Mi chiamo Lucrezia, ho trentasei anni, sono di media statura, capelli biondi, occhi chiari tendenti all’azzurro, un seno che è una terza abbondante, ventre piatto, cosce affusolate culminanti in un bel culetto a mandolino. Sono sposata da dieci anni con Marco, un bel ragazzo che ha un anno più di me, un bel fisico mantenuto in perfetta forma, praticando molti sport. Siamo una coppia come tante che vive e lavora in una grande città. La nostra è un’esistenza alquanto piatta e ripetitiva: Sveglia al mattino, doccia e via al lavoro, per ritrovarsi la sera di nuovo insieme, cena, un po’ di tv, e poi a letto. In questi ultimi anni, anche il sesso è diventato alquanto ripetitivo. Il sabato mattina, prima che Marco esca per andare in bici con i suoi amici, mi sveglia, si insinua fra le mie cosce e mi penetra; mi scopa un po’, poi, quando lo sento muoversi più velocemente, mi scarica dentro il suo piacere. A volte, riesco ad avere un orgasmo, ma, molte altre, mi arrabbio con lui, perché mi sento solo usata.
«Cazzo! Quante volte devo dirti che così non va! Non puoi fare il tuo porco comodo, senza aspettare che anch’io raggiunga almeno un orgasmo.»
Lui però non mi ascolta, anzi sorride e mi dice che, in fondo, mi fa un piacere se non sono costretta ad impegnarmi molto per farlo godere, in quanto a lui va bene così. Mi sento frustrata e, ultimamente, ogni volta che questo succede, la cosa mi infastidisce ancor di più, soprattutto perché il giorno dopo, la domenica, sono io che prendo l’iniziativa, perché, avendo tempo, vorrei godermi una scopata fatta bene, ma lui trova sempre un pretesto per non accontentarmi: una volta è dovuto al fatto che siamo tornati tardi, altre volte perché lo abbiamo fatto il giorno prima e, quindi, lui non ne ha voglia. Tutto ciò aumenta la mia depressione, la mia profonda insoddisfazione che, naturalmente, si scontra con il fatto che, al di là di questo, lui è un marito veramente bravo, simpatico, allegro, ottimo lavoratore. Però, dentro di me, mi sento costantemente e profondamente insoddisfatta. Poi una mattina, casualmente, si verifica un piccolo fatto che, in qualche modo, ha cambiato la mia vita. Uscita dalla metro, mi sono infilata nel bar che c’è davanti al mio ufficio e, dopo aver ordinato un cappuccino con brioche ai frutti di bosco, mi son voltata per sedermi ad un tavolo. Nel movimento fatto, ho rovesciato interamente il mio cappuccino addosso alla persona che era in fila dietro di me e che aveva in mano la sua consumazione, facendo cadere tutto in terra. Mortificata, mi son trovata davanti un uomo più alto di me, dall’età apparente sulla cinquantina, di bell’aspetto, capelli bianchi, occhi scuri che, nonostante l’incidente, è rimasto calmo e, a sua volta, avendo notato la mia profonda agitazione, ha cercato di calmarmi e rassicurarmi subito.
«Oddio, mi scusi! Accidenti a me, ho fatto un disastro! Sono profondamente mortificata! La prego, accetti le mie scuse e le assicuro che le risarcirò il danno provocato, pagando la lavanderia di cui vorrà servirsi; spero solo che, al momento, questo piccolo incidente non le crei dei problemi.»
Lui mi ha sorriso e, con voce calma, mi ha rassicurato.
«Signorina, stia tranquilla, non è successo niente e le assicuro che si tratta di un danno, cui si può porre rimedio senza alcun assillo.»
Senza aggiungere altro, ha girato i tacchi e se n’è andato. Sono rimasta stupita, da quanto era successo e, dentro di me, mi son riproposta di offrirgli la colazione, appena lo avrei rivisto. Il giorno successivo, quando sono entrata nel bar, ho visto che era seduto ad un tavolo e, mentre consumava la sua colazione, con un dito scorreva lo schermo del suo cellulare. Mi sono avvicinata e mi sono offerta di pagargli la colazione, ma lui, con tutta tranquillità, ha declinato la mia offerta, specificando che la cosa era del tutto irrilevante. Poi, finito di consumare, è uscito salutandomi con un semplice gesto del capo. Dentro di me, sono rimasta amareggiata per il fatto che, pur avendogli creato un problema, non mi permetteva, in qualche modo, di disobbligarmi. Mi sono ripromessa che il giorno successivo sarei arrivata più presto, in modo da pagargli la colazione appena l’avrei visto giungere nel bar. Nei tre giorni successivi, invece, non l’ho visto e, quando ormai consideravo la faccenda chiusa, una mattina lui era davanti a me e stava già ritirando la sua consumazione. Allora mi son diretta prima alla cassa, provvedendo al pagamento della sua consumazione, poi, senza aggiungere altro, sono uscita. Lui mi aveva notato, perché, quando ero entrata, mi aveva sorriso, ma è rimasto sorpreso quando mi ha visto uscire, senza consumare nulla. Volutamente, per tre giorni, ho evitato di fermarmi nel bar e solo la quarta mattina, prima di entrare, ho aspettato che egli entrasse e, subito dopo, sono entrata dietro di lui. Giunti insieme al banco, lui si è girato e mi ha sorriso, ordinando due cappuccini con una brioche ai frutti di bosco per me ed una alla marmellata di albicocche per sé. Insieme ci siamo seduti ad un tavolo e con fare sereno, ci siamo presentati.
«Piacere, sono Paolo; devo ammettere di esser stato scortese nei tuoi confronti; in fondo volevi solo offrirmi la colazione. Spero che oggi mi darai la soddisfazione di ricambiare.»
