Vai al contenuto
Erotika
La prima volta con un Black. Prima parte.
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Racconto19 min di lettura

La prima volta con un Black. Prima parte.

L'irresistibile voglia del cazzo grosso.

pennabianca
1 anno fa · 1.7k letture · 1

 Mi chiamo Carlo, ho cinquanta tre anni e sono sposato con Irene che ne ha due meno di me. Sono un maschio classico, alto e con un poco di pancetta, capelli brizzolati, ma, nell’insieme, sono una persona simpatica e solare. Irene è una bella donna, con appena superati i cinquanta. Alta, bionda naturale, occhi chiari, labbra carnose, una bella quarta di seno e un bel culo sodo e gambe lunghe e tornite. Siamo sposati da trentadue anni ed abbiamo un figlio, che adesso vive in una altra città. Quando ci siamo conosciuti lei veniva da due storie finite perché il primo ragazzo aveva un carattere da insicuro, ed il secondo un perfetto egoista che pensava solo al suo piacere. Io, invece, venivo da una esperienza diversa. Ero stato oggetto, per tre anni, delle attenzioni di una amica di mia cugina, molto più grande ed esperta che, avendo scoperto il gioiello che ho fra le gambe, un bel cazzo non troppo lungo, quasi diciotto cm., ma dalla notevole circonferenza, se lo era gustato alla grande, insegnandomi ad usarlo in maniera perfetta.

Durante i nostri primi incontri di sesso, Irene ha subito capito la differenza con i suoi trascorsi, ed ha apprezzato il fatto che, prima di scoparla, io le leccavo la fica, fino a farla godere solo con la bocca. Quando poi ha assaggiato la mia dotazione, ne ha goduto tantissimo ed il suo commento finale è stato un semplice:

 ‘questo sì, che è scopare!’

Da allora abbiamo vissuto ed esplorato il sesso in molte sue varianti e, sempre con la nostra consueta complicità, abbiamo vissuto esperienze piacevoli e intense. L’esibizionismo, il nudismo e la voglia di provocare hanno fatto di lei una femmina che spesso sa essere molto intrigante e rende il nostro rapporto sempre bello e vivo. Solo un episodio increscioso, avvenuto tre anni fa, ci ha fatto cambiare un po’ il nostro modo di giocare. Eravamo in compagnia di una bella coppia, con lei molto calda e sensuale che, quando ha visto Irene inculata dal suo compagno, è andata su tutte le furie. Noi non ne capivamo il motivo, fin quando lei ci ha spiegato che fra loro c’era un patto: lui avrebbe dovuto fare le stesse cose che sua moglie faceva con me. Poiché la mia dotazione era superiore a quella del marito, lei non aveva nessuna intenzione di farsi sodomizzare da me e, quindi, nemmeno lui avrebbe dovuto permettersi di lasciarsi andare a quella pratica. Insomma, mentre per noi non vi erano problemi, per la lei di coppia era stato un vero dramma. Dopo un’esperienza di quel tipo, abbiamo deciso che quando si sarebbe di nuovo presentata un’occasione di giocare con un’altra coppia, avremmo subito messo le cose in chiaro, onde evitare un nuovo incidente. Cosa diversa era per le singole: ne abbiamo ospitate diverse nel nostro letto e, sia io che lei, ne abbiamo ricevuto molto piacere e mai un episodio che ci abbia turbati. Con i singoli, invece, Irene è stata sempre molto selettiva e pretende certi standard che non sono alla portata di tutti, quali la resistenza, la complicità con me e, soprattutto, un approccio signorile, condizioni queste che si contano sulle dita di una mano. Ciò premesso, vi descriverò il modo in cui è nata questa storia.

Nella nostra socialità, facciamo parte di un gruppo che si occupa di volontariato. Il capo, che si chiama Marco, a prima vista, sembra una persona molto riservata e morigerata. Spesso ci convoca, assieme agli altri, per svolgere delle mansioni di supporto ad un gruppo della protezione civile, molto attivo nel nostro territorio. Lo scorso settembre, mi chiama per sapere se possiamo aiutarlo a risolvere un problema che gli sta molto a cuore.

«Abbiamo un ragazzo che era ospite di una famiglia di coniugi anziani, che gli fittavano una camera, in quanto lui è uno studente all’ultimo anno di medicina; deve ancora completare il corso di studi e deve dare solo quattro esami e la tesi. Lo scorso agosto, il marito della signora anziana è morto ed i suoi figli, che abitano in una altra città, hanno deciso di portare la madre a vivere con loro ed hanno venduto l’appartamento ad una famiglia che non può ospitarlo. Poiché mi avete detto, in passato, che avete due camere libere, mi chiedevo se vi fosse possibile fittarne una a questo ragazzo, che è una persona molto buona, educata, onesta e gentile. Sono io stesso a garantire che lui non vi darà nessun fastidio».

