La prima volta, in spiaggia
Breve racconto autobiografico.Rimembranze della mia prima esperienza sessuale.Bella e duratura nei cassetti della memoria come tutte le prime volte.
Non abbiatevene se sarò breve. È solo un fugace, blando, sbiadito ricordo di quasi cinquant’anni fa.Ah, more solito ho cambiato toponimi, nomi, particolari che potessero riportare al personaggio reale del quale voglio assolutamente mantenere l’anonimato.
Era l’estate del 1976, o forse la successiva. Cambia poco.Patrizia, la mia seconda ragazza, colei a cui regalai la mia verginità, era una ragazzona alta, bionda, dinoccolata. Camminava sgraziata, portando in avanti la spalla assieme alla gamba dello stesso lato, conferendole una postura ed un’andatura strana, quasi surreale.Aveva un bellissimo corpo da diciottenne. Magra, fianchi larghi, una seconda di seno, gambe lunghissime, viso carino, tratti delicati. Avrebbe potuto fare la modella, se non fosse che non sapeva proprio muoversi. Era semplicemente goffa e sgraziata.
Ci eravamo conosciuti allo stabilimento balneare, lei che veniva dalla città di provincia, io dalla grande città, nella piccola cittadina turistico-balneare ad un centinaio di km a nord di Roma, in terra etrusca.Dopo un paio di giorni, senza particolari corteggiamenti, ci provai. La baciai sulla bocca, lei schiuse le labbra e le nostre lingue si toccarono, poi si aggrovigliarono mentre le nostre membra si stringevano in un amplesso.Eravamo al mare, sotto l’ombrellone. Ricordo perfettamente alcuni particolari, altri sono sbiaditi. Il mio Port Cros che mal conteneva la mia erezione, il suo bikini nero JPS che era così sottile da disegnarsi sulla pelle, piccolissimo per lo standard dell’epoca.La musica dal jukebox sotto la veranda suonava Europa, di Carlos Santana.Il suo dischiudersi, aprirsi verso di me per poi ritrarsi improvvisamente: “Paolo sei matto? Ci vedono!” quando provai a toccarle un seno.Il mio ridistendermi a pancia in giù: maledetto il Port Cros e chi lo aveva inventato!“Perché ti sei steso?” mi chiese imitandomi e condividendo il mio telo da spiaggia.
“Perché… ho un problema” risposi imbarazzato.“Quale problema?”“Questo.” Mi girai verso di lei per mostrarle la mia erezione, la punta della cappella che faceva capolino dall’elastico del costume.
“Ih ih!” risatina semi imbarazzata con la mano davanti alla bocca. Però si soffermò a guardare fino a che non mi misi di nuovo a pancia in sotto.“Ma ti faccio questo effetto?”“No. È solo un’impressione. Aspetta che ti possa abbracciare sul serio!” le dissi sfrontatamente.Il fatto è che ero vergine. Avevo una profonda conoscenza teorica sulla materia. Sapevo citare a memoria ogni porzione infinitesimale dei genitali femminili come e meglio di tanti esperti, riportando dimensioni, scopi, funzioni, anche le più frequenti patologie.Sapevo come funzionava il congiungimento tra i due sessi avendo assistito a centinaia di fedeli descrizioni in foto e video, molte delle quali in Super8.Sapevo del miracolo della vita che si scatenava da un’eiaculazione prematura all’interno di una vagina di una donna in età fertile, nel suo periodo fertile, se priva di protezione.Sapevo anche di avere un organo di dimensioni ragguardevoli che però era stato toccato con mano solo un paio di volte, escluse le infinite sessioni di autoerotismo autoinflitte.Insomma, credevo di sapere tutto e invece non sapevo un cazzo.Come è normale che sia quando alla teoria non si affianca la pratica.
Mai come quella volta apprezzai il consiglio del Maestro Alberto Manzi: Non è mai troppo tardi.E difatti, successe che ebbi anch’io la mia prima volta.
“Pat, andiamo a fare il bagno al largo? Prendo il pattino” le proposi.“No, oggi non posso. Però domani, se vuoi, andiamo alla spiaggia di San Marco” rispose.La spiaggia di San Marco era una spiaggia desolata, raggiungibile solo a piedi via mare dopo aver parcheggiato l’auto in una pineta subito dietro al tombolo.La spiaggia era non presidiata, naturalmente sporca dei rifiuti e dei residui portati dal mare e abbandonati dalla furia degli elementi.Era caratterizzata da una miriade di tronchi disposti a formare ripari improvvisati, giacigli per coprirsi dal sole o per nascondersi dagli sguardi di eventuali passeggiatori.La sabbia era in alcuni punti nera, ricca di ematite e di polvere ferrosa. Diventava infuocata, ma concedeva un’abbronzatura intensa in poco tempo. L’acqua era meravigliosa, vista la lontananza da qualsiasi tipo di scarico da insediamento umano o agricolo in zona. Insomma, una sorta di Paradiso terrestre, isolato e difficile da raggiungere, che garantiva la necessaria intimità.
