Dopo qualche minuto tornò Gregorio che ci portò del pane ed una brocca di vino bianco gelato assieme ad un paio di bottiglie d’acqua. Facemmo le presentazioni “ufficiali” e ci raccontò la storia sua e della sorella.
“Siamo nati a Roma da genitori greci che si erano trasferiti in Italia nel 1960 quando c’era il boom economico. I nostri genitori si erano appena sposati ed in Grecia, in quei tempi, non c’erano tante opportunità di lavoro quanto oggi. Papà era un ingegnere e mamma era laureata in lettere classiche ed aveva studiato greco antico e latino. Loro parlavano già italiano perché la loro nonna materna era di Rodi ed era di antica origine veneta e l’avevano imparato durante le vacanze. Poi papà morì di infarto e mamma, insegnante di lettere al liceo classico Vittoria Colonna, si trovò a scegliere di tornare in Grecia, nel frattempo oggetto di un colpo di stato militare, o di rimanere in Italia.Tornare era impossibile, per cui decise di rimanere a Roma.Poi, due anni fa morì la nonna paterna, che era originaria di Naxos, e tra le varie cose ci toccò in eredità la proprietà di due case, di cui una sul mare proprio di fronte al porto, e di questa taverna che è stata ricostruita prima della guerra.Noi venimmo qui con mamma per le vacanze cinque anni fa e vedemmo che c’era già un interesse al turismo. Decidemmo di vendere la casa di Roma e di trasferirci qui e tentare la sorte.Oggi abbiamo una specie di pensioncina con quattro camere sul porto e questa taverna. Lavoriamo duro per quattro mesi all’anno per guadagnare quel che ci serve per campare negli altri mesi, pagare i costi di manutenzione e le varie tasse, e mettere qualcosa da parte. Però qui basta poco per campare dignitosamente. E di inverno, c’è veramente poco da fare. Infatti io vivo in un paesino vicino ad Atene dove c’è la famiglia della mia fidanzata durante l’inverno mentre Irene sta qui con il suo fidanzato e la mamma.”
“Però il resto se volete ve lo racconto dopo, vado a prendere la pasta che mi sa che è pronta” concluse.
Ed in effetti dopo poco arrivò con le prime scodelle piene e fumanti di spaghetti al sugo.
Erano delle porzioni enormi, tipo due etti a piatto, ed il profumo era inebriante.Ci gettammo con voracità sulla pasta gustando il sapore pieno della salsa di pomodoro.“Ma chi l’ha fatto?” chiesi.“Lo fa mamma. E lo fa con i pomodori del nostro orto, a ottobre. Mettiamo quintali di pomodori a bollire, li tritiamo, li passiamo e poi li imbottigliamo. Poi, quando fa la salsa aggiunge i suoi segreti. So che c’è del pepe, del peperoncino, l’origano, il sale, l’olio di oliva, l’aglio, ma non so in che proporzioni e in che ordine” rispose.Era talmente buona che la finimmo più o meno tutti in pochissimo.“Chi vuole un ripassino?” venne Irene con la pentola in mano. “Ce n’è rimasta un po’, forse un paio di porzioni abbondanti” disse.“Io!” disse Filippo“Io!” si aggiunse Andrea“Io!” disse Adriano“IO!” urlai.“Vabbè, dividetela in quattro!” disse Irene“E noi no?” chiesero le ragazze.Dividemmo quelle due porzioni in otto, giusto una forchettata a testa. Ma ne avremmo mangiata tutti due volte tanto, se ce ne fosse stata la possibilità.Dopo qualche minuto Gregorio e Irene arrivarono con i piatti del pesce.Dietro di loro una signora sulla settantina, con i capelli raccolti in un fazzoletto, un lungo grembiule sopra un camicione da lavoro portava una ciotola enorme piena di pomodori.“Complimenti signora per la salsa di pomodoro! Era eccezionale. Buonissima!” mi alzai in piedi per salutare e complimentarmi.“Si, vero, buonissima, bravissima, complimenti!” dissero un po’ tutti.Anche il pesce fu spazzolato in men che non si dica, di sapore delicato, tenerissimo e cotto alla perfezione. Le patatine scomparirono in un attimo mentre Francesca, Filippo ed io ci concentrammo sulla cofana di pomodori. “Chi ne vuole?” chiedemmo.“Dammene un paio!” disse Federica a Filippo.“Anche a noi, daccene una cucchiaiata” si aggiunsero Adriano e Dede.Serviti gli amici, presi la ciotola e la misi davanti a me.Come passò Irene, le chiesi del pane.“Per favore, non tagliarlo a fette. Se me ne porti mezza pagnottina, la uso per fare la scarpetta” spiegai.Non avete idea di quanto buono potesse essere quel piatto. I pomodori erano dolci, succosi, maturi al punto giusto. Il condimento – olio, sale, pepe e origano – era abbondante e perfetto.Credo di averne mangiati almeno un chilo, quella volta.Come arrivò il pane, feci la scarpetta con pezzi enormi. Dovetti cederne uno a Francesca che voleva a tutti i costi attingere anche lei alla ciotola.
