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Erotika
Eve, la prima peccatice
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Racconto12 min di lettura

Eve, la prima peccatice

Un discorso ancestrale, poetico e diabolico al tempo stesso, un gioco di estremi che si sfiorano senza toccarsi, forse senza capirsi ma indissolubilmente legati.

Linos
2 anni fa · 312 letture · 0

Un sospirò fuoriuscì dalle labbra socchiuse, era un rituale annuale quello che stava eseguendo, il continuo ed insistente cercare una speranza, un qualcosa di diverso in quell’eterna trappola dell’anima. Era rinchiusa in quel loop, in quella sua fuga verso un uomo che non l’aveva mai aspettata nel bosco, che non era mai corso da lei come promesso. “Non voglio andare” aveva sussurrato all’oscurità mentre il corpo in brandelli gridava, mentre gli ululati si mischiavano al rumore di denti, di carne strappata, di urla, le sue urla. “Non voglio andare” aveva sussurrato e l’oscurità l’aveva ascoltata e lei era stata così stupida da credere che il prezzo sarebbe stato meno doloroso di un cuore spezzato, della morte, del calore della fine. Aveva scelto di non avere fine, di essere eterna, una pallida ombra nel mondo che si muoveva senza essere vista se non il giorno di Halloween, se non il giorno in cui mostri e spiriti dannati non camminavano sulla terra.

“Non sei stanca, Eve?” Eve, la peccatrice, Eve colei che si era fatta ingannare due volte prima dallo stesso che sussurrava al suo orecchio e poi da un uomo qualunque. “Non dovevi darmi ciò che volevo.” gli disse, il tono basso, la voce fragile come quella che aveva avuto nel giardino dell’Eden. La prima donna, intrappolata in una gabbia dorata con un uomo che pensava di possederla solo perché era stata creata dalla sua costola, come se lei non potesse avere desideri, volontà, aspirazioni, come se dovesse amarlo per forza. E quel suo desiderare l’aveva condannata, lo aveva fatto così tante volte e alla fine si era lasciata sedurre da quella voce melensa, dalle sue promesse. “Io ho sempre il vizio di darti quello che vuoi purtroppo, strano che tu non abbia ancora capito che è il Diavolo a concedere la libertà di scelta. Io ti ho solo aperto una strada, ma sei tu ad averla imboccata.” Le disse, le dita che sfioravano il suo collo in una morbida carezza, la detesta eppure è così calda.

Era una danza che continuavano da troppo tempo, da troppo. “Eve, tu hai morso la mela ed hai ottenuto ciò che volevi: la libertà.” Glielo ricordò con un soffio dolce prima di lasciare un bacio tra il collo e l’orecchio, il bacio di un amante che la portò a sospirare. Resisteva a lui da secoli e da secoli lui continuava ad andare da lei quando compariva, ogni Halloween, ogni anno come se fosse un qualche anniversario, come se tra di loro ci fosse qualcosa di più di una semplice danza. Aveva ballato con lui, si era fatta stringere da lui, aveva passato notti di Halloween intere a guardare il mondo cambiare e guardarsi la mattina scomparire per tornare al suo sonno per poi ricomparire l’anno dopo e lui sembrava quasi attenderla.

All’inizio non si parlavano, lei non gli rivolgeva nemmeno la parola oppure cercava di colpirlo, ma lui tornava sempre, lo faceva ogni volta come in quel giardino. Lo ricordava, ricordava il suo essere un serpente, il suo mormorare dagli alberi senza farsi vedere, il suo raccontargli di poter diventare qualcosa di diverso da quello che era. “Non vorresti di più?” Le aveva chiesto una volta e lei aveva detto di sì, che voleva di più, che voleva essere. Non sapeva da dove venisse quella foga, Adamo non sembrava conoscerla, era come se lui non fosse fatto di terra e fuoco, ma solo di fango mentre a lei non rimaneva altro se non l’ardere da sola. E di punto in bianco qualcuno aveva compreso le sue braci, aveva compreso quanto quel fuoco la bruciasse dall’interno e parola dopo parola si era conosciuti, avevano entrambi il medesimo ardore, il medesimo desiderio di fuga e di libertà. Ed era stata libera dopo aver mangiato la mela, una libertà crudele, ma pur sempre una libertà. “L’uomo che ti ha spezzato il cuore è stato da tempo punito, sei certa di non volertene andare?” chiese l’essere d’ombra, le mani che scivolavano lungo i suoi fianchi. “Perché lo hai punito?”. Glielo chiese senza pensarci mentre si voltava verso di lui, verso gli occhi di una sfumatura scarlatta e innaturale quanto la bellezza del suo volto. Era un desiderio, lo pensava ogni qualvolta lo vedeva. “Perché ha osato farti del male.” Le mormorò prendendole la mano per portarsela tra le labbra. “Anche se credi che sia io a volerti fare male” gli fece notare ed era vero, per secoli e secoli aveva creduto che volesse la sua sofferenza, ma dopo tutti quei secoli, le sue certezze si stavano sgretolando. “Non avrei mai voluto vederti soffrire, ma ho sottovalutato l’Ira di mio padre” aggiunse, un altro bacio e la sua voce era così dolce, quei baci così morbidi.