Il giorno dopo passai a prenderla a casa sua, una villetta su due piani in mezzo a numerosi pini mediterranei, a bordo della mia Austin Sprite MK2 del 1962, dono di mio padre per la mia maturità.Come tutte le spider inglesi, l’operazione di togliere e mettere la capote era particolarmente laboriosa perché era necessario smontare il telo, attaccato con una serie di bottoni automatici e di blocchi a levetta, sfilarlo dai supporti posteriori, sfilarlo dalla guida sotto il parabrezza, piegarlo ed infine, smontare il traliccio e segmentarlo in due parti. Una sequenza che necessitava di almeno dieci minuti da solo, poco più della metà in due.Suonai il clacson e Patrizia corse fuori.“Corri corri!” mi disse salendo in macchina con una certa disinvoltura, (troppa per essere la prima volta in una spider inglese: serviva aprire lo sportello, infilare la gamba interna, aggrapparsi al parabrezza, sedere sul sedile anteriore, tirar dentro la seconda gamba ed infilarla nel vano sotto il cruscotto. Il tutto, sedendo a 25 cm da terra o giù di lì).Ingranai la marcia e partii. Al primo stop, le si sporse e mi baciò le labbra.“Scusa ma non volevo che venisse mia sorella. Mamma voleva che la portassimo con noi al mare!” mi disse.Per fortuna! La sorella era una ragazzetta all’opposto, circa quindici anni, procace, bassetta e paffuta, non grassa, con due tette da far paura ed un culo molto più rotondo di quello di Patrizia. Non che mi dispiacesse, ma io avevo intenzione di stare da solo con lei.Avevamo avvisato che saremmo stati fuori fino a sera e di non aspettarci per cena. Avevo preparato un thermos dell’acqua, un paio di panini con il prosciutto ed un po’ di albicocche. Patrizia aveva portato anch’essa una bottiglia di acqua minerale ed un paio di lattine di coca.
Arrivammo al parcheggio, svitai il bullone stacca-batteria sotto il cruscotto (una sorta di antifurto elementare ma efficace) e mi feci aiutare a chiudere il tettino.Raggiungere la zona desiderata non era faticoso, ma distava circa un paio di km dal parcheggio: circa un quarto d’ora sotto il sole.Decisi quindi di spogliarmi e rimasi in costume (un altro dei miei Port Cros: ne avevo veramente tanti, da quelli in tessuto di cotone pesante monocolore a quelli in tessuto fantasia, a quadrettini, a pois, che divenivano praticamente trasparenti da bagnati), lasciando in macchina tutto ciò di cui non avevamo bisogno, tipo i vestiti, i cambi di costume, le scarpe.Riempimmo una tracolla con i teli, il cibo, l’acqua, le sigarette e gli accendini oltre ai nostri portafogli e le chiavi della macchina. Iniziammo a camminare chiacchierando. Il sole non era ancora a picco ma il solleone di luglio iniziava a farsi sentire. Anche Patrizia si tolse la maglietta ed la corta gonnellina copri costume rimanendo in un succinto bikini rosa pastello con i laccetti infilati in piccole perline multicolore, catenelle colorate a sospendere piccoli triangoli che coprivano – poco – le sue parti da nascondere.La aiutai prendendo io la sua sacchetta e la feci camminare avanti a me lungo la riva, laddove la sabbia più dura avrebbe aiutato l’andatura. Mi trovai a soffermarmi sullo strano andamento cammellante, con i glutei che ondeggiavano come quelli di un marciatore. Mi concentrai sulle gambe, diritte come fusi, e notai come non fossero presenti le culottes de cheval che affliggevano invece molte ragazze coetanee del nostro giro.Se proprio avessi dovuto fare una critica, forse era la larghezza dei fianchi.La raggiunsi correndo e per scherzare le sciolsi il laccetto laterale del pezzo di sotto, provocando la sua reazione un po’ stizzita: “MA CHE FAI? CI POSSONO VEDERE!” salvo poi rendersi conto che non c’era nessuno attorno a noi per almeno duecento metri.Avevamo difatti sorpassato da almeno un paio di minuti una coppietta che si era distesa all’interno di un recinto di frasche, canne e tronchi portati dal mare, con i teli da mare issati a protezione dal sole non ancora a picco, e non vedevo altro a portata d’occhio.