Ne parlo con Irene, che subito mi dice di accettare e, la sera stessa, ce li troviamo davanti alla porta di casa nostra. Quando entra, io e Irene restiamo sorpresi dal fatto che è un gigante nero, che trascina due grosse valige, una piena di libri e l’altra di indumenti. Alto quasi due metri, spalle larghe e braccia enormi con mani che sembrano due tenaglie. Per un attimo restiamo senza parole, poi lui, con fare garbato, si presenta.

«Mi chiamo Amir, vengo dal Kenya, e mi vorrei scusare se sono di disturbo, ma vi invito a non lasciarvi impressionare dalla mia mole. Capisco che, di punto in bianco, non è una cosa facile, ma desidero solo finire gli studi per tornare in Africa, dove c’è un disperato bisogno di medici».

Irene lo guarda affascinata e, dopo un attimo di silenzio, lo fa accomodare e, sistemate le questioni burocratiche, restiamo soli con lui. Lo accompagniamo in camera di nostro figlio e subito ci rendiamo conto che, forse, il letto, di una piazza e mezza, non riuscirà ad accoglierlo, ma lui ci scherza su e, ridendo, dice che ha dormito in posti peggiori e che questo andrà benissimo. Ci chiede però chi dorme in quel letto ed Irene con un sorriso, risponde:

«Questa è la camera di nostro figlio che vive in una altra città».

Lui ci guarda con occhi carichi di ammirazione e comincia a sistemare le sue cose. Passano due mesi, e la nostra vita procede senza nessun problema.

Io e mia moglie, al mattino, facciamo colazione con lui e poi andiamo al lavoro. Amir, in genere, passa le sue giornate fra le lezioni in facoltà, il tirocinio in ospedale o a studiare in camera sua, lasciando a noi piena libertà e, quasi, non si fa notare. Una persona discreta, pulitissima, molto ordinata e ben educata. Ben presto diventa facile scambiare qualche parola con lui, che ci racconta del suo paese, della povertà della sua gente, specie nel villaggio posto all’interno del Paese, dove le malattie sono una vera piaga e, per questo, ha deciso di studiare medicina: non vede l’ora di poter tornare nel suo paese. Ci commuove e lo aiutiamo come meglio possiamo. Una sera, mentre stiamo guardando un film erotico, io e Irene restiamo affascinati da una scena, dove un bel maschio nero scopa una bella donna di mezza età bianca e le chiedo se a lei la cosa suscita qualche interesse. Lei ci pensa un attimino e mi risponde che è molto intrigata da questa cosa, anche perché si dice che i maschi di colore siano molto dotati. La guardo e le chiedo se ha avuto modo di scoprire se il nostro inquilino rientra fra quelli super dotati. Lei mi sorride divertita.

«Amore sei proprio un porco! Ti ricordo che Amir è una persona molto solare e credo che sia fuori luogo immaginare di vivere un momento di sesso con lui. Se poi si dovesse venir a sapere, sai che figura ci facciamo con il resto del gruppo».

Ci facciamo una bella risata e per un po’ la vicenda finisce lì. Passa un po’ di tempo e ci troviamo con il resto del gruppo per scambiarci gli auguri di Natale e, mentre sono intento a parlare con un amico, sento la moglie di Marco che parla con Irene del nostro inquilino.

«Come va con il bel ragazzone che state ospitando? Dimmi come ti senti ad avere per casa un ragazzo grande e grosso come lui? Si dice che sia davvero grosso, ma soprattutto lungo».

Pronuncia le ultima parole, allargando le mani, come a dimostrare una certa lunghezza che, con il doppio senso delle parole, serve ad indicare una cosa enorme. Irene la guarda e le risponde con ironia.

«Mi cara, è una vita che mi destreggio fra cose grandi e lunghe».

Finisce la frase, mettendo le mani insieme, indicando una certa circonferenza che lascia spiazzata la nostra amica. La sera a letto ne riparliamo.

«Ho visto che con Clara parlavi del nostro inquilino».

Lei scatta stizzita.

«Quella pettegola di Clara è sicuramente dispiaciuta di non avere in casa sua il nostro Amir. Sicuramente non si sarebbe lasciata sfuggire l’occasione di scoparselo. Che gran troia!».

La osservo e mi rendo conto che è davvero incazzata e, poi, noto che adesso lui è diventato: ‘il nostro Amir’. Trascorriamo le feste di Natale con Amir, che pranza con noi e poi va al lavoro: è di guardia in ospedale. Passano quattro mesi e non si ritorna più sull’argomento Amir, anche se aumenta la complicità con lui, che, sempre più spesso, si intrattiene con noi, parlandoci della sua terra e dei suoi genitori.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Pagina 1 di 3 · 0%

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista