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Alberto e Mario
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Racconto78 min di lettura

Alberto e Mario

Problemi da risolvere in famiglia

geniodirazza
2 anni fa · 626 letture · 0

Quasi mi urla.

“Aspetta, veniamo insieme anche stavolta.”

Rispondo, mentre mi pastrugno la vulva con la massima velocità; con la coda dell’occhio, vedo in un angolo Carla che si masturba violentemente; la scena non ha lasciato indifferente neanche lei.

Quando sento che l’orgasmo arriva, lo avverto.

“Adesso … veniamo adesso!!”

Esplodiamo all’unisono in un orgasmo veramente mitico ed io sento con profonda gioia il fiume bollente di sperma che, per la prima volta, si scarica nel mio intestino consacrando la mia molteplicità di femmina da letto.

Dopo di allora, abbiamo copulato, spesso e volentieri, noi due o noi tre.

Non ho mai pensato che il mio fosse un tradimento a Mario; aveva detto bene Carla.

“Non c’è colpa se un figlio riempie i vuoti lasciati dal padre, specialmente se ad essere lasciati vuoti sono un deretano o una vulva”...

 Mario

Mio figlio è stato senza dubbio la croce della mia vita, soprattutto quella sessuale.

Quando conobbi Vilma, sua madre, avevo poco più di vent’anni; facemmo l’amore con intensità per qualche settimana; poi mi annunciò che era incinta.

Come d’abitudine nei paesi, il matrimonio riparatore fu l’imposizione immediata delle famiglie.

Una gestazione difficile fece in modo che per un anno intero non riuscii ad accoppiarmi nemmeno una volta.

Quando nacque Alberto, le attenzioni della madre per il figlio furono tante e tali che quasi disimparai a copulare.

Per di più, la battaglia tra me e Vilma si scatenò feroce sul mio rifiuto a lavorare nel negozio di suo padre; sicché, quando mi fu offerta l’occasione di trasferirmi in città per un ottimo impiego, la situazione degenerò fino alla separazione e, in breve, al divorzio.

Conobbi Anna, alla quale mi univano infinite possibilità di rapporto; ma il sesso rimase quasi sempre marginale; quando, a diciotto anni, Alberto decise di iscriversi all’Università, accettai volentieri di ospitarlo nella casa dove vivevo con Anna.

A risentirne, fu ancora una volta la mia vita sessuale, che si ridusse al lumicino.

Il ragazzo non aveva esitazioni a portarsi a casa tutte le sbarbine che rimorchiava, quasi mai la stessa, e a scatenare il terremoto contro la parete di divisione dalla nostra camera; molte volte ero preoccupato per la colonna sonora che veniva imposta ad Anna; ma ormai io mi ero così abituato al rituale settimanale del sabato sera, penetrazione, quattro colpi, eiaculazione e giù a dormire, che non riuscivo neppure a pensare di cambiare qualcosa.

Mi ero quasi perduto nel dedalo di corridoi tutti eguali della grande azienda ed avevo urgente bisogno di orinare; scoprii un’indicazione ‘WC’ e mi precipitai; orinatoi affiancati senza separazione, due bagni chiusi; non c’era scelta.

Mentre orinavo, entrò uno che si sistemò a fianco a me e cominciò a sbirciare dalla mia parte; non provai nessun fastidio, anzi feci in modo da girare il membro perché lo guardasse meglio; quando ebbi finito, me lo scrollai un poco per non bagnare le mutande.

“Posso toccartelo?”

Mi chiese quasi timidamente; non risposi ma mi girai quasi ad offrirglielo; allungò la mano e lo prese delicatamente, prima con due dita poi con il palmo, e cominciò a farmi una leggera manipolazione; il membro mi si indurì immediatamente.

Istintivamente, mi girai verso la porta e mi ritrassi, spaventato che qualcuno potesse entrare all’improvviso e cogliere la scena; ma l’istintiva accondiscendenza, la sensazione di piacere che il tocco della mano sull’asta mi aveva prodotto e l’improvvisa erezione che aveva scatenato mi colpirono; forse la mia parte gay era stata troppo a lungo ignorata e repressa; al primo accenno, saltava fuori.

“Seguimi!”

Disse con fermezza, e si avviò; lo seguii quasi senza rendermene conto fino ad una porta che aprì con una sua chiave; guardandosi intorno circospetto, entrò e mi invitò a seguirlo.

Dentro, richiuse a chiave.

“Solo io ho questa chiave.”

Disse rassicurante.

Eravamo in un ufficio probabilmente disusato da tempo.

Mi spinse contro una scrivania e cominciò a sbottonarmi i pantaloni fino a calarli alle caviglie insieme agli slip; il mio membro si era eretto in tutta la potenza e lo sentivo duro da farmi male.

Riprese a carezzarmelo come aveva cominciato a fare in bagno, ma stavolta masturbandomi con mano esperta e decisa che accompagnava l’asta per tutta la lunghezza; con l’altra, mi prese i testicoli e li massaggiava con abilità.

