Buio, qualcosa sugli occhi mi impedisce di vedere, i miei polsi stretti in una morsa sopra la mia testa, le gambe aperte, qualche tipo di supporto le tiene sollevate e bloccate.
Freddo, sento di essere completamente nuda, sono stesa su una superficie dura, la mia pelle sembra riconoscere il legno.
Muta, qualcosa, una specie di bavaglio o di morso non mi permette di emettere alcun suono.
Rumore, sento la pioggia battere sulle tegole, devo essere in una specie di soffitta, lo scalpiccio di passi di almeno 2 persone, stanno armeggiando con qualche tipo di attrezzo, non riesco a capire.
Dolore, qualcosa mi stringe i capezzoli, come delle pinze, li sento allungarsi verso l’alto trascinando il resto dei miei seni, le fitte sono lancinanti.
Nonostante il freddo sento il sudore che trasuda dalla mia pelle, sensazione di fresco nell’ano, poi mi penetra qualcosa di duro, sembra metallo, si allarga, il mio corpo trema, la mia testa sembra dire no perché la sbatto verso i lati, posso muovere solo quella.
Carne, la mia vagina viene riempita dal cazzo di un uomo, che comincia a muoversi dentro di me lubrificato dai miei umori, nonostante il dolore il mio corpo reagisce orgasmando, il caldo dello sperma sulle pareti della mia figa, alla quale non viene data tregua, qualcosa di duro e grosso la penetra cominciando a vibrare, vengo lasciata così nel silenzio, spasmi e tremori scuotono il mio corpo, poi un rumore, l’acciaio di una lama accarezza la mia pelle dalla pancia ai seni alla gola, una leggera pressione, qualcosa di caldo scorre dal mio collo, un torpore mi assale, finalmente cessa il dolore, anche la vita mi abbandona.
Le 8,30 del mattino, sulla strada di campagna un’auto della polizia, il furgone dell’obitorio e il furgoncino della polizia scientifica, nel prato adiacente una zona delimitata da un nastro giallo con un lenzuolo bianco steso a terra nel mezzo, arrivo con la mia auto di servizio con il lampeggiante sul tetto ed il mio vice, da due mesi sono stata messa a capo di una task force con il compito di indagare e risolvere una serie di delitti che il prefetto, dopo l’ultimo, ha definito “seriali”, quando mi avvicino il medico legale mi saluta e
- Buongiorno, è la quarta, esattamente come le altre, seni asportati, un paletto di legno nell’ano ed un altro nella vagina, la gola tagliata con una lama molto affilata, un rasoio oppure un bisturi, povera ragazza.
- Qualche identificazione?
- No, era completamente nuda, i colleghi hanno ispezionato i dintorni senza trovare nulla
- Età?
- Tra i 25 e i trent’anni, come le altre tre
- Chi l’ha trovata?
Mi indicò un uomo ad una ventina di metri e ci mandai il mio vice a prendere la testimonianza ed i suoi dati, mi avvicinai al cadavere che i portantini stavano mettendo in un sacco per caricarlo sul furgone, era molto carina, capelli biondi lunghi, nessun segno evidente a parte un piccolo tatuaggio sul polso ma, mi riservai di aspettare l’autopsia e, speravo, l’identificazione. Il ritorno del mio vice, il brigadiere Spanò, segnò la fine del mio sopralluogo e tornai in ufficio.
Su una parete le foto delle altre tre vittime, già identificate, nessun dato in comune, lavori diversi, ambienti diversi, unici dati comuni : il sesso, l’età, l’aspetto fisico il modo in cui erano state trovate, le gole tagliate, sui computer delle vittime nessun elemento comune, attive su diversi social nessuna mail sospetta, i telefoni mai ritrovati, unica certezza, oltre al fatto che erano state uccise, il DNA estratto grazie a residui di liquido seminale, diverso per ognuna delle vittime, questo voleva dire, probabilmente, che non stavamo cercando una sola persona. Tutti e tre i cadaveri erano stati rinvenuti nelle campagne dell’hinterland milanese, però in luoghi diversi, era un’indagine complicata, non ci dormivo la notte.
