Quando ho finito il liceo non pensavo che le mie aspettative di laurearmi e diventare una donna di successo sarebbe sfumate così velocemente
Eppure la malattia di mio padre mi obbligò a ridimensionare le mie scelte, a decidere di trovare in fretta un lavoro.
A 20 anni dovetti andare via dalla Sicilia per trasferirmi nel nord Italia, mi ritrovai a dover variare le mie aspettative e mi trovai nell'incertezza del futuro.
Fui enormemente riconoscente al Dottor Pedin, per avermi preso a lavorare nel suo ufficio, nonostante non avessi un buon curriculum e non avessi alcuna esperienza lavorativa.
Così cominciai a lavorare, per necessità e quasi per gioco, in quello studio legale
Passavo le mie giornate a socializzare con le altre segretarie e a digitare ciò che lui comandava.
All'inizio mi sentivo superiore a loro, delle semplici ragioniere in confronto a me che, nell'esame di maturità avevo avuto il massimo dei voti, e che avevo avuto elogi da tutti i professori e gli amici di famiglia.
Ma con il tempo imparai a rispettarle, a provare simpatia verso quelle ragazze.
Vedevo come ognuna di loro fosse completamente devota al capo
Le criticavo mentalmente perché le ritenevo immature, “un classico” pensavo, il capo che si sbatte le segretarie altrimenti le licenzia, da barzelletta.
Passarono i mesi, ed in quello studio mi trovavo sempre meglio.
C'era sempre qualcosa da fare, non era come trascorrere ore ed ore e marcire sui libri, come ero abituata io prima.
Era rilassante, e poi usare il computer mi era sempre piaciuto.
Dovevo ringraziare il Dottor Pedin per avermi insegnato tutto con calma, d'avere avuto
pazienza con me.
Quella sera eravamo rimasti solo noi due: “puoi andare a casa Francesca” mi disse con voce ferma e calma
“posso continuare da solo” mi disse il Dr. Pedin
Risposi che volevo continuare ad aiutarlo, che sarei stata al suo fianco tutta la sera, fin quando quel lavoro non fosse stato terminato.
Feci una telefonata a casa avvisando dell'imprevisto e mi rimisi a lavorare.
Rimanemmo fino a tardi a lavorare, non potevo fare altrimenti, perché ero troppo riconoscente verso di lui di avermi dato una chance di mantenere la famiglia con quello stipendio.
Ma forse non era solo questo: forse quella rabbia e quelle critiche verso le colleghe erano delle manifestazioni palesi della mia gelosia, forse mi piaceva, e molto.
Si mise accanto a me, portò del cibo che aveva comprato al supermercato sotto e del buon vino
“avevo comprato solo per me” disse sorridendo mentre lavorava accanto a me
Potevo osservare attentamente i tratti del suo viso, le piccole rughe di espressione che ormai lo solcavano, in quell'espressione intenta a concentrarsi sul lavoro
Potevo osservare la sua pancetta che lo rendeva ancora più affascinante e sensuale e gli dava più
autorità
Il suo abbigliamento formale, i suoi occhiali, la sua chioma ormai sfoltita e coronata da diversi capelli bianchi.
In quel momento sentii qualcosa dentro di me, una forte attrazione verso quell'uomo !
Accanto a lui vi ero io, ero vestita come tutte le segretarie lì, un abbigliamento a cui mi ero dovuta abituare, nonostante detestassi i collant.
Avevo una gonna ed un tailleur blu avion, delle calze in tono, scarpe col tacco, una camicetta bianca.
Quella era la divisa imposta dallo studio dell'avvocato, una montura a tutti gli effetti
Involontariamente con la sedia lui si avvicinò sempre di più a me
Il suo sguardo cadde sulle mie gambe semiaperte ed io me ne accorsi, ma non mi dava fastidio.
Facevo finta di niente, ma lui continuava a guardarmi, non gli ero indifferente.
Il suo gomito si spostò sempre più verso di me, sentii la sua mano appoggiarsi sulla mia gamba ed i suoi polpastrelli sfiorarono i collant.
