Novembre 1972
Il ruggito del potente motore 8 cilindri a V di 4930 cm³ che equipaggiava la splendida Maserati Khamsin, da poco acquistata da Stefano, il mio uomo, giungeva solo parzialmente attutito nel lussuoso abitacolo completamente rivestito in pelle.
Comodamente sprofondata sul sedile del passeggero, quella posizione era ideale per mettere in mostra le mie gambe slanciate, avvolte da un setoso collant la cui morbidezza ed effetto al tatto facevano letteralmente impazzire il mio compagno. La sua mano destra correva in continuazione sulle mie cosce, ed interrompeva la sua azione solo quando era costretta a manovrare la leva del cambio.
Talvolta, quando era impegnato a pastrugnarmi la patatina, addirittura usava la sinistra per cambiare marcia. Ciò gli riusciva facile lungo i noiosi ed interminabili rettilinei dell’autostrada che, come quasi ogni fine settimana, ci portava da Milano a Torino. Ma, una volta terminata, durante l’attraversamento dell’ “Augusta Taurinorum”, sulla provinciale per Pinerolo e nel tratto verso il Sestriere, ciò diventava pressoché impossibile, se non si voleva rischiare un incidente.
Specialmente in autunno, verso l’ora di pranzo del venerdì, eravamo soliti fuggire dal capoluogo lombardo dove risiedevamo, per rifugiarci nella tranquillità e nell’atmosfera esclusiva della famosa località sciistica piemontese, dove Stefano possedeva un moderno appartamento, situato in uno dei condomini più recenti e lussuosi.
Insieme, costituivamo davvero una bellissima coppia: lui era un affascinante trentottenne, con un fisico atletico e imponente, sguardo ammaliante, mento e mascella da “duro” e capelli mossi con basette accentuate, come imponeva lo stile maschile dell’epoca.
Il suo aspetto, decisamente mascolino e un po’ da “malvagio”, contrastava con l’animo gentile e la sua innata classe. Fu proprio questo acceso contrasto che catturò il mio interesse, quando ebbi modo di conoscerlo, tre anni prima, presso l’agenzia fotografica per la quale lavoravo.
Già allora, era un fotografo di moda sulla cresta dell’onda, apprezzato sia in Italia, sia all’estero, dove, compatibilmente con i miei impegni, ci concedevamo frequenti vacanze.
Io, ventisettenne, ero la classica bellezza anni ’70: alta, snella, con capelli biondo-rossicci, lunghi, lisci e con la frangetta fino alle sopracciglia, labbra carnose e occhi azzurri con un trucco piuttosto marcato, secondo i dettami dell’ultima moda.
Sia per il benessere derivante dalla condizione agiata della mia famiglia, sia per i numerosi regali che mi faceva Stefano, avevo un abbigliamento sempre curatissimo. Al mio look, davo costantemente un’impronta sexy e provocante che tanto gli piaceva, facendo di me il suo orgoglio di uomo per niente geloso e dalla mentalità molto aperta.
Ognuno viveva a casa propria. Stefano, da solo, in un loft dove aveva ricavato sia l’abitazione, sia lo studio fotografico. Io, con i miei genitori, in un appartamento molto borghese, situato quasi in centro città.
Anche quel venerdì di metà novembre del 1972, in città il tempo era uggioso, con una nebbiolina che ci accompagnò fin quasi a Pinerolo, dove consumammo un veloce pranzo. Una volta ripartiti, spuntò un timido sole che, pur incapace di mitigare il freddo pungente, diede qualche pennellata di colore ai boschi e ai pendii della Val Chisone, non ancora imbiancati dalla neve.
Ad ogni curva del tortuoso tragitto, gli pneumatici della Maserati sembravano mordere l’asfalto.
Durante i nostri viaggi, ascoltavamo musica un po’ di tutti i generi, perciò non parlavamo molto, ma la sintonia delle nostre menti e i nostri sguardi comunicavano e condividevano le emozioni più di mille parole.
Spesso, distoglievo gli occhi dal paesaggio che scorreva veloce attraverso l’ampio parabrezza e mi voltavo verso Stefano. Osservare l’espressione del suo viso, soddisfatta per essere alla guida di quel magnifico bolide, mi rendeva estremamente felice.
Giunti a destinazione, parcheggiammo nel garage seminterrato del condominio e scaricammo i bagagli.
[…]
Assieme al resto della compagnia, cenammo all’esclusivo “Le candele”, quindi ci trasferimmo nel vicino night club “One stop”, meta obbligata per chi voleva trascorrere una serata elegante con un pizzico di trasgressione.
Le frequentatrici di quel locale sembravano aver aperto una tacita ma agguerritissima competizione tra chi sfoggiava l’abbigliamento più provocante.
Quella sera, Stefano volle che fossi io la vincitrice indiscussa, così mi propose di indossare un altro suo recente regalo: un completo in velo nero trasparente, con il pantalone aderentissimo fino al ginocchio e scampanato in basso, e la camicetta sciancrata con le maniche a pipistrello.
