Tutti questi pensieri vennero disintegrati come cristallo sottile sotto le spinte decise di Dago che prendeva possesso della sua femminilità con un’intensità differente. Aveva la netta sensazione che si muovesse in modo diverso, più selvaggio, più primitivo, come se la presenza di Rebecca avesse liberato una parte di lui che non aveva potuto conoscere prima. Di conseguenza, le onde di piacere che la attraversavano avevano una nuova geometria, un’intensità che sfiorava il dolore.
Si abbandonò completamente a quella corrente impetuosa, affamata di quelle sensazioni che la stavano travolgendo. Mentre le dita di Rebecca aggiungevano perle di piacere qui e là.
Poi l’assenza. Il vuoto lasciato dal cazzo di Dago quando abbandonò la sua carne. Un vuoto subito colmato dalla bocca famelica di Rebecca, le cui dita proseguivano la loro danza oscena. Non era la stessa cosa, eppure c’era qualcosa di blasfemo, di sacrilego nel modo in cui quella lingua femminile la possedeva dove un momento prima c’era stato lui.
Le dita di Rebecca le violavano entrambe le aperture con una facilità sorprendente, come se avesse mappato quel corpo mille volte in qualche vita parallela. Dentro, fuori. Esplorando. Invadendo. Le unghie smaltate graffiavano appena le pareti interne, un dolore sottile che amplificava ogni altra sensazione. Mentre quella lingua, dio, quella lingua, non concedeva tregua al suo clitoride, ormai gonfio e ipersensibile come una ferita aperta.
Lo vide ricomparire, quel fallo lucido dei suoi umori, stagliarsi contro la carnagione pallida di Rebecca, aprirsi un varco tra le sue natiche con brutalità calcolata. Rebecca lo voleva così – selvaggio, dominante – lo si capiva dal modo in cui inarcò la schiena per accoglierlo, dal gemito strozzato che le uscì dalla gola mentre lui affondava nel suo culo con un unico movimento imperioso.
Roberta osservava, ipnotizzata, questa violazione consensuale. Attraverso la nebbia del proprio piacere, immaginava il volto di Rebecca contrarsi in quella smorfia ambigua, sospesa tra estasi e dolore, mentre il cazzo di Dago scompariva tra le sue chiappe come un’arma che torna nel fodero. Era pornografia in carne e ossa, a pochi centimetri dal suo viso, talmente reale da sentirne l’odore, il calore, il suono osceno di carne dentro carne.
La sua lingua trovò istintivamente la figa di Rebecca – più per fame che per generosità – leccando con ferocia quel nettare che colava in fiotti sempre più abbondanti. Alternava la sua attenzione tra il sesso femminile e le palle di Dago che oscillavano ipnotiche ad ogni spinta. Una depravazione che non sapeva di possedere si impossessò di lei, spingendola a leccare quella giuntura sacrilega dove il maschio penetrava la femmina, assaporando entrambi in un unico gesto.
Questo triangolo di corpi, questa geometria di carne e desiderio, questa trinità profana aveva un ritmo proprio, come se seguissero tutti lo stesso battito primitivo. Roberta fu la prima a cedere, travolta da un orgasmo che le esplose tra le gambe come una granata, scuotendola con violenza tale da strapparle un urlo animalesco. I muscoli interni si contrassero spasmodicamente attorno alle dita di Rebecca, imprigionandole in una morsa umida.
Rebecca la seguì quasi immediatamente, il suo corpo scosso da tremiti sempre più violenti, finché non cedette completamente. Il suo orgasmo fu uno spettacolo di abbandono totale, la figa che pulsava e si contraeva, le labbra che si aprivano in un grido muto. La pioggia calda che investì il viso di Roberta a suggellare la sua resa, uno squirt, un getto potente e incontrollato.
Infine, subito dopo arrivò l’orgasmo di Dago, mezzo nel culo di Rebecca, mezzo schizzando sul viso di Roberta.
Dago si sentiva svuotato fino all’osso, prosciugato. Il suo corpo, quello che riusciva ancora a percepire come suo, giaceva inerte tra le lenzuola impregnate di sesso, come un naufrago spiaggiato dopo la tempesta perfetta. La testa gli pulsava, troppo piena di immagini oscene che rifiutavano di dissolversi. I corpi delle due donne, fusi e separati, congiunti attraverso il suo, geometrie carnali in costante mutazione. Il suo cazzo, ancora sensibile fino al dolore, tremava al semplice pensiero.
Va bene tutto, pensò con amara ironia, ma quando è troppo è troppo.
Si staccò dal groviglio umido di membra femminili, un’impresa che richiese uno sforzo titanico a muscoli che imploravano riposo. L’aria sulla pelle nuda gli parve improvvisamente fresca, quasi purificante. C’era un’urgenza in lui, un bisogno di spazio, di solitudine, un bisogno primordiale che distingue l’uomo dalla donna.
