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Erotika
Sogno o son desto?
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Racconto13 min di lettura

Sogno o son desto?

Era l'indimenticabile periodo in cui tutto il mondo viveva in lock down: era la primavera del 2020.

geniodirazza
1 anno fa · 1.6k letture · 0


Eccola qui, finalmente esce dal bagno, con gli occhi ancora assonnati, i capelli arruffati, il mio accappatoio da bagno sul suo corpo nudo senza neanche tentare di tenerlo chiuso. Dall'apertura si vede l'incavo tra le sue tette libere e quel triangolo nero tra le cosce. No, non quello di pelo, so che si depila, ma del microtanga nero, unico indumento che indossa sotto il mio accappatoio e che più che coprire la sua intimità, per il contrasto del colore con il beige dell'accappatoio, volendo o nolendo attira su quel punto l'attenzione.
Si stiracchia sbadigliando e così l'accappatoio si apre ulteriormente mostrando abbondantemente i due seni, di uno si vede anche il capezzolo con il roseo alone che lo circonda.
Con voce assonnata mi chiede se ho già fatto il caffè.
Senza alcun garbo le dico che ormai si è raffreddato quello che è avanzato a me e che ho fatto con la moca, usando l'ultimo “macinato” rimasto e che le cialde per farlo con l'apposita macchinetta sono finite. Mi chiede, quasi con tono di rimprovero il perché non ne ho comprate altre. Le dico che sto uscendo ora per fare la spesa con un tono gelido.
Prendo la mascherina e un paio di borse ed esco.
Ormai sono stufo.
Altro che un saluto per un weekend, il suo ormai è una collocazione stabile presso di me.
Sembra essere passato un secolo da quando, sul finire dei febbraio, mi ha detto al telefono:
“Ciao fratellino, come stai? Tutto OK? Sai che devo venire dalle tue parti la settimana prossima? Ti scoccerebbe se il weekend lo vengo a passare da te?”.
Con una telefonata più o meno di questo tipo Linda, alla fine di febbraio, si è rifatta viva con me dopo mesi di silenzio. Esclusa quella brevissima con la quale ci siamo fatti gli auguri per Natale, una vera conversazione telefonica tra noi risale a giugno scorso, quando lei aveva bisogno di sfogarsi perché aveva appena rotto con il suo compagno, separandosi da lui dopo circa tre anni di convivenza.
Di persona non ci vediamo da molto più tempo. Per ragioni di lavoro lei vive a Milano, io a Roma. Finché erano vivi i nostri genitori capitava di vederci da loro d'estate, sulla costa adriatica, dove loro vivevano. Venuti a mancare i genitori, ci siamo visti alcune volte i primi tempi, anche per esigenze burocratiche e per la ripartizione dell'eredità, poi ci siamo sentiti solo telefonicamente ad intervalli di tempo sempre più lunghi.
Non è solo questione di distanza geografica ma anche di differenza di età tra me e Linda a non farci cercare con quella specie di morboso affetto che uniscono di solito i fratelli tra loro. Tra me e Linda ci sono circa otto anni di differenza. Lei è la più grande. Adesso che io ho trent'anni posso considerarla della mia generazione, da piccoli proprio no.
Le femmine per natura già sviluppano prima dei maschi, lei aveva anche otto anni più di me, forse per questo non l'ho mai vista come una sorella, una compagna di giochi, ma piuttosto come un “aiuto genitori”, con quella sua smania di volermi comandare come fosse lei mia madre, punirmi come fosse lei mio padre, deridermi come se lei fosse grande ed io piccolo, ed era così: immaginate lei a diciotto anni io a dieci, una donna e un moccioso: non potevamo essere come coetanei.
Io ero ancora alle medie quando lei è andata via di casa per frequentare l'università qui a Roma, dove ora vivo io. Quando è toccato a me andare all'università lei aveva da poco trovato il suo primo lavoro a Milano e, di conseguenza, siamo abituati a fare a meno l'uno dell'altro, a vivere le nostre indipendenze. Questo non significa che ci vogliamo meno bene, anzi. Solo che sappiamo volercene anche senza frequentarci.
Sono stato felicissimo infatti nel ricevere l'annuncio del suo arrivo; contento anche che mi avesse preavvisato e non fatto una sorpresa, così ho potuto rendere ancora più accogliente il mio alloggio e farle trovare la mia camera pronta per lei, pensando di sistemarmi io sul divano, nonché rifornire dispensa e frigorifero d'ogni ben di Dio. Certamente non ero per nulla preoccupato delle voci che già giravano su un certo “corona virus” che flagellava il popolo cinese e, diceva la TV, era apparso anche in Lombardia, la regione dove vive Linda
Sono bastati pochi giorni e “le voci” sono diventate “drammatici annunci”. La settimana dopo, quando Linda venne da me per passare il weekend già il virus si chiamava con un nome più scientifico , “Covid 19”, e le trasmissioni televisive ospitavano virologi ed epidemiologi oggi famosi, allora sconosciuti al pubblico televisivo.
Durante il weekend, per legge è stato imposto il lock-down. In particolare divieti pressoché assoluti soprattutto per uscite ed entrate in Lombardia. Si pensava ad un provvedimento temporaneo. Sta durando mesi. Sono otto anzi quasi nove settimane che Linda sta da me.
Io e lei, vissuti sempre a distanza, rinchiusi in circa cinquanta metri quadrati ventiquattro ore su ventiquattro da due mesi mesi e più. Entrambi occupati con il telelavoro, al quale nessuno dei due eravamo molto preparati e essendo molto diverse la mia e la sua attività inevitabilmente siamo finiti con l'infastidirci a vicenda e non ad aiutarci o a capirci meglio.
Aiuto da Linda?
Neanche a pensarci!
Incapace di rifarsi il letto, di prepararsi da mangiare in modo decente, di stirare, ma capace di chiedere con toni quasi di pretesa ogni cosa ad ogni ora, fregandosene che io stia lavorando o dormendo o sia già impegnato a fare altro.
In altre circostanza l'avrei buttata subito fuori di casa ma nella primavera 2020 non è possibile: sono chiusi persino gli alberghi.
Molti infrangono le regole del lock-down per prendere una boccata d'aria sfruttando scuse come il portare la spazzatura ai cassonetti, il cane a fare i suoi bisogni o andare a fare la spesa. Io il cane non ce l'ho ma ho cominciato ad apprezzare le lunghe file da fare per entrare nel supermercato; il sentirmi come soffocato dalla mascherina obbligatoria è meglio che il sentirsi asfissiato da Linda.