Mentre parlava, i nostri occhi si sono incrociati ed il suo sguardo mi ha penetrato dentro, facendomi avvertire una strana sensazione: era come se quegli occhi fossero arrivati fin nel profondo della mia anima, provocandomi uno strano brivido che, dalla nuca è scivolato giù, lungo tutta la spina dorsale, per concentrarsi fra le mie gambe in maniera da farmi bagnare le mutandine.
Sono rimasta sorpresa da questa sensazione. Non mi era mai capitata una cosa del genere. Mai, in vita mia, uno sguardo così penetrante mi aveva provocato una sensazione di piacere così forte, intensa.
«Piacere, sono Lucrezia e non sei stato affatto scortese, anzi, fra noi due, quella scortese credo di esser stata io.»
Mi ha di nuovo guardato negli occhi e ci siamo messi a ridere, e così, per tutta la settimana, ci siamo trovati al bar a far colazione insieme. Una decina di minuti, durante i quali io, nello stare insieme a lui, sentivo dentro di me sensazioni molto contrastanti. Per un verso, lui era semplicemente una persona distinta che, con il suo “aplomb”, riesce a mettere le persone a loro agio, mentre nella mia mente, anzi, fra le mie cosce, la sua presenza, il suo sguardo, il suo magnetismo, la sua carica ironica, ma, soprattutto il suo modo di esprimersi, di gesticolare mentre parlava, lo rendeva intrigante. Al sabato mattina, come sempre, Marco mi scopò frettolosamente, ma, questa volta, non protestai: insolitamente, mentre subivo la sua monta, il mio cervello ebbe come un rifiuto per quello che subivo e, di conseguenza, sovrappose l’immagine di Paolo a quella di mio marito. Non so spiegare come avvenne, ma mi ritrovai a pensare di esser sotto di lui che mi scopava. Marco nemmeno si accorse che, nel momento in cui mi scaricava dentro il suo piacere, io, ad occhi chiusi, godevo nel pensare che fosse un altro maschio ad inondarmi il ventre. Egli, come di consueto, andò in bagno e poi se ne uscì, lasciandomi raggomitolata nel letto. Mi stupì notevolmente la sensazione di quel pensiero, di quell’adulterio mentale che, inconsciamente, desideravo e che mi aveva fatto godere, seppur in silenzio. Pensai molto a Paolo e mi resi conto che mi mancavano quei dieci minuti giornalieri con lui. Il lunedì attesi con ansia il suo arrivo, ma non arrivò, facendomi rimanere malissimo e, per tre giorni, non lo vidi. Il giovedì mattina, mentre ero in fila al banco, sentii, dietro di me, una voce che suggeriva una consumazione.
«Per me una brioche all’albicocca e, se per te va bene il solito, io passo alla cassa.»
Mi son girata e gli ho sorriso, mentre, dentro di me, ho fatto un notevole sforzo per non saltargli al collo, abbracciarlo e baciarlo. Ero strafelice! Si è scusato con me per la sua assenza nei giorni precedenti e poi, mentre si parlava, mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto assistere ad una mostra, che aveva organizzato un suo amico. Ho pensato che la sera dopo Marco sarebbe stato fuori per giocare a “padel” e poi, come sempre, finiscono in pizzeria, quindi ero libera.
«Quindi sei libera già nel tardo pomeriggio? Potremmo andare alla mostra e poi a cena in un ristorantino davvero carino.»
La sera stessa, parlando con Marco, scopro che dopo la partita, andranno a festeggiare il compleanno di uno di loro e che, quindi, dopo la pizzeria, ci sarà anche qualche altro festeggiamento. In pratica mi dice che tornerà molto tardi. La cosa ovviamente non mi infastidisce e già, dentro di me, sento i brividi di piacere che mi provoca l’idea di poter trascorrere una serata con Paolo. Al mio rientro nel pomeriggio del giorno dopo, trovo in camera i segni del passaggio di mio marito, che deve esser tornato ed uscito velocemente, lasciando indumenti sparsi un po’ dappertutto. La cosa mi tranquillizza non poco, perché già, dentro di me, avevo ben chiaro tutto ciò che avrei fatto prima dell’arrivo di Paolo. Una bella doccia veloce, poi mi sono osservata allo specchio, prima di indossare il mio tubino nero elasticizzato, scelto per la sera. Ho tirato in alto i capelli, per valorizzare l’ovale del mio viso, ben truccato per evidenziare il colore degli occhi e le labbra rosse. Ho osservato il mio splendido seno, compresso in un reggiseno che lo conteneva a stento ed il mio culetto, appena fasciato da una sottile brasiliana che, nel lato posteriore, si era già infilata nel solco delle natiche, le splendide autoreggenti con dieci cm di pizzo ed un paio di scarpe nere, con il tacco dodici. Mi sono complimentata con me stessa per quello che vedevo: una bella donna di 36 anni che, questa sera, aveva deciso di vivere un’avventura capace di archiviare la tristezza e la monotonia di un rapporto divenuto troppo ripetitivo, ma, soprattutto, punire l’egoismo di un marito, capace di pensare solo ai propri bisogni. Avevo bisogno di quel momento particolare, per rientrare in possesso di tutta la mia autostima. Puntuale, sono scesa e, fatti pochi passi, ho raggiunto il luogo dell’appuntamento con Paolo. Lui era già lì ad aspettarmi, con un enorme SUV nero e, da perfetto cavaliere, mi ha aperto lo sportello dal lato passeggero, rivolgendo uno sguardo ammirato alle mie cosce, rese più affascinanti dalle mie autoreggenti. Ho notato nei suoi occhi, il compiacimento per ciò che aveva visto.
