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Campeggiatori
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Racconto10 min di lettura

Campeggiatori

Un amore estivo assai coinvolgente tra uno sprovveduto provinciale ed una donna di grandi qualità artitiche e umane, sullo sfondo di un campeggio per nudisti agli inizi degli anni '80.

geniodirazza
1 anno fa · 575 letture · 0

Campeggiatori

Il 1980 è stato un anno di svolta nella mia vita.

All’inizio, avevo avuto quasi la sensazione di una rinascita dopo una lunga crisi depressiva.

Il fallimento del matrimonio e la conseguente separazione non solo mi avevano precipitato in una condizione imprevista e difficile da gestire, per chi aveva sempre vissuto in una famiglia e che di colpo si trovava a dover affrontare il menage da single, anche se l’espressione non era ancora così diffusa; ma mi aveva anche costretto ad un trasferimento volontario, ma inevitabile per le condizioni di vita nella piccola città di provincia dove viveva la mia ex moglie.

L’incontro con Erika fu fondamentale per riprendere contatto con l’entusiasmo della vita e, di più, per aprire orizzonti nuovi che erano sollecitati sia dalla cultura da cui lei veniva e che favorivano la mia naturale tensione alla libertà, o al libertinaggio, come aveva sostenuto la mia ex moglie; sia anche dalla destinazione del trasferimento, il nord industriale e ricco che consentiva a tutti di lasciare sbrigliare la fantasia.

Tra tutte le novità che il nuovo status mi propose, principale fu certamente il recupero di certe intenzioni giovanili, o addirittura fanciullesche, che il territorio di vita precedente relegava nella sfera intoccabile dei sogni se non delle utopie; sopra tutte, il mito del campeggio in un campo di nudisti sulle spiagge di quella che era ancora, a quel tempo, Jugoslavia.

Si era tanto fantasticato, nelle lunghe meditazioni da basilischi lungo il corso della cittadina di origine, che l’idea solo di poter toccare il mito con le dita mi mise le ali ai piedi e, in men che non si dica, avevo realizzato, da un vecchio furgone comprato a pochi soldi, una sorta di piede a terre viaggiante intorno al quale costruivo arditissime ipotesi di amore libero a go go.

Venne, finalmente, il battesimo del fuoco, quando ormai stavo per esplodere dall’ansia; percorremmo sullo sbuffante camioncino tutta la Padana in una sola tirata, ma alla frontiera ci bloccò una coda infinita e le lungaggini burocratiche che, al tempo, erano ancora fastidiose e lente.

Ne approfittammo per sperimentare, sulla piazzola di un distributore, l’efficacia del camper fatto in casa.

Il giorno dopo, altra tirata alla morte lungo le strade appena percorribili, e comunque classificate europee, dell’Istria, finché leggemmo con sollievo “Natur Kamp” e prendemmo coscienza che davvero c’eravamo e che l’avventura poteva cominciare.

Dopo un giro lentissimo per una minuziosa perlustrazione, scegliemmo il margine di una radura stranamente libera e abbastanza vicina ai servizi, primordiali, per la verità, ma per noi indispensabili, non essendoci dotati del water chimico apposito per i camper. Non passò la mattinata che, al ritorno dal mare, trovammo piantata nel centro dell’area libera una tenda di stile piuttosto antico, con accanto una Skoda con targa ungherese, che ci pose qualche dubbio sulla felicità della scelta.

Quando però i nuovi vicini tornarono dall’aver fatto il bagno, i dubbi dileguarono di fronte ad una bionda di straordinaria bellezza in compagnia di un maschio tarchiato ma ben messo, ambedue eleganti e cordiali; con loro, un bimbo di pochi anni, dolce e bello come un amorino biondo con gli occhi azzurri.

Come era imposto dal luogo, eravamo tutti completamente nudi e non faceva molto effetto ammirare bellezze ed intimità che in condizioni normali avrebbero fatto stravedere e scatenato pulsioni ed istinti superlativi.

Comunque, anche Erika convenne che Linda, come avremmo saputo che si chiamava, era una vera bellezza per il viso perfettamente disegnato e stupendamente incorniciato dai fluenti capelli biondi, per il corpo armonioso ed asciutto, frutto, come avremmo dedotto poi, della scuola di ballo e dell’attività che esercitava nello spettacolo.

Per parte mia, dovetti riconoscere che Milos, il marito, era decisamente un bell’uomo, molto più bello di me, senza dubbio, assai ben fatto e, particolare non marginale, molto ben dotato.

Come avviene in questi casi, per l’intero pomeriggio ci scambiammo sorrisi e cenni, non essendo noi in grado di formulare la benché minima espressione in ungherese e non parlando correntemente neppure una lingua straniera che potesse essere comune.

La mattina seguente li trovammo sugli scogli che giocavano con il bambino; nell’entrare in acqua, Erika calpestò involontariamente un riccio, lanciò un urlo e si sedette su uno scoglio tenendosi il piede dolorante e cercando di individuare gli spini che erano entrati.

Di fronte ad un fatto per me assolutamente nuovo, non sapevo che pesci pigliare.

Mentre cercavamo inutilmente un qualche rimedio, ci trovammo a fianco Milos che, con un pezzo di aglio in mano, ci indicava di strofinarlo sulla parte; Erika ricordò di aver udito qualcosa del genere, lo fece e ne ebbe qualche sollievo; anche Linda si era avvicinata ed io mi sorpresi a sprofondare nei suoi occhi celesti, quasi incurante del resto che mi era offerto allo sguardo senza limiti.

Cominciò così un’amicizia estiva che attraversò tutti le fasi sperimentate, dallo scambio di esperienze culinarie alla cena in comune fino alle serate passate a cantare con accompagnamento di chitarra; i due, infatti, erano cantanti professionisti ed avevano girato il mondo, quello ad essi consentito a quel tempo, naturalmente, facendosi apprezzare per la limpidissima voce di Linda, perfetta showgirl in grado di cantare, recitare e ballare, e per la maestria di Milos nel suonare la chitarra.

Per la comunicazione, ci avvalemmo delle poche conoscenze di Linda che stava studiando l’italiano e parlava abbastanza correttamente l’inglese, della buona volontà di Milos ad esprimersi in un approssimato tedesco e soprattutto della mia improntitudine che mi metteva in condizione di dialogare rapinando vocaboli, in inglese e in tedesco, a qualche vaga reminiscenza scolastica, alle frasi d’uso, specialmente delle canzoni in voga, e soprattutto all’universale linguaggio della gestualità.

Nei giorni che seguirono familiarizzammo molto, con la complicità di Daniel, il loro bambino che era veramente straordinario per entusiasmo, autonomia e disponibilità; poiché disponevamo anche di un piccolo canotto, mi trovai anche a girare per la baia con la madre e il bambino, mentre Milos andava a sperimentare la sua capacità di comunicatore con altri gruppi ed Erika continuava a crogiolarsi al sole sugli scogli.

Fu proprio in quella occasione che Linda, osservando l’attenzione con cui perlustravo con lo sguardo il suo corpo, mi chiese in inglese se avevo voglia di fare l’amore con lei; con il mio improbabile inglese, le risposi che lo avrei voluto solo se e quando lei lo avesse voluto; e la cosa finì là.

Durante le cene comuni e le serate di canto, avevamo avuto modo di renderci conto che a Milos piaceva molto bere e che, quando era sbronzo, non controllava i suoi entusiasmi; quasi sempre, quando noi decidevamo di dormire perché eravamo troppo stanchi, lui andava in altre tende a tirar tardi sino al mattino.

Prima di andare avanti…

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