Faccio le mie compere e rientro. E' stato inutile suonare. Non è venuta ad aprirmi. Ho dovuto posare le borse a terra, recuperarle dopo aver aperta la porta, riposarle per chiudere e lei lì, distesa sul mio divano che è diventato anche il mio letto, con le cuffie alle orecchie, il PC sulle ginocchia, senza più il mio accappatoio ma un mio maglione per vestito, le cosce nude e un paio di mutandine: non il tanga di prima: l'ha cambiato con uno slippino di pizzo nero traforato.
Prima che io le possa parlare lei mette un dito sulla bocca per farmi segno di tacere e muove le labbra come se volesse fare lo spelling delle parole che invece le mima soltanto. Non è difficile capire che dice “Non parlare, sono in video conferenza per lavoro”. La capisco semplicemente perché dice sempre questa frase e si fossilizza su quel maledetto PC senza fare un tubo.
Sistemo la spesa e, come sempre, vado in camera perché nella stessa stanza ci daremmo fastidio a vicenda nei rispettivi smart-working, perciò essendosi piazzata lei sul divano io non ho altra scelta perché non è che il mio appartamento abbia mille stanze, è solo un bilocale su misura per una vita da single.
La stronza non solo non ha manco risistemate le coperte ma ha lasciato sul pavimento le mutandine- tanga che si è tolto e sul letto ha lasciato l'accappatoio che mi ha fregato. Sul tavolinetto ci sono alcuni suoi aggeggi per il trucco. Avrei voglia di buttarli nella spazzatura ma mi limito a trasferirli sul comodino perché il tavolino serve a me ora, come scrittoio: devo collegarmi anche io alla rete, anche io ho il mio lavoro da svolgere. Non sono molto legato agli orari ma alla quantità giornaliera e alla qualità sì e per stare ai comodi di mia sorella spesso mi tocca lavorare nelle ore serali, anzi notturne, quando lei sintonizza la televisione sui canali che trasmettono film e non fa nulla, proprio nulla in casa oltre il frugare nell'armadio per scegliere ciò che è mio e lei può indossare: in pratica quasi tutte le mie camicie, alcuni maglioni ed è riuscita a trovare persino un paio di calzoncini di jeans tipo bermuda che ha indossato tempo fa, quando non è stata semi nuda nella parte inferiore del corpo solo perché aveva le mestruazioni e mi ha macchiato anche quei calzoni (che per fortuna non uso più da parecchio e non credo che sarei tornato ad usare, anche se non me li avesse macchiati).
Molto tempo dopo, quando io sono in pieno lavoro e ben concentrato su quello che sto facendo, eccola che irrompe nella stanza e come se fossi un ragazzino da coccolare mi viene vicino, si mette alle mie spalle, prende i miei capelli come se volesse fare dei boccoli attorcigliandoli alle sue dita e chinandosi fino a soffiarmi sul collo mi dice che è quasi l'una ormai e mi chiede cosa le preparo di buono per pranzo.
Penso di non essere mai stato volgare con nessuno, con le donne certamente mai, ma un poco perché ormai non la sopporto più, un poco perché è arrivata a disturbarmi in un momento di particolare concentrazione, quando avevo appena intuito una probabile soluzione ad un problema, ma non ancora messo bene a fuoco questa intuizione, ho perso le staffe e maleducatamente le ho risposto 

Prima di andare avanti…

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