Rimasi immobile, impietrita da quell'approccio inaspettato ma non sgradito.
Le sue dita scivolavano sulla mia gamba sempre più su, ma io non lo fermavo
Nella mia mente scorreva velocemente il pensiero che era una molestia, che avrei potuto alzarmi, andarmene e denunciarlo, ma qualcosa dentro di me mi sussurrava di stare al gioco.
La sua mano di tanto in tanto si fermava, e lui mi guardava negli occhi, aspettando un no
Leggendo il mio sorriso incoraggiante continuava ad avvicinarsi sempre di più al mio interno cosce.
La gonna era ormai alzata, e le sue dita esitavano nel punto più intimo del mio collant
I polpastrelli premevano il mio sesso, lo sfioravano a piacimento del mio capo, che esprimeva un sorriso malizioso assolutamente irresistibile.
Sentivo le mie parti intime farsi sempre più umide, i miei umori venire a contatto con le mutandine e le calze, che già mi davano abbastanza fastidio.
Provavo una sensazione di fastidio e di piacere di cui ero diventata schiava.
Si accorse ben presto di come mi ero bagnata, spostò la sedia e inginocchiandosi davanti a me.
Faceva un po’ impressione vedere il mio capo, l'avvocato, inginocchiato davanti a me, anche se sapevo cosa aveva intenzione di fare, e consapevole di ciò, non mi ritrassi.
Cominciò a leccare i miei collant a partire dal ginocchio.
La sua lingua scorreva tra la liscia maglia, mi dava una sensazione indescrivibile.
Si avvicinò sempre di più al punto che aveva stimolato prima, mentre con le mani alzava sempre di più la gonna che ormai era all'altezza dei fianchi.
La sua lingua si appoggiò proprio in quel punto, sembrava come se fosse complementare alla mia fighetta, così come il suo naso freddo sfiorava il mio addome.
Sentivo la sua saliva mescolarsi ai miei umori fuoriusciti dalle mutandine per l'eccitazione, e tutto sembrava impigliarsi nella rete del collant.
Ero completamente immersa in questo gioco di sesso e piacere, allargai involontariamente le gambe come per farlo avvicinare, per facilitargli ciò che stava facendo.
Il mio bacino scivolava sempre di più dalla sedia verso di lui, avevo il collo completamente inerte e la testa all'indietro, mentre chiudevo i miei occhi abbandonandomi ai pensieri più proibiti.
Afferrò le mie gambe con le sue fredde mani sollevandole fino ad appoggiarle sul tavolo, incurante dei preziosi documenti che si trovavano su di esso, mentre con la bocca continuava a leccale con avidità la mia intimità.
Mi afferrò le scarpe, togliendole adagio.
«Mi hanno sempre fatto impazzire i tuoi piedi da femmina sicula» mi disse guardandomi negli occhi.
Me li baciò succhiando e leccando ogni singolo dito poi, ancora con le mani, strinse forte i miei fianchi e, preso l'elastico dei collant, finalmente mi liberò da essi, lasciandomi con le sole mutandine di pizzo nero.
Lo vidi indugiare davanti al mio sesso, quasi in contemplazione poi, afferrò di lato le mutandine ricamate e lentamente, molto lentamente, godendosi lo spettacolo, mi liberò anche di esse.
Si limitò però a togliermele sono da una gamba, restarono impigliate all'altra, del resto gli uomini d'affari fanno così, si limitano allo stretto necessario .
Mentre delicatamente me le sfilava, io pensavo alla situazione in cui mi trovavo
Non provavo vergogna, non provavo pudore, mi parve naturale tutto ciò, ed assaporavo quelle sensazioni fantastiche, quei brividi che tutto ciò mi procurava.
Ora ero lì, nuda dal bacino in giù, a cosce aperte davanti al mio capo, a mostrargli senza alcuna inibizione la parte più intima del mio corpo.
L'idea di quello che stava accadendo si impadronì per un attimo di me, mi impauriva molto, anche perché sono sempre stata una ragazza riservata ma, nello stesso tempo, tutto ciò incrementava il mio stato di eccitazione e, pur potendo, non facevo nulla per fermarlo.