Quando l’asta diventò violacea, tanto era dura, si accovacciò davanti a me, accostò il viso e allungò la lingua a lambirla sulla punta; sentii un fremito attraversarmi tutto il bacino e provai la voglia di forzarglielo in bocca con violenza, ma mi trattenni; lui accostò le labbra e le aprì lievemente per farlo entrare in bocca con una lentezza esasperata; mi sembrava di penetrare una vulva vergine e tutte le fibre dell’asta fremevano dal desiderio di essere avvolte da quelle labbra.

Lui invece si ritirò di colpo e si abbassò a prendere in bocca un testicolo; lo leccò tutto quanto e lo succhiò a lungo; mi pareva che il midollo delle ossa scendesse fino ai testicoli e cercasse di riversarsi nelle sua bocca.

Fece lo stesso trattamento con l’altro testicolo ed io sentiti sempre più violenta la tensione ad entrargli in bocca fino a soffocarlo.

Si fermò di colpo e cominciò a leccarmi l’asta partendo dalla base e girandoci intorno a cerchio; con una mano mi teneva stretti i testicoli e mi impediva l’orgasmo; con l’altra, manovrava il membro per far girare la lingua a mulinello su tutta la superficie dell’asta.

Arrivò finalmente a prenderlo in bocca; ed io sentii il cielo aprirsi e scatenarmi in testa fulmini violenti; volevo esplodere, ma la stretta ai testicoli me lo impediva.

Si fece penetrare la bocca da mezza asta, accompagnandola con la lingua che leccava e stimolava il glande e lo scroto; poi, di colpo, se lo fece affondare in gola; temetti che soffocasse, ed invece cominciò a risucchiarlo tutto imprimendo una pressione che si trasferiva direttamente ai testicoli, al cervello.

Quando pensavo che stesse per farmi eiaculare, si staccò di colpo, si sollevò in piedi e si girò mentre si calava pantaloni e mutande fino alle caviglie.

Appoggiandosi ad un’altra scrivania abbandonata, sporse verso di me il didietro depilato e roseo come quello di una bella donna.

“Infilamelo!”

Disse perentorio; io esitai.

“Ma è bello grosso!”

Per tutta risposta, si spinse indietro e contemporaneamente mi catturò per un fianco e mi accostò al suo fondoschiena.

Pilotai il membro verso il foro mentre un miliardo di pensieri mi folgorava il cervello; ormai potevo solo accettare la mia omosessualità; lo afferrai per i fianchi e cominciai a spingere.

In parte avvertì la penetrazione e si contrasse, ma solo per un attimo; poi spinse il sedere verso di me e si fece penetrare fino ai testicoli; mi appoggiai con l’inguine alle sue natiche e mi gustai la dolcezza del mio membro immerso nel calore delle sue viscere; poi lui cominciò a muoversi ed io iniziai a stantuffarlo nel retto.

Mi bloccò per un attimo, prese la mia mano destra e se la allungò davanti fino a farmi prendere in mano il suo membro; era bello grosso, forse quanto il mio, e duro da non immaginarsi.

La sensazione di questo pezzo di marmo caldo e morbido che mi scorreva tra le mani mi mandò in estasi ancora una volta e sentii sciogliermi le ginocchia.

“Avvertimi se stai per eiaculare.”

Mi disse.

“Come ti avverto?”

Chiesi.

“Dammi uno schiaffetto sulla natica sinistra.”

Cominciai a pomparlo nell’ano con regolarità, dolcemente e decisamente, gustandomi ogni millimetro di dolcezza che mi procurava scivolargli nell’intestino; intanto, mandavo su e giù la mia mano gustandomi il piacere dell’asta che si faceva aggressiva e dolce, al tempo stesso.

Quando i nervi del mio corpo furono tutti in tensione, sentii un groppo di sensazioni che mi attraversava il ventre e si avvicinava al membro; capii che stavo per esplodere in un enorme orgasmo e gli diedi il colpetto sulla natica, sovrappose la sua mano alla mia destra che gli menava il cazzo ed accentuò la velocità della masturbazione.

Con quattro colpi, arrivammo alla fine ed io gli feci esplodere in corpo la più bella eiaculazione che ricordassi; quasi contemporaneamente, mi esplodeva tra le mani la sua che andò a perdersi sotto la scrivania.

A mano a mano che riprendevo possesso di me, il mio membro scemava e tendeva a scivolare dall’ano; mi passò dei fazzolettini e mi avvertì di non sporcare i pantaloni, mio e suo.

Lo feci con molta attenzione; ci rivestimmo e, solo alla fine, mi disse.

“Io mi chiamo Valerio.”

Riuscii solo a rispondere.

“Io, Mario.”

Senza dire altro, uscimmo circospetti, prima io poi lui, dopo esserci accertati che non c’era nessuno in giro.

Non riuscivo ancora a guardare le cose lucidamente, ma la mia parte femminile ormai mi appariva fin troppo evidente e cercai di non chiedermi neppure dove avrebbe potuto condurmi.

L’azienda in cui lavoravo era molto grande; non ci si conosceva tutti, anzi, ci si conosceva in pochi, ed alcune persone non si erano mai incontrate, sul lavoro.

Prima di andare avanti…

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