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Cene con orgia
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Racconto43 min di lettura

Cene con orgia

Lei ha una buon e salda attività; lui gode a tenere i pantaloni abbassati con chunque; lei si fa invitare a cene speciali che culminano in orge e scopa con bull e con il marito; lui se ne rende conto e fanno chiarezza.

geniodirazza
1 anno fa · 784 letture · 1

Cene con orgia

Mi chiamo Maria, titolare e proprietaria unica dell’atelier di moda “da Mary” che ho costruito con pazienza ed amore in decenni di attività indefessa e tormentata; oggi ho cinquantasei anni e da quaranta, ormai, sono la donna, prima, e la moglie poi, di Ettore, quasi sessant’anni, impiegato di banca; lo conobbi appunto quando avevo solo sedici anni e lui ne aveva quasi venti; me ne innamorai pazzamente; da lui appresi i misteri del sesso e non ho conosciuto altri uomini che lui.

Il primo bacio fu uno sconvolgimento totale del mio organismo e delle mie convinzioni, all’epoca legate all’educazione rigida in famiglia; in tempi rapidissimi mi convinse a prenderlo in mano e ad imparare a masturbarlo; mi si era già infilato nel reggiseno e mi aveva fatto andare ai matti titillandomi i capezzoli, che poi succhiò con maestria insegnandomi lo step successivo, quello in cui la sua lingua passò su tutto il mio corpo fino ai limiti delle mutandine.

Quando vi entrò e mi solleticò per la prima volta la figa, lo ricordo come fosse avvenuto ieri, un’ondata di fiamma infernale mi percorse tutto il corpo e avvampai, di piacere e di vergogna; poi imparai a lasciare che mi masturbasse titillandomi il clitoride, mentre io gli praticavo dolcissime seghe; prenderlo in bocca fu conseguenza anche dei suggerimenti delle compagne di scuola con le quali mi confidavo e che già praticavano il pompino.

Insomma, nell’arco di pochi anni, che a me apparvero velocissimi, tutte le pratiche erano ormai un mio appannaggio, compresa l’inculata che imparai a ricevere con amore e dirottando il piacere all’utero per godere quando lui mi sborrava nel retto; lo feci aspettare un poco, prima di farmi rompere l’imene, perché premevano su quello le minacce infernali della mia educazione religiosa; poi imparai a scopare alla grande e a cautelarmi.

Ci sposammo che avevo appena compiuto vent’anni e lui ne aveva ventiquattro; nei primi dieci anni di matrimonio, fummo il prototipo della coppia felice che passava le serate preferibilmente a letto a scopare in tutti i modi, in tutte le posizioni; non ci risparmiavamo niente e non ci fermavamo davanti a niente; il tutto, però, sempre nella logica della coppia monogamica che ci aveva connotato sin dalle primissime esperienze; la fedeltà non ci pesava e la sincerità connotava i nostri rapporti.

Avevo avviato il mio lavoro e trasformato la bottega da sarta, per le amiche del quartiere, in un atelier di alta moda specializzato in abiti da sposa ma aperto a tutte le richieste ed alle novità più ‘in’; ero ‘la sarta’ della città e la mia clientela contava tutte le donne di maggiore peso nella vita cittadina; avevo comprato una grande casa in centro, oltre ai locali della boutique, che contava numerose commesse, e il mio patrimonio era cresciuto; Ettore era rimasto impiegato di banca.

La crisi cominciò a manifestarsi verso l’inizio dei miei quarant’anni, quando mi decisi a prendere in seria considerazione l’ipotesi di un figlio; le visite preliminari rivelarono che per anni avevo trascurato i sintomi di una infezione che aveva logorato l’utero e le ovaie; per uno strano meccanismo della mente, Ettore cambiò totalmente atteggiamento e, da focoso amante quotidiano, si trasformò lentamente in bancario col rito del sabato sera, dieci minuti e dormire.

Feci ricorso a tutta la mia pazienza e accettai la trasformazione in attesa che superassimo la crisi della mia sterilità; voci di bancone mi fecero sapere presto che si scopava alcune mie amiche, molte delle mie clienti e che andava quotidianamente in caccia di figa nuova, specie tra le impiegate della banca più giovani; qualche approfondimento mi mise al corrente di cene speciali che si consumavano in villa e finivano in orge di cui era grande protagonista; coi miei soldi, faceva la bella vita.

Avevo amato follemente ed amavo ancora profondamente il ragazzo di venti anni al quale, ancora minorenne, avevo donato con gioia ed entusiasmo, tutte le mie verginità, e che era stato il mio ardentissimo marito per quasi un quarto di secolo; mi sentii umiliata e mortificata, oltraggiata e offesa, quando i bisbigli subdoli e perversi del pettegolezzo vennero a colpirmi fino sul mio posto di lavoro, punto di ritrovo di tutte le pettegole della città.

Già mi pesava enormemente la definizione di ‘cornuta’ usata liberamente da amiche, conoscenti e clienti occasionali; ma l’oltraggio di sapere che gli stravizi di Ettore pesavano a carico del patrimonio che con sudore e sangue andavo accumulando mi resero feroce, addirittura; in un momento di lucida follia, decisi di fargliela pagare con la stessa moneta e feci in modo da sapere con certezza i movimenti adulterini di mio marito per batterlo sul suo terreno.