Quel giorno non esagerammo con il vino. Anzi, la caraffa da un litro bastò per tutto il pasto, nonostante fossimo in otto.
Ci portarono il caffè fatto con la moka (un trattamento di lusso) e pagammo il conto, circa 1.000 dracme a testa, 11.000 lire a persona.
“Allora noi andiamo in spiaggia a prendere un po’ di sole” dissero gli amici.“Vi raggiungiamo subito” rispondemmo Francesca ed io.Chiedemmo di andare un momento in bagno prima di andare in spiaggia.“Allora io devo tornare indietro in paese verso le sette, non più tardi, perché devo ricaricare acqua e vino per stasera” ci disse Gregorio. “Vi aspetto qui facciamo alle sei e mezza, d’accordo?” proseguì.“Direi di si, perfetto” risposi.Salutammo e ci incamminammo.
Non avevo notato che nel frattempo Francesca si era spogliata, rimanendo solo con lo slip del costume a tanga ed una canottierina aderente senza reggiseno.“Come mai questa scelta?” le chiesi“Non mi andava di cambiarmi in spiaggia davanti a tutti” mi rispose.“Stiamo andando alla spiaggia nudista, lo sai” le dissi“Si, ma non mi interessa. Semmai mi tolgo il pezzo di sopra, ma lo slip lo tengo. Mi vergogno davanti a tutti!” replicò.“Ma ieri, non hai avuto scrupoli a farti vedere da tutti” obiettai.“A parte che ieri sera era buio e che eravamo in altre condizioni” rispose “poi non erano poi tutti e comunque oggi non mi va.”La conoscevo, so che se avessi insistito ora, non avrei ottenuto nulla se non il suo muso ed i suoi rimbrotti. E non ne avevo voglia.Superammo la duna naturale che separava la caletta della taverna da quella subito a fianco.C’erano solo altre due coppie verso il fondo della spiaggia, al confine opposto, probabilmente nude, ma troppo lontane per esserne certi.
“Beh, è una ficata questo posto” disse Filippo.“L’acqua è stupenda. Peccato aver mangiato tardi. Aspetto un paio d’ore prima di farmi il bagno” aggiunse Federica tenendo sotto braccio Filippo.“Se lo fai subito, non hai ancora iniziato la digestione” teorizzò Andrea.“Ma dai, abbiamo finito alle tre passate, sono quasi le quattro. E’ pericoloso” ci ammonì Adriano.“Bah, prenderemo il sole” conclusero le ragazze.Stendemmo i nostri teli a coppie, non troppo appiccicati visto che c’era spazio in abbondanza.
La costa formava tante calette di dimensioni tra i cento e i duecento metri di lunghezza con una profondità di una decina di metri dal bagnasciuga alla pinetina che stava alle nostre spalle.Avevo proposto a Francesca di stenderci all’ombra di uno di quei pinetti bassi per evitare di cuocerci. A tale scopo, presi i nostri teli e li misi proprio sotto l’ombra del pino più vicino alla spiaggia. Il sole era quasi parallelo alla costa e le ombre si allungavano un po’ per cui c’erano venti metri abbondanti tra noi ed il bagnasciuga e almeno altrettanti dagli altri amici.