Ci vollero tre giorni per identificare la vittima, Sandra Bottini, anni 26, estetista, viveva con la famiglia, ci mandai Spanò riservandomi di andarci anch’io in un secondo momento, gli dissi di portarsi una collega, in questi casi la presenza di una donna aiuta.
Quando ritornò portando il computer della vittima e la sua agenda degli appuntamenti passammo il tutto al mio gruppo di agenti perché li esaminassero, avevo un esperto informatico, mai stato sul campo ma un genio del computer, Flavio, la collega che era andata con Spanò, Gisella che arrivava dalle volanti, Luigi e Walter che arrivavano dalla giudiziaria e che avevo prelevato dal servizio scorte, oltre a Spanò, Vincenzo, cinquant’anni, carico di esperienza e, devo dire, molto protettivo nei miei confronti.
Dopo dieci giorni ancora non avevamo una traccia, avevamo interrogato tutte le persone che conoscevano le vittime, le famiglie, gli amici ma nulla ero decisamente demoralizzata e le telefonate del Prefetto non mi aiutavano.
La mia vita privata poi era praticamente inesistente, quando tornavo nel mio appartamento l’unico supporto era “Oki” il mio gatto siamese che avevo trovato una sera vicino al portone del palazzo e avevo adottato, il suo “ron ron” mi rilassava quando mi si metteva addosso mentre ero sul divano, per il resto avevo avuto , nell’ultimo periodo, un paio di appuntamenti con un professore di psicologia della Statale, erano state belle serate ma senza la classica notte di sesso dopo la cena, mi piaceva, era anche un bell’uomo, gli occhiali gli davano proprio l’aspetto del professore, ma aspettavo fosse lui a fare il primo passo, forse, il fatto che portavo una pistola nella borsa l’aveva intimidito.
Al mattino un messaggio del mio professore, Gianluca, con due emoticon a forma di rosa, mi invitava, per la terza volta a cena, ci pensai e ripensai per tutta la mattina poi decisi che sarebbe stata l’occasione per staccare ed accettai.
Andiamo a cena da Caruso, in Via Manzoni, l’ambiente è molto bello, soprattutto nel giardino d’inverno dove ceniamo, la cena è molto buona, la compagnia e la conversazione piacevole, per un paio d’ore dimentico il mio lavoro, avevo fatto appena in tempo a correre a casa a cambiarmi prima dell’appuntamento e, sperando in qualcosa di più avevo scelto della biancheria di pizzo sexy ed un tubino nero aderente ed abbastanza corto che mettesse in evidenza le mie gambe lunghe e le mie curve, scarpe tacco 8, solo la borsa era troppo grande, avrei dovuto prendere una pistola più piccola per queste occasioni, la mia Beretta 92S era troppo grande per una pochette.
Avevo raggiunto il ristorante in taxi ma lui dopo cena mi accompagnò a casa, un po’ per educazione ed un po’ sperando gli proposi il bicchiere della staffa e lui accettò, stavolta fui io a prendere l’iniziativa, avevo bisogno di scaricarmi, una volta entrati lo sbattei con le spalle al muro e lo baciai, aveva labbra morbide e calde, lasciammo una scia dei nostri vestiti per terra mentre raggiungevamo la mia camera da letto continuando a baciarci, mentre mi baciava sul collo e scendeva a i miei seni chiusi gli occhi e rovesciai la testa all’indietro, quando superò il mio ombelico allargai leggermente le gambe e lui cominciò a baciare e suggere la mia figa che già grondava dei miei umori, mi penetrò con gentilezza ed attenzione, guardandomi negli occhi mentre lo faceva e poi riprese a baciarmi, lo assecondavo nei movimenti cercando di accoglierlo sempre più profondamente, raggiungemmo l’orgasmo insieme, cosa abbastanza rara ma, non lo lasciai uscire da me, volli sentire il calore del suo sperma dentro di me, rimanemmo abbracciati respirando forte fino a che i battiti dei nostri cuori non si calmarono, poi ci lasciammo andare sui cuscini e ci guardammo ridendo

