Una bambina capricciosa
Non era abituata a sentirsi dire ‘NO’, la giovane e testarda Marisa, 25 anni, unica figlia di un personaggio ambiguo con grande potere sul territorio del piccolo comune pedemontano in cui abitavano; per suo padre, era pura, vergine a casta come una madonna; in realtà, aveva cominciato assai presto a farsi palpare, quando appena i seni erano abbozzati; poi era passata a tastare i pisellini e infine i sessi dei compagni, meglio definiti, saldi e duri come l’acciaio.
Il territorio dove poteva scatenare l’insorgente libidine era la spiaggia, dove passava con sua madre due mesi interi senza vigilanza; la povera donna, infatti, aveva commesso l’errore di lasciarla libera di scatenarsi e ne aveva perso completamene il controllo; dopo i primi approcci innocenti, più volte la sorprese in camera col ragazzo preferito, che si faceva manipolare la vulva su cui appariva la prima peluria; le raccomandò attenzione per evitare guai grossi.
La ragazza imparò presto a portarsi a letto il ragazzo che al momento la intrigava; sua madre la spiò quando si fece convincere a prendere in bocca il fallo duro e maturo di un diciottenne, quando lei ne aveva quindici ed ormai era aperta ad ogni esperienza; quando un altro ragazzo, sulla battigia deserta dopo una certa ora, le violò l’ano e lei assaggiò la prima penetrazione, se ne accorse dai residui di sperma evidenti sullo slip che indossava la sera prima.
Le chiese se si era lasciata sverginare; saputo che era stata penetrata analmente, le suggerì quella pratica e le consigliò di attendere il momento buono per farsi prescrive la pillola anticoncezionale, visto che ormai la sua strada era segnata e che avrebbe fatto bene a cautelarsi contro maternità inopportune; Marisa colse l’indicazione e andò ad un consultorio per ottenere la necessaria prescrizione; intanto praticava volentieri spesso il coito anale.
A poco meno di diciotto anni, concesse la verginità ad un quarantenne, sposato e con figli, frequentatore abituale dello stesso lido, che la corteggiò a lungo e finalmente colse l’occasione per farla diventare donna; ne fu felice e quasi lo ringraziò per averle aperto quella nuova prospettiva; da quel momento la sua libidine si scatenò; l’altro, naturalmente, sparì quasi subito dopo, incalzato dai sospetti della moglie e dal rischio di uno scandalo distruttivo.
Per soddisfare la sua libidine mentre stava al paesello con il controllo rigido del padre, gli impose, con moine e capricci, di metterla a lavorare in un atelier di cui era il proprietario segreto, una delle attività dietro le quali nascondeva il malaffare di cui era gestore ed artefice; andare e venire ogni giorno dalla città la mise in condizione di crearsi rapporti intriganti; ebbe in pochi mesi un paio di amanti coi quali faceva sesso assai volentieri.
Per evitare la pendolarità, il premuroso padre le comprò un piccolo appartamento in centro ove in pratica si trasferì e che trasformò presto nella personale garconnière dove viveva con l’amante di turno; la situazione resse per oltre un anno; poi sua madre cominciò ad essere preoccupata perché il marito faceva continuamente domande su sua figlia e sul modo che tenesse per vivere da sola in città; le disse chiaramente che doveva mascherare la sua condotta con un matrimonio, anche fittizio.
Marisa cominciò a guardarsi intorno per cercare il soggetto più idoneo a fare da ‘coperchio’ alla sua vita libertina; lo individuò facilmente in un modesto ragioniere di una impresa di costruzioni di cui conosceva benissimo la fama di uomo buono, addirittura ‘tre volte buono’, che, tradotto in linguaggio brutale, equivaleva a stupido; era certa che, con la promessa di una vita di agi garantita dai soldi di suo padre, avrebbe accettato di essere ‘marito’ solo all’anagrafe.
Luigi, detto Gigi, il soggetto prescelto, aveva stabilito di mettere in pratica l’altro detto popolare, secondo cui è comodo ‘fare il fesso per non pagare dazio’; ormai affermatasi la convinzione della sua dabbenaggine, era riuscito coi modi dolci e pacati a conquistarsi la fiducia e l’affetto della proprietaria dell’impresa in cui era entrato come aiutante del ragioniere; Monica, una bella donna di meno di quarant’anni, si era da tempo stancata della pochezza umana e culturale del marito.
Per non dare adito a scandali dannosi per l‘immagine della ditta e, quindi, per la stessa attività, manteneva in piedi un matrimonio di facciata nel quale non trovava niente di interessante, meno che mai la passione e il desiderio che invece in lei sentiva assai vivi; aveva già consumato alcune esperienze con giovani stalloni che l’avevano soddisfatta sessualmente; ma ogni volta si era ritirata nauseata per la pochezza di emozioni che quei rapporti le davano.
