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Erotika
Immagini dalla sessualità
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Racconto34 min di lettura

Immagini dalla sessualità

Un viaggio dentro se stessi alla ricerca di qualcosa che si sa di avere ma difficilmente si riesce a vedere chiramente. Un uomo fermamente convinto della sua concretezza sessuale si trova a specchiarsi nell'ampia fluidità che la sessualità ci offre. Scoprirà di essere un essere nuovo, soprattutto davanti ai suoi stessi occhi.

Drew75
1 anno fa · 464 letture · 0

L’uomo, che fino a poco prima era in ginocchio davanti al mio sesso eretto e, traendone piacere egli stesso, abbondantemente ne aveva dato a me, adesso inseguiva i miei movimenti irrequieti cercando di blandire la mia frenesia. “Non vuoi farti una doccia? Non resti ancora un po’? Non ti è piaciuto?” Io rispondevo a monosillabi, adducendo vari impegni per l’indomani e il bisogno di andare a letto presto. Scostai sgarbatamente il braccio sul quale aveva appoggiato una mano in un ultimo, disperato tentativo di trattenermi ma soprattutto di attenuare quell’angoscioso senso di colpa che mi aveva serrato il petto. Mi chiusi la porta della sua camera alle spalle con la sua voce che mi diceva che non dovevo temere la mia sessualità. Quelle parole riecheggiarono dentro di me lungo tutto il corridoio, sembrava che da ogni porta ne uscisse qualcuno che conosceva il mio segreto, che ogni persona che incrociavo giudicasse il mio comportamento ma soprattutto giudicasse il mio trarre godimento da quella pratica totalmente immorale. Percorsi quei metri che separavano le nostre camere in uno stato di turbamento ovattato, con la spina di quella scelleratezza conficcata nel cuore. 

PARTE 2

Mi svegliai nel cuore della notte con il petto che batteva violentemente, la fronte in fiamme e i pensieri che abbaiavano come una muta di cani esaltata dalla caccia, il cazzo dritto e duro come non era mai stato. Il vago ricordo del sogno appena fatto si mischiava alle immagini di ciò che era successo solo poche ore prima e scatenava in me una varietà di sensazioni che faticavo a definire. Mi sentivo ancora sconvolto da ciò che era accaduto nella stanza dell’uomo che mi aveva abbordato; la mia parte strettamente maschile si rifiutava di accettare ciò che quella parte femminile che alberga in ognuno di noi aveva così tanto apprezzato; il contatto sessuale, e sensuale perché l’uomo aveva avuto una delicatezza molto difficile da replicare, con un essere del mio stesso sesso faceva maturare in me dubbi che mai avrei pensato di pormi tanto ero convinto della mia eterosessualità, del mio amore per il genere femminile, del mio spiccato machismo nei rapporti intimi. Spesso, nel pieno dell’amplesso, mentre penetravo le mie compagne, stringendo a me le loro gambe oppure cavalcandole da dietro, pensavo al mio uccello come a un maglio che le stesse spaccando in due. Questo pensiero mi dava il vigore per continuare a pompare e a stantuffare, forse traendone più piacere di quanto ne stessi veramente dando. 

Nel buio di quella stanza d’albergo immersa nel silenzio della notte profonda mi resi conto che quel pompino omosessuale aveva cambiato completamente l’equilibrio della mia coscienza; aveva forse risvegliato in me una parte inconscia che avevo sempre ricacciato in quell’angolo buio in cui tutti noi tendiamo a nascondere ciò che non riusciamo a comprendere. Rigirandomi tra le lenzuola, dietro ai miei occhi continuavo a vedere il suo viso che dal mio basso ventre mi guardava e lavorava di lingua intorno alla cappella, ad ogni carezza del lenzuolo sulle mie natiche tornavo a ricordare la sua mano che le aveva gentilmente aperte per raggiungere la rosa segreta che vi si nascondeva. Per calmare l’eccitazione provocata da quei pensieri avrei dovuto gettarmi sotto una doccia gelata ma preferii allungare le mani verso il mio sesso, sfilarmi le mutande e masturbarmi furiosamente. Immaginai che le mie fossero le mani dell’uomo con cui ero stato poco prima, che salissero e scendessero lungo la mia asta come aveva fatto poco fa, che fosse ancora la sua bocca sul mio glande e la sua lingua a stuzzicare il mio orifizio. Lo sperma eruttò in caldi fiotti impetuosi che mi schizzarono il ventre. 

Lentamente il fiato recuperò il suo ritmo calmo, il petto smise di salire e scendere rabbiosamente e le immagini erotiche sfumarono nel grigiore della notte. Mi pulii e ripresi finalmente sonno. 

 

Il giorno mi colse con lo smanioso desiderio di ritrovare quell’uomo affascinante che mi aveva guidato in quei primi passi di una lussuria finora inesplorata. Lo cercai per i corridoi del grande albergo, al ristorante dove si serviva ancora la prima colazione, al bar dove i primi avventori avvinazzati cominciavano la loro lunga giornata di Bloody Mary e Gin Tonic. La sua figura era scomparsa, avevo perduto per sempre quel primo contatto con un mondo ancora ignoto, come se il ponte che avrebbe dovuto transitarmi verso nuove esperienze fosse crollato. Il petto mi si strinse perché ero io l’artefice di quella disfatta; io e soltanto io, che con la mia fuga precipitosa condita di sensi di colpa e vergogna, che però la notte aveva cancellato lasciando posto alla concupiscenza, avevo impedito a me stesso l’opportunità di approfondire la consapevolezza di ciò che ero e di ciò che avrei potuto diventare. 