Da quanto tempo non veniva baciata? Da quando Lui le aveva promesso una vita diversa, da quando era scappata da Adamo e il suo possesso, dai suoi baci rozzi, dalle spinte delle sue anche, dalle sue mani che stringevano con forza nel cuore della notte come se fosse solo un pezzo di carne. “Balla con me.” Le chiese e Eve si ritrovò a sorridere, un sorriso delicato, lo stesso che aveva dedicato al serpente dopo una settimana di incontri segreti, di parole sussurrate. “Mi mancava quel sorriso.” aggiunse infine, il corpo che iniziò a muoversi a ritmo di una musica azionata dalla magia, la stessa che la faceva essere umana per una sola notte l’anno. “Perché torni ogni anno?” gli chiese, si era prefissata un numero di risposte diverse, avevano avuto nella mente quella conversazione da secoli e secoli. “Perché mi manchi ogni anno.” rispose, lo fece semplicemente e purtroppo Eve sapeva bene che il diavolo non era solito mentire, no, lui dice la verità e ti inganna con i tuoi stessi desideri, i tuoi stessi pensieri. “Perché spero di vederti ogni anno rinunciare a questa prigione anche se significherebbe dover discendere gli Inferi.” continuò, lo sguardo che cercò il suo mentre il volto si avvicinava, la languida curva delle labbra si dischiudeva di nuovo. “Perché mi mancano i nostri discorsi all’ombra del melo, perché mi manca guardarti dalle mie ombre. Perché spero ogni anno che tu decida di essere almeno un po’ mia.”

Un mormorio quello del Diavolo, come aveva potuto non comprenderlo? Era un angelo corrotto, era il vizio, era l’essenza stessa dell’umanità e come l’umanità stessa desiderava, sognava, soffriva di ogni vizio esistente e l’amore era il vizio più grande. E lei era stata così sciocca da non averlo compreso, da non averlo visto avvicinarsi a lei Halloween dopo Halloween, notte dopo notte, chiacchierata dopo chiacchierata. Pensava fosse il suo gioco, invece era ciò che desiderava, ciò che lo portava a sé come se lei fosse il sole e lui un umile pianeta.

Lo baciò, un bacio caldo e delicato che venne accolta con la sorpresa di un amante che non crede di poter essere ricambiato. Lo baciò lasciando che le labbra scoprissero quella bocca ancora sconosciuta, calda, dolce nonostante a possederla sia il peccato fatto carne. “Vieni via con me” un sussurro quello di Lucifero che le rimbombò nelle ossa. “Fai in modo che questa sia la tua ultima notte.” aggiunse, una preghiera, poteva tutto ciò che era diverso dal credo pregare? “All’alba” e sentì nuovamente le labbra sulle sue. “Voglio essere umana per questa notte” e voleva sentirlo, voleva sentire ciò che gli umani dicevano di provare da secoli: l’amore, la carne che si univa e non per ciò che Adamo credeva. E prima che potesse aggiungere altro lui la trasportò in quello che sembrava una casa, le labbra che cercavano continuamente le sue, che scoprivano la sua bocca che non si ricordava più i sapori dei baci da troppo tempo. Le mani cercavano i suoi capelli, si intrecciavano tra le ciocche ed era come se l’amore esistesse davvero quella notte.

Prima di andare avanti…

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