L’antico e immutato amore mi suggeriva di riflettere che mi ero arresa prima di lottare, perché avevo fatto prevalere la pazienza e, anziché chiarire e richiamare mio marito alle sue responsabilità, avevo ceduto alla bonomia e perdonato le prime ‘scappatelle’ diventate poi sistema di vita; ma il dato di fatto di essere messa sotto e schiavizzata da un presunto individuo alfa, che imponeva la legge del suo maschilismo con becere manifestazioni, fece scattare la ribellione.

Dalla mia amica Floriana seppi che periodicamente venivano organizzate, per i ‘soliti noti’, gli aderenti ad una certa cerchia di persone, luculliane cene in un piccolo hotel della pedemontana alla quale venivano invitate non solo le signore da tempo note per la loro frequenza dell’adulterio contro mariti distratti ma anche escort e signore che si accostavano all’orgia, perché di quello di trattava, per la prima volta; qualcuna arrivava con la maschera per non essere individuata ed esposta al pubblico ludibrio.

Dopo la ricca cena, consumata insieme nella sala da pranzo, le coppie o i gruppi avevano a disposizione alcune camere dove potevano sfogare la loro fantasia nei giochi erotici più disparati; poiché in tutte le cene lei, organizzatrice e responsabile, aveva il quadro perfetto delle presenze e dei prevedibili incontri, non mi fu difficile accordarmi perché, tramite WhatsApp, mi aggiornasse in tempo reale e mi consentisse di mettere in atto la prima parte della mia vendetta.

Il sabato incriminato, al ritorno dal lavoro, non trovai mio marito che, rientrato, velocemente si era cambiato e vestito per l’occasione, e si era recato alla cena prevista; mangiai da sola e, su segnalazione della mia amica, mi vestii allo scopo, con un combinato perizoma e reggiseno, sotto una tunichetta leggera e facile da sfilare; ai piedi calzai scarpe con tacco vertiginoso, assai raro per le mie abitudini, che sollevava al cielo il culo ancora meravigliosamente magnetico.

Inutile dire che il mio attraversamento della sala da pranzo scatenò il prurito e l’interesse di tutti i convitati e, più di tutti, di mio marito, da sempre abituato a prelibare le novità, specialmente quelle che si annunciavano particolarmente gustose; come d’accordo con Floriana, presi la chiave della numero sedici e raggiunsi direttamente la camera dove avrei consumato il mio primo vero tradimento.

Non dovetti aspettare molto; giocando con la sua indiscutibile classe ed abilità, la mia amica fece in modo che Ettore avesse come destinazione la camera della sconosciuta che lo aveva fatto evidentemente sbavare; quando entrò, mi trovò, come avevo organizzato, a letto con un trentenne assai ben dotato con cui avevo avviato approcci amorosi inequivocabili; si avanzò nella sala e si spogliò; lo fermai con un gesto e, senza una parola, gli indicai la poltrona da dove poteva seguire la scopata.

Si sedette nudo sulla poltrona; vedevo nettamente il cazzo duro ergersi dal ventre come un palo e registravo i brividi di tensione ad ogni movimento dei due corpi sul letto; le mani artigliavano i braccioli fino a rendere bianche le nocche; il ragazzo che mi montava era un bull espressamente richiesto ad un’agenzia, garantito per tutte le sicurezze e dotato di un cazzo da esposizione.

Mi sovrastò col fisico possente e muscoloso e mi baciò con una passione degna di un grande amore, mulinandomi in bocca la lingua con un’abilità che indicava esperienza e maturità; tutto il corpo stimolava il mio, corrispondentemente, ed io mi sentivo titillare tutta, dalle gambe sovrapposte alla figa stimolata da un cazzo enorme che si era infilato tra le cosce e le attraversava tutte fino al lenzuolo, dal seno schiacciato dal torace robusto e forte al viso, preda dei suoi baci.

Dopo una lunga pomiciata che fece gemere ed agitarsi lo spettatore obbligato, il bull si stese al mio fianco; mi piegai in avanti a prendere il bocca il cazzo; mio marito, ora di fronte a me, mi ammirava mentre imboccavo il randello e lo trattavo con la sapienza che nel pompino mi aveva insegnato proprio lui; seguendo antichi consigli, presi in bocca due coglioni grossi e caldi, uno per volta, e li leccai a lungo, prima di dedicarmi al cazzo vero e proprio.

Lo alzai contro il ventre e lo leccai devotamente dalla radice alla punta; la pompa era fatta a regola d’arte, ma nessuno dei due poteva sapere che, in quel momento, la mia mente inseguiva la memoria di un cazzo giovane che imparavo a prendere in gola con difficoltà; stavo seguendo il cuore e il mio gesto di pura ribellione pornografica diventava un atto d’amore alla memoria di pompini ben più intensi e importanti vissuti prima della crisi del mio matrimonio.

Mi sistemai in maniera che Ettore avesse la visione più precisa e ravvicinata del pompino e mi lanciai a godermelo in bocca; percorsi accuratamente e puntigliosamente tutta l’asta, dove disegnai lunghi ed eccitanti ghirigori; leccai bene tutta la cappella ormai viola dalla tensione e me la feci penetrare tra le labbra stringendole per dargli la sensazione di violare lentamente una figa stretta e nuova; mio marito, che me lo aveva insegnato con pazienza ed amore, vibrava.

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