Sotto, per mitigare almeno parzialmente il mio nude-look, indossai un body in pizzo nero.
Ricordo ancora le espressioni estasiate di Stefano vedendomi così agghindata, sia quando mi ero appena preparata, ma soprattutto quando, al ristorante, molto teatralmente, mi aiutò a sfilarmi di fronte a tutti la pelliccia di visone nero che mi copriva fino alle caviglie.
Non ci fu persona tra i presenti che si astenne dal farmi un caloroso applauso per la mia audacissima bellezza.
Nel privè del “One Stop”, Stefano aveva un tavolo riservato per tutta la stagione. La saletta, leggermente rialzata rispetto alla prospicente pista da ballo, aveva luci calde ed avvolgenti, ed era arredata con soffici divani di design, ricoperti di velluto blu, e tavolini con il piano a specchio fumé: roba spaziale, a quei tempi!
Gli uomini concordarono di ordinare Champagne, poi proseguirono i discorsi che avevano iniziato al ristorante: auto, sci, lavoro, politica e soldi erano i loro argomenti preferiti, mentre le chiacchiere di noi ragazze, inevitabilmente, erano concentrate su moda, regali dei nostri fidanzati e, in particolar modo, sul sesso.
Eh, sì. Perché, in quegli anni, la maggior parte delle persone non parlava mai della propria vita intima o di argomenti considerati “indecenti”.
Per dare un’idea della diffusa mentalità bigotta di allora, quando al cinema “Fraiteve” avevano proiettato il discusso film decamerotico “Boccaccio”, la sala era talmente gremita che non restavano nemmeno posti in piedi. Praticamente, c’era tutta Sestriere ad assistervi. Ma, il giorno seguente, parlando con molti nostri conoscenti, quasi nessuno ebbe il coraggio di ammettere di averlo visto.
Invece, le mie amiche ed io ci facevamo grande vanto dell’avere messo da parte ogni riserbo o pudore nel parlare apertamente di quando, come e dove facevamo sesso con i nostri compagni, potendoci così confrontare e, alla bisogna, scambiarci consigli per migliorare i nostri rapporti.
Oppure, ascoltavamo “Je Taime – Moi Non Plus”, brano che provocò un enorme scandalo, e ci piaceva immaginare che Serge Gainsbourg e Jane Birkin stessero veramente facendo l’amore, mentre la stavano registrando.
La nostra “modernità” non si limitava però alle sole parole. Ad esempio, Carla, pur essendo sposata con Franco da oltre cinque anni, non aveva mai nascosto la sua attrazione per me, e capitò parecchie volte che, rimaste sole, mi avesse dato qualche bacio e qualche carezza inequivocabile che avevo ricambiato volentieri, forte della mia complicità con Stefano che si eccitava tantissimo quando gli raccontavo le avances della nostra amica.
Invece, con Alessia e Massimo, spesso eravamo andati ben oltre, concludendo la serata nel loro chalet, sdraiati davanti al caminetto acceso, con me ed Alessia che ci scambiavamo roventi baci ed altre effusioni saffiche, mentre i nostri rispettivi uomini ci scopavano.
Anche quella notte l’atmosfera si scaldò velocemente. Complici lo Champagne e la musica trascinante, rimasi seduta ben poco tempo, e trascorsi la maggior parte della serata in pista, a scatenarmi nel ballo, sottoposta ad un vero e proprio assedio da parte di numerosi uomini e anche di diverse donne, ad eccezione di alcune entraîneuse, dipendenti del locale, che non vedevano certo di buon occhio che attirassi su di me tutte le attenzioni dei loro potenziali clienti.
Durante una delle brevi pause che mi presi, mi si avvicinò Alessia: “Max ed io ci domandavamo se vi andrebbe di venire a casa nostra, più tardi…”
“Ma certo, cara. Lo hai già chiesto a Stefano?”
“Sì, e anche Carla vorrebbe unirsi, ma deve ancora convincere Franco. Sai che lui, a differenza di Stefano e Max, è un po’ più “all’antica”…”
Risi e guardai in direzione della coppia, seduta un po’ in disparte: Carla era in piena ed evidente opera di persuasione nei confronti di suo marito, che stava coprendo di baci e accarezzando su una coscia, con una mano che correva pericolosamente vicino al suo pacco. In quel modo, non impiegò molto a far sì che anche loro fossero dei nostri, davanti al camino, in casa di Alessia e Massimo.
Arrivate le 2.30, il locale iniziò a svuotarsi; anche Stefano, io, Alessia, Massimo, Carla e Franco non indugiammo oltre a congedarci dal resto della compagnia.
Salimmo tutti sulla Range Rover di Massimo e ci trasferimmo nel suo chalet, situato un po’ fuori dal principale nucleo abitato del Sestriere, nella caratteristica borgata di Champlas Seguin.
Alessia, Carla ed io ci accomodammo sul sedile posteriore e, già qualche minuto dopo la partenza, Alessia, seduta al centro, iniziò a stuzzicarmi, infilando disinvoltamente una mano nell’apertura della mia pelliccia.
