Aprimmo la serranda per far rinfrescare l’aria, ci adagiammo sul letto dalla mia parte e ci addormentammo abbracciati.
Il mattino successivo il nostro arrivo a Naxos ci svegliammo tutti molto, molto tardi. Tra la stanchezza accumulata per il viaggio e per la notte caldissima di Atene, la giornata faticosa in traghetto e, soprattutto, la sbronza collettiva al ristorante, eravamo tutti abbastanza cotti e nessuno aveva messo sveglie.Io fui il primo ad alzarmi verso le 10 del mattino. Con un bel alzabandiera mi infilai al volo un paio di pantaloncini e andai come prima cosa in bagno. Dopo i bisogni mattutini mi infilai al volo sotto la doccia. Dopo poco entrò in bagno Patrizia, anche lei ancora assonnata e con una maglietta tutta per traverso.
Probabilmente non si era nemmeno accorta che c’ero io in bagno perché si sedette ad occhi chiusi sulla tazza ed iniziò a fare pipì. Solo quando fece per prendere la carta igienica per asciugarsi aprì gli occhi e quasi saltò per la sorpresa.“Ma che stai facendo in bagno? Esci!!!” disse.“Veramente in bagno c’ero già io, dentro la doccia” risposi.“Perché non ti sei chiuso a chiave?”
“Semplicemente perché la chiave non c’è. E poi sei tu che non hai bussato!”.“E poi, comunque, piantala … anzi, passami per favore il telo che non posso uscire così dalla doccia” aggiunsi.”“Hai capito…tanto ti ho già visto nudo, pensi che mi scandalizzi?” ribattè un po’ piccata.La presi in parola, aprii la porta della cabina doccia ed uscii nudo, gocciolante ed anche un po’ barzotto.Patrizia mi squadrò da cima a fondo, soffermandosi sul mio pisello che, seppur non eretto, era pur sempre abbastanza grosso da meritarsi anche una seconda occhiata.
Presi dal gancio il telo e me lo avvolsi attorno alla vita, appena in tempo per non essere scoperto da Filippo, il ragazzo di Federica, che entrava anche egli stropicciandosi gli occhi e con una vistosa erezione sotto le mutande.“E che cazzo… manco in bagno si può entrare?” fu il suo buongiorno quando mi vide.Poi realizzò che c’era pure Patrizia. “Che cazzo ci fai tu qui?” chiese.Scoprimmo che Filippo, di prima mattina e dopo una sbronza, è da turpiloquio facile ed ha la simpatia di un pastore abruzzese a cui hanno appena chiuso il passo al pascolo.
Stavo giusto per uscire ed avevo appena aperto la porta che mi ritrovai davanti alla porta Domitilla detta Dede, la ragazza di Adriano, che voleva entrare anch’essa in bagno.C’era più traffico lì che alla stazione metro A di Termini di prima mattina di un giorno lavorativo.Salutai Dede con un sorriso che mi fu ricambiato con un cenno della testa, un occhio aperto ed uno chiuso. Era evidente che l’ouzo e la recina della sera prima avevano lasciato vistose tracce.Andai in soggiorno ove Andrea, il ragazzo di Patrizia, ancora dormiva a pancia in su ed a gambe larghe, il lenzuolo in mezzo alle gambe e con il cazzo bello dritto mezzo scoperto.Feci finta di niente ed andai verso la cucina a preparare il caffè.