Da quando aveva cominciato a vedersi girare intorno, per questioni di lavoro, il giovane ragioniere Gigi, aveva cominciato a provare la solita agitazione che la prendeva quando era vicina a scoppiare per mancanza di stimoli; il ragazzo sembrava cogliere ogni piccolo cambiamento del suo umore e trovava sempre la frase giusta per tirarla su e rasserenarla; quando decise di ‘assaggiarlo’ anche a letto, scoprì assai rapidamente che era l’uomo giusto, in quel momento.
Il piccolo e anonimo travet, in un elegante completo scuro da sera, in un albergo con ristorante lontano una cinquantina di chilometri dalla sede dell’azienda, si rivelò un accompagnatore elegante, di buongusto, pronto ad ogni cenno ma anche deciso nelle scelte, amante del buon cibo e dei modi raffinati; insomma, l’ideale del cicisbeo da esibire in salotti mondani; stabilì sin da quella prima occasione che, al di là dei risultati a letto, sarebbe stato l’ideale compagno per promuovere anche l’azienda.
L’impatto maggiore ci fu dopo cena, quando prese una camera per la notte e vi andò col suo accompagnatore sempre più sorprendente; varcato l’uscio, lui la prese alle spalle e la strinse in un abbraccio avvolgente e caloroso; lei si sentì quasi protetta e si appoggiò con tutta la schiena al corpo di lui; avvertì fra le natiche un sesso di dimensioni notevoli; ruotò fra le sue braccia e si baciarono, prima con una certa timidezza poi con sempre più passione.
Si accorse, meravigliandosene, che si eccitava al punto da colare umori di orgasmo prima ancora che lui facesse qualcosa per stimolarla; si abbandonò allo strano piacere e si godette le mani che scivolavano, da sopra al vestito, lungo la schiena fino alla curva delle natiche piene e morbide di cui andava orgogliosa; infilò una mano lungo i corpi e afferrò il sesso che confermò la sua notevole dimensione e una durezza da cemento.
Si sedette sul letto, attirò a se il maschio, gli sfilò insieme pantalone e slip e il sesso le balzò naturalmente sul volto; praticò a quell’asta la fellazione più bella e convinta che avesse mai fatto; era diventata esperta, dopo le numerose esperienze; ma sentiva in quella mazza tanto languore, tanta passione che ritenne di amarlo, in qualche modo; decise comunque che sarebbe stato il suo uomo, almeno finché la passione fosse bruciata.
Lui accentuò le emozioni di lei, perché si spogliò completamente, sfilò a lei vestito ed intimo e si chinò a ricambiare l’omaggio orale alla vulva; le fece provare emozioni violentissime leccandole bene il sesso e succhiando con abilità il clitoride; si dedicò con passione ai capezzoli e la fece arrivare spesso all’orgasmo; in una notte di assoluta frenesia, lei volle provare tutto del sesso e si fece possedere davanti e dietro, sopra e sotto; arrivarono all’alba stremati e dovettero farsi forza per rientrare al lavoro.
Da quel momento, lui fu il vice più autorevole del mondo; prese decisioni e risolse problemi, rappresentò la ditta ed occupò un ruolo primario in tutte le vicende in cui l’impresa era compromessa, dalle gare di appalto agli accordi di collaborazione, dalla progettualità all’esecuzione dei lavori; nel giro di un tempo finanche troppo breve, risultò uno degli uomini di massimo potere; si costruì, segretamente, un proprio capitale, sfruttando i margini in tutti i lavori; presto o tardi, la pacchia sarebbe finita.
Non gli andò benissimo sul piano dei rapporti umani; la richiesta di Marisa lo colse decisamente di sorpresa; quando la fece, lui era ancora l’anonimo travet che trascinava l’esistenza con un stipendio modesto e con poche speranze di crescita; l’idea di imparentarsi con uno dei più autorevoli personaggi del territorio lo catturò e lo costrinse a valutare la possibilità di accettare; non aveva però nessuna intenzione di fare solo il burattino; decise di consultarsi con una sua amica.
Erika aveva con lui un rapporto di massima fiducia; erano anche decisamente innamorati, ma lei evitava quel discorso perché lo sapeva sostenitore dell’amore eterno e matrimoniale; a lei bastavano l’intesa e la voglia di stare insieme, senza certificati; per questo, quando lui le sottopose il quesito, non ebbe un attimo di esitazione; quell’ipotesi finiva per risolvere i loro dubbi; lui avrebbe avuto il certificato, con la garanzia del suocero potente; lei poteva liberamente prendersi l’amore.