Mentre le due donne restavano distese sul letto, abbandonate all’oblio del piacere, come sirene affamate arenate su un’isola deserta, lui si allontanò barcollando, ogni passo una piccola agonia che mascherava un piacere perverso. Lasciò che i loro sospiri e i loro corpi intrecciati diventassero lo sfondo, un affresco barocco che preferiva contemplare da lontano.
Era ora di cercare pace ed energia in cucina. Il suo stomaco vuoto reclamava attenzione con una voracità che quasi eguagliava quella dei loro sessi. Una colazione abbondante non era più un’opzione, ma una necessità vitale, come l’ossigeno dopo un’immersione troppo profonda.
Roberta scivolò lentamente fuori dal torpore estatico, tornando al mondo dei vivi a piccoli frammenti di coscienza. Aprì gli occhi e si trovò faccia a faccia con Rebecca, i loro respiri che si mescolavano come le loro essenze poco prima. Le labbra ormai nude di rossetto erano leggermente gonfie, tracce livide di morsi e succhiotti costellavano quel collo diafano. Le due donne si sorrisero – quel sorriso compiaciuto, beato, quasi idiota che solo un orgasmo devastante sa disegnare sul volto di chi l’ha sperimentato.
Roberta allungò la mano, lasciandola scivolare languidamente sul corpo dell’altra. Sentì la pelle di Rebecca fremere al contatto, un campo elettrico che si riattivava sotto i suoi polpastrelli. Registrò con stupore come dentro di lei stesse già rinascendo il desiderio, l’appetito bestiale che credeva completamente saziato. I confini che separavano la sua sessualità in compartimenti ordinati si erano dissolti definitivamente, liquefatti dal calore di quella mattina fuori dal tempo.
“È stata la tua prima esperienza saffica?” chiese Rebecca, il tono vagamente materno di chi ha aperto una porta che sa non potrà mai più essere chiusa.
“Sì… nella realtà sì…” Roberta esitò, scrutando dentro di sé alla ricerca di verità sommerse. “Ma la sognavo da tanto tempo…”
Forse mentiva, forse no. Le sembrava che quell’ammissione fosse vera nel momento stesso in cui le parole attraversavano le sue labbra, come se il desiderio si fosse materializzato retrospettivamente, riscrivendo la memoria per adattarsi al presente. Non importava: la linea tra ciò che aveva sempre voluto e ciò che aveva appena scoperto di volere era ormai insignificante.
Rebecca attirò Roberta contro di sé, un gesto che parlava di fame non placata. “Ancora,” sussurrò semplicemente, non una domanda ma una constatazione. I loro corpi si cercarono nuovamente nel silenzio della camera, memorie tattili che si riconoscevano già. Le mani ripresero a tracciare mappe segrete sulla pelle dell’altra, antichi percorsi verso un piacere che sapevano ora esistere oltre i confini del conosciuto. Si scambiarono sguardi che contenevano promesse oscure, mentre i sospiri ricominciavano a riempire l’aria, melodia familiare di un desiderio che rifiutava di morire.
Mentre Dago beveva il suo caffè, riprendendo contatto con la banalità del quotidiano, un pensiero attraversò la sua mente esausta: forse anche loro avevano bisogno di caffè. Con la tazza in mano tornò verso la camera, la curiosità che vinceva la stanchezza. Sulla soglia quasi rovesciò il liquido bollente.
Lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi era tanto ipnotico quanto inaspettato. Le due donne, che credeva esauste quanto lui, erano avvinte in una spirale di lussuria che sembrava non avere fine. Dopo tutto quello che era successo, non si aspettava che avessero ancora l’energia, l’appetito, la fame di continuare.
Per un istante fu tentato. Il suo corpo rispose istintivamente a quella visione, un fremito traditore che attraversò il suo cazzo esausto. Ma la mente, per una volta, prevalse sulla carne. Forse l’attrazione e le sensazioni di un rapporto saffico andavano oltre la sua comprensione maschile, appartenevano a un universo di piacere a cui lui poteva solo assistere da spettatore privilegiato. Di una cosa era certo: non aveva più le forze per partecipare.
Si girò silenziosamente e tornò in cucina a finire il suo caffè, con la saggezza di chi sa riconoscere quando uscire di scena. Lasciò che le due donne si prendessero tutto il piacere di cui avevano bisogno, senza interferire, testimone invisibile di un mistero che trascendeva la sua esperienza.
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Sono un uomo di 57 anni nato sotto il segno del Capricorno. La mia personalità ENFJ plasma inevitabilmente la mia scrittura. Come Protagonista, sono naturalmente attratto dalle dinamiche umane, dalla complessità emotiva degli incontri, dalla tensione che si crea tra vulnerabilità e potere. Chi mi conosce nella sfera dell’intimità mi identifica come Daddy Dom, un ruolo che filtra nella mia scrittura sotto la superficie delle mie storie. Scrivo da quando, venticinque anni fa, una pagina di Stephen King fece tremare qualcosa dentro di me che non sapevo esistesse. La letteratura erotica è il mio campo d’elezione, la mia dichiarazione d’intenti più autentica.
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