Presi la moka gigante da 8 e quella media da 4 e le preparai entrambe con l’acqua minerale, Avevamo trovato solo caffè greco, marca impronunciabile e aroma improponibile. Mi resi conto, leggendo l’etichetta, che chi l’aveva preso dallo scaffale non si era reso conto che era caffè d’orzo.“Καφές Κριθάρι” non era Caffè marca Krithari, ma caffè d’orzo!!!Tornai verso il bagno per affrontare Filippo e Dede che il giorno prima erano andati a fare la spesa.“Ma vi siete resi conto che avete preso il caffè d’orzo? Ma non sapete leggere?”“Ma è greco!” rispose Patrizia.Dimenticavo che non tutti avevano fatto il classico, e che il greco era una lingua con il suo alfabeto molto diverso da quello latino.“Ora però bisogna andare a comprarlo!” esclamai un po’ seccato. Se c’era una cosa che mi metteva di cattivo umore, era il non poter prendere il caffè appena alzato.Decisi di scendere giù, fare circa duecento metri verso il paese, fermarmi al bar e chiedergli se poteva vendermi del caffè per preparare un paio di macchinette.Mi infilai al volo una maglietta ed un paio di scarpe, presi il portafogli e, dopo aver tranquillizzato Francesca (“Amore vado a comprare il caffè per te!”) mi avviai verso il bar,Era un locale molto differente dai nostri bar. Era più una mescita di bevande e di alcolici, ed il caffè che bevevano era il caffè alla turca, denso da tagliarsi con un coltello e pieno di fondi. Però dietro al bancone c’era una macchina espresso Gaggia nuova di zecca con il suo bel macinacaffè pieno di chicchi.Salutai prima in italiano e poi in inglese il barista il quale mi rispose in un italiano un po’ stentato ma comprensibilissimo.Per fortuna, la comunicazione sarebbe stata facile.Gli chiesi subito un espresso per me al banco e gli spiegai il problema. Lui andò dietro al retrobottega, separato da una di quelle tende a strisce di plastica tutte colorate anni 70, e ne tornò fuori con un pacchetto di caffè macinato di una marca italiana allora a me sconosciuta, la Borbone di Napoli.
Mi raccontò che glielo portava un paio di volte a stagione, assieme al caffè in grani, il fratello che era marittimo su una nave di linea che faceva la spola tra Napoli e Atene.Mi preparò quindi il caffè e dovetti riconoscere che era sicuramente migliore di tante ciofeche bevute in giro per l’Italia. Gli chiesi quindi se mi poteva preparare alcuni caffè a portar via; lui tirò fuori una bottiglia in vetro del latte che lavò e sgrassò al vapore prima di riempirla a metà di caffè espresso. Gli promisi di riportargli la bottiglia vuota.Pagai una manciata di dracme, una frazione di quanto avrei speso a Roma, e tornai verso casa.“Ho portato il caffè per tutti!” dissi ad alta voce. Andai in cucina, presi una tazzina e vi versai un po’ del caffè dalla bottiglia. Poi presi lo zucchero in zollette e ne misi una nella tazzina, girai il tutto e lo portai a Francesca.“Buongiorno amore!” le dissi poggiando la tazzina sul comodino e chinandomi su di lei per baciarla. Era coperta fino al collo con il lenzuolo; lo presi e lo aprii scoprendola e provocandole una reazione stizzita “E lasciami in pace! Sto dormendo!”, riprese il lenzuolo e tentò di ricoprirsi. Il magliettone era salito fino alla pancia scoprendole il culo ed una spallina era arrivata a metà braccio lasciando fuori la tetta.
Approfittai, la riscoprii di nuovo ed iniziai a carezzarla sui capelli e dietro al collo, Poi scesi sul seno, lo scoprii del tutto ed iniziai a baciarle e leccarle i capezzoli. Francesca si schernì un attimo per poi accettare quelle coccole. Con la mano percorsi le cosce fino alla fica che era calda ed umidiccia. “Nooo, fermati! Devo andare a fare la pipì!” mi disse e si alzò di scatto, si rassettò il magliettone, infilò le ciabatte e si diresse al bagno. Aprì la porta e la richiuse alle spalle. Dopo dieci secondi sentimmo due urla in bagno. Ci affacciammo e trovammo Francesca seduta sul water che si copriva al meglio con la maglietta e Adriano, il ragazzo di Dede che era anche andato a fare la doccia, che si copriva con la mano il pacco mentre con l’altra cercava di prendere un telo. Decisamente la mancanza della chiave della porta del bagno era un problema.Adriano riuscì a coprirsi e Francesca si alzò dal water dopo che aveva ottenuto che Adriano uscisse.La giornata non era iniziata nel modo migliore.Per calmare un po’ le acque chiesi a tutti di uscire in balcone per prendere il caffè che avevo portato.“Pare che abbiamo un problema con il bagno” dissi.“Siamo otto con un solo bagno, e questo è già di per sé un problema. In più manca la chiave” continuai.“Quindi ci dobbiamo organizzare. Propongo che per andare in bagno, lavarci e farci la doccia ci andiamo a coppie: uno si lava ed uno sta in bagno. I capelli li asciughiamo in balcone o in camera da letto.