Mi maledissi fino a ferirmi gli occhi nel disperato tentativo di riconoscere fra quelle decine di volti, il volto familiare dell’uomo che aveva succhiato il mio pene e amplificato il mio piacere. 

 

PARTE 3

Passarono alcuni anni prima che quel sogno, che così soventemente tornava durante le mie fantasie solitarie o che spesso confrontava la fellatio di una donna conosciuta occasionalmente con quella di quell’uomo in ginocchio davanti a me, tornasse a farsi realtà. Fu l’amico del fratello di un amico, dichiaratamente omosessuale e costretto all’esilio nella grande città, perché le voci di un paese di provincia anche in anni spiccatamente moderni erano sempre contundenti, conosciuto durante una grigliata, a far scattare di nuovo quel feeling omosessuale che mi aveva trascinato nella stanza d’albergo tempo addietro. 

Era ben più giovane di me, dal corpo snello al limite della magrezza patologica, che l’abbigliamento total-black certo non aiutava a mascherare; aveva un modo di fare particolare, sembrava essere presente ma al contempo navigare per spazi tutti suoi, interagiva con gli altri come fosse una farfalla che si posa sui diversi fiori per saggiarli tutti e, nel contempo, appagarli della sua presenza. 

Tra noi scattò subito quella sintonia chimica che non si può spiegare, quell’intesa che ti fa apprezzare le persone al primo sguardo, al primo contatto, alla prima parola. Sono sempre stato una persona riservata, anche se ho avuto tanti amanti e tanti amici, anche se so stare bene in compagnia e non faccio parte della tappezzeria delle feste, le chiavi del mio intimo sono state consegnate a poche, pochissime persone. Con Edo scoprimmo di avere gli stessi interessi musicali, letterari e artistici; lui era un pochino più intellettualmente elitario, mentre io volavo a quote molto più pop, mi piaceva lo sport e la parte eno-gastronomica della vita, cosa che per lui era totalmente indifferente. Mangiava, poco, perché doveva e il bicchiere gli restava sempre pieno; lo alzava e lo portava alle labbra solo quando qualcuno chiamava un brindisi. Spiluccava con la punta delle dita stuzzichini e aperitivi, delle due costine che gli servirono sul piatto di carta, sezionò la parte più magra in minuscoli pezzi che si portava alla bocca con parsimonia. Io, invece, ero un vorace divoratore di carne, preferibilmente al sangue, e le grigliate erano uno dei miei momenti preferiti. “Quella fetta di picanha che ti hanno fatto scivolare in bocca,” mi disse quando ci rivedemmo da soli, “te la avrei spalmata sul petto, fino giù, giù, giù, per rendere ancora più gustosa la tua di picanha.” Non era un ingordo ma sicuramente un buongustaio. 

Alcune settimane dopo la grigliata ricevetti un suo messaggio che m’invitava ad una mostra di stampe d’autore. Da parecchio tempo non mi lasciavo immergere nell’arte, avevo preferito passatempi più concreti, pensando a godere e guadagnare, magari a faticare con qualche sport o abbandonandomi completamente ai bagordi, sicuramente a inseguire gonne e gonnelle da cui trarre un piacere immediato. Nell’atmosfera ovattata della mostra mi lasciai condurre dalle immagini dietro ai vetri dei quadri e dalle parole di Edo, laureato in Beni Culturali che, con il suo modo di fare suadente e affasciante, riusciva a farti apprezzare anche la macchia di umidità che c’era sui muri. Persi completamente il senso del tempo, io, che da qualche anno vivevo sempre con i minuti contati, con il pensiero rivolto altrove, con il desiderio di essere sempre in un altro posto prima ancora di aver gustato quello in cui mi trovavo, con l’ansia di arrivare tardi e non fare in tempo, - non fare in tempo a fare che, me lo chiedevo continuamente senza trovare mai una risposta, - percepii ogni sfumatura, ogni segno lasciato su carta, ogni tratto d’inchiostro, ma soprattutto ogni idea dietro a quelle tonalità, a quei segni, a quei tratti d’inchiostro. Divenni il pittore che si arrovellava per ottenere il risultato desiderato, provai la sua fatica per riuscire a trasmettere il suo pensiero agli astanti. Spesso è facile liquidare un’opera d’arte con brevi frasi, con un “mi piace” oppure “mi fa schifo”, ed è lecito; ciò che è meno lecito è non dare il giusto peso al lavoro dell’artista che sta dietro quei segni per quanto infantili possano sembrarci. Da quei tratti, ciascuno diverso dall’altro, ciascuno unico, riuscii a percepire l’essenza del messaggio dell’artista, un’essenza che è quanto più di universale ci sia perché viene veicolata da una lingua comprensibile a chiunque. 

Prima di andare avanti…

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