trasgredito. Un giovane solitario distolse lo sguardo troppo tardi, permettendo a Roberta di cogliere la sua invidia malcelata. Un gruppo di donne più mature scambiava sussurri complici, risatine che parlavano di memorie riaccese. Il cameriere passò con un sorriso ambiguo, come se non fosse la prima coppia a usare il bagno per scopi non previsti dal locale.
Sotto quella costellazione di occhi giudicanti e desideranti, Dago sentì una strana miscela di imbarazzo e orgoglio. Roberta, invece, sembrava nutrirsi di quell’attenzione, le guance colorate non di vergogna ma di eccitazione persistente.
Conclusero rapidamente la cena e sgattaiolarono verso la macchina, il tragitto verso casa che sembrava allungarsi con crudele elasticità temporale.
Roberta lo torturava deliberatamente. Mentre lui navigava un traffico ostile, lei gli lambiva il collo, le labbra premute contro la pelle calda dell’orecchio, sussurrandogli oscenità che suonavano come preghiere. “Voglio che mi scopi fino a farmi dimenticare chi sono,” gli mormorò, la voce ridotta a una vibrazione carnale che riverberava direttamente nelle sue viscere. “Voglio sentirti così profondamente dentro che sarò incapace di distinguere dove finisco io e inizi tu.”
Dago rubava baci a ogni semaforo rosso, una mano che risaliva la coscia fino a zone proibite. Se fossero stati in autostrada si sarebbe fermato alla prima piazzola. Ma non ora, non con la città che li separava ancora dal letto.
Posteggiarono e raggiunsero il portone quasi correndo, l’urgenza di adolescenti più che di adulti. Nell’ascensore, Roberta lo spinse contro la parete, le mani sotto la camicia a cercare pelle, le labbra che divoravano il collo, la mascella, la bocca.
Chiusero la porta e si fusero in un bacio furente. Le mani strappavano vestiti con urgenza disperata, bottoni che saltavano, cerniere forzate. La giacca di lui cadde, seguita dalla camicetta. Finalmente nudi, nello spazio di un respiro si studiarono, lei contro la parete, pelle ambrata che catturava la luce, lui inginocchiato, gli occhi scuri di un desiderio attraversato da due anni d’assenza.
Dago affondò la lingua nel centro del suo piacere, trovando la clitoride con memoria tattile perfetta. Le sue dita esploravano altre aperture, geometrie intime riscoperte. I gemiti di Roberta alimentavano la sua fame in un circuito perfetto.
La prese sul pavimento con un’urgenza che parlava di necessità più che di scelta. Ma non era abbastanza. Voleva sentirla abbandonarsi completamente. La guidò verso una sedia, sedendosi e facendola scivolare sopra di sé. Le permise di trovare il proprio ritmo mentre orchestrava una sinfonia parallela — la bocca sui capezzoli, le mani che modellavano le natiche, il sesso che riempiva uno spazio che sembrava esistere solo per lui.
Per qualche istante bocca e mani di Dago divoravano i suoi seni, un capezzolo imprigionato tra i denti, tirato fino al limite del dolore, mentre le dita affondavano nella carne delle sue natiche, marchiandola. Un dito, umido di saliva, invase quell’apertura stretta, facendola sussultare. La bocca risalì per reclamare le sue labbra, le lingue che lottavano per il dominio, mentre le mani esploravano e si impossessavano del suo corpo.
Roberta, con il corpo in fiamme, si staccò da lui e si mise a quattro zampe sul tappeto. Abbassò le spalle e alzò il culo, esponendosi completamente, un gesto che contemporaneamente era offerta e provocazione.