“Io però vorrei prendere comunque un po’ di sole. Ora mi metto qui, poi semmai vado in riva al mare” mi disse.Quindi si sfilò la canottiera rimanendo in topless e si sdraiò sulla pancia, a schiena in sù.Indossava uno slip a tanga bianco con i triangoli anteriore e posteriore molto ridotti e legati da laccetti. Glielo avevo comprato in occasione di questo viaggio ma mi aveva detto che lo aveva lasciato a Roma perché era troppo piccolo e diventava trasparente una volta bagnato.E invece lo aveva messo in valigia ed indossato.
Si era appena distesa “Amore, mi spalmi la crema solare per favore?” mi chiese.Presi il flacone, versai un’abbondante dose di liquido sulle mani e sulla schiena ed iniziai a stenderlo praticandole un massaggio sulle spalle, sulle braccia e sulla schiena.Poi ne versai altro sulle gambe e sulle cosce e continuai a spalmarlo salendo dai polpacci alle cosce.Arrivato ai glutei, presi ulteriore liquido in mano e lo applicai sulla parte scoperta del sedere, prima a sinistra e poi a destra.Francesca si agitò un po’ come per facilitare l’operazione e per comunicarmi il suo piacere.“Io credo che dovrei spostare un po’ il costume, non vorrei sporcarlo ed ungerlo, non trovi?” le sussurrai.Francesca annuì senza rispondere, un sorrisino beffardo sulle labbra e sulle guance.Presi quindi delicatamente con le dita il lembo del costume “Ma hai le mani sporche di crema!” mi redarguì.“E allora, come te lo abbasso?” le chiesi.“Con la bocca” rispose.“Con la bocca?” ripetei per esser certo di aver capito.“Si, con la bocca. Slacci i lacci e mi abbassi il costume” mi rispose, come se fosse una cosa ovvia e naturale.“Non me lo feci ripetere due volte.Senza toccarla con mani, che rimanevano appoggiate alle sue chiappe, mi sporsi prima da un lato e poi dall’altro e sciolsi le tirelle che tenevano i due triangoli uniti.“Ecco, fatto” dissi.“Ecco, bravo, ora sposta il dietro del costume sempre con la bocca, non usare le mani che me lo sporchi!” sussurrò.“Sposto dove? Così?” e tirai verso le cosce il triangolo posteriore scoprendole tutta la riga del sedere e parte delle grandi labbra.“Si, un po’ di più, non vorrei che si sporcasse lo stesso” replicò.“Così?” e le tirai via tutto lo slip lasciandolo cadere in mezzo alle cosce che nel frattempo aveva divaricato.“Si, ora prendilo delicatamente e mettilo nella sacca” ordinò, ed io ubbidii.“Allora ora ti metto la crema anche sulle chiappe, giusto?” sussurrai. Avevo il cuore a mille ed il cazzo che faceva capolino dall’elastico del PortCros azzurrino.“E certo, se no perché lo abbiamo tolto, scusa?”Giusto.Presi altra crema e la passai sulle chiappe, spalmando per bene su tutta la superficie.“Vuoi che te la passi anche interno coscia?” chiesi“Ovvio. Vuoi che rimanga la striscia bianca?” ribattè. Francesca non era mai stata particolarmente attenta ai segni del costume, almeno nelle due precedenti vacanze passate assieme.Le avevo regalato alcuni perizoma da intimo ma era contraria ad indossarli perché diceva che le davano fastidio e che le tiravano troppo i peli. Analogamente, le avevo fatto realizzare apposta su misura anche un perizoma da mare in tessuto metallizzato color bronzo che non aveva mai messo, a suo dire perché si vergognava.Però quel giorno…Mi girai verso la spiaggia per dare una rapida occhiata alla situazione.Gli amici erano tutti in coppia, stesi a pancia in su.Tutte le ragazze erano in topless.Patrizia era oggetto di attenzioni e carezze da parte di Andrea il quale, visibilmente eccitato, le stava carezzando la pancia sfiorandole ogni tanto il seno.Federica e Filippo erano distesi a pancia in giù e si scambiavano baci abbastanza pudichi.Dede ed Adriano erano a pancia in su. Adriano la toccava da qualche parte all’altezza del pube e lei ricambiava carezzandogli il pisello, entrambi da fuori il costume.
