Mi chiamo Arianna, ho diciotto anni, sono alta un metro e settantacinque, occhi blu, capelli castano scuri, seno terza misura, vita e fianchi rispettivamente 59 e 90 centimetri. Nel giudizio che “mi appiopperete”, vorrei che consideraste che é la prima volta che scrivo un racconto e che mi riguarda …molto, molto da vicino.
“Il fatto” é avvenuto circa due anni or sono. A quel tempo, avevo sedici anni (ovviamente…) e ancora andavo a scuola. Era giugno, e quel pomeriggio insieme ad Elisabetta, decidemmo di andarcene un po’ in giro in bicicletta. Per la verità, siccome i miei erano in vacanza, avevo timore a lasciare casa disabitata. Però, allo stesso tempo, volevo prendere il sole. Il tempo era buono ed avevamo deciso di farci una passeggiata in centro. Elisabetta, abitando nell’immediata periferia di Roma, mi raggiunse sotto casa. Avevamo deciso di andare a prendere il sole, sui prati del Circo Massimo. Il viaggio d’andata andò liscio come l’olio. Avevamo portato anche le stuoine per prendere il sole. Tanto per non fare niente, solo del “taglia e cuci”, iniziammo a parlare dei ns. rispettivi ragazzi e di quelli della ns. comitiva. Non disdegnando, nella futile dissertazione, i divi del calcio, della musica, della televisione e del cinema. Verso le sei, abbronzate e, soprattutto assetate, decidemmo di tornarcene a casa. Ma decidemmo di cambiare il percorso, rispetto a quello dell’andata. Inforcammo le ns. biciclette e ci avviammo. Ma, dopo neanche cinquanta metri, proprio nel bel mezzo di un incrocio trafficatissimo… scoppiò il copertone della ruota di dietro della bici di Elisabetta. Prese dal panico (gli automobilisti, prendendoci per delle stupide, ce ne dissero di tutti i colori…) attraversammo di corsa l’incrocio e decidemmo di legare la bicicletta della mia amica ad un palo e di tornarcene in due sulla mia. Saremmo tornate il giorno dopo a riprenderla. Dopo aver legato la bicicletta ad un palo, ci abbeverammo ad una fontanella lì vicino, anche per stemperare la calura. Ma, proprio mentre stavo montando in sella per ripartire, Elisabetta da dietro, mi lanciò una busta piena d’acqua. Mi bagnò da cima a fondo.
Non che la cosa mi fosse sgradita, ma non volendo dargliela vinta, ripresi la busta e, dopo averla riempita di nuovo, gliela tirai. Ormai eravamo pari. Io completamente bagnata di dietro e lei davanti. Essendoci tolte il top dei costumi, praticamente le magliette ci si erano attaccate come una seconda pelle. Decidemmo che io avrei guidato e pedalato ed Elisabetta si sarebbe sistemata sul manubrio. Per non affaticarci, ci saremmo alternate. Comunque ripartimmo. Poco dopo, all’altezza dell’Isola Tiberina, Elisabetta ricominciò a scherzare. Infastidita, non tanto da Elisabetta, quanto dal traffico e dagli sfottò degli automobilisti, gli dicevo di smettere. Ma… si rivelarono, parole al vento. Elisabetta, imperterrita, continuava. Io ancora più inquieta: “Elisabetta, stiamo in due su una bicicletta, la strada é sconnessa, ci sono le macchine. Se continui a fare la stronza così, prima o poi cadiamo e ci facciamo male !” Mi ribatté: “Scusami ma non riesco a stare ferma. Mi piace troppo provocarti. Ci provo un gusto…”
“OK. Se continui ti do uno schiaffo”
“Provaci e vedrai… ” mi rispose.
Mi sfidava. Infatti, subito dopo Ponte Garibaldi, iniziò a tapparmi gli occhi, per non farmi vedere la strada. Cercai più volte di farla ragionare, ma inutilmente. Per poco non tamponammo una macchina in sosta. Era ora di cambiare. Mi sarei vendicata.
Per tenermi in equilibrio, poggiai la mano sinistra sulla sua spalla e con la destra le ricambiavo il… fastidio. Iniziai con gli occhi, poi con i capelli, con la bocca, con le braccia. Aveva un po’ di difficoltà ma, incredibilmente, riusciva a tenere la strada. Non ci stavo ! Non potevo e né volevo dargliela vinta ! Giammai !!! Così, mi venne in mente di pizzicarle i capezzoli. Glieli tirai. Elisabetta, lanciò un urlo e sbandando cademmo sul marciapiede ed Elisabetta si sbucciò un ginocchio. Pianse, per scusarmi e consolarla, con dell’acqua le detersi, con dell’acqua fresca, la ferita. Per arginare l’uscita di sangue, legai al ginocchio il fazzoletto con cui mi ero fatta la coda di cavallo. Legandolo molto stretto, riuscii a frenare l’emorragia. Poi me la strinsi al petto e gli diedi un bacio, sulla guancia. In quello stesso istante, smise di piangere. Nuovo cambio. Tornai a pedalare ed Elisabetta sul manubrio. Stavo facendo uno sforzo sovraumano. Subito dopo Ponte Sisto, intravidi una luce diversa nei suoi occhi, notai che le si erano inturgiditi i capezzoli.
I suoi occhi erano diventati lucidi, illanguiditi. Pensavo avesse riprese a piangere, ma non gli lacrimavano. Ci guardammo negli occhi per tre o quattro secondi. Poi, dovendo controllare la strada, distolsi lo sguardo. Tornai a guardarla negli occhi, e constatai che continuava a fissarmi. Pensai che se la fosse prese per la ferita che le avevo procurato. Al semaforo, accostando sulla destra ed appoggiandomi al marciapiedi le chiesi scusa: “Elisabetta, scusami ancora per il ginocchio. Però se tu non mi avessi provocato, io non mi sarei vendicata. E’ colpa tua. Comunque ti chiedo ancora perdono. Appena arriviamo a casa te lo disinfetto meglio.”
“No, no, non é colpa tua Laura, non ce l’ho con te. Hai ragione é solo colpa mia. Ma ti giuro che non ce l’ho con te.”
Scattò il verde e ripresi a pedalare. Ma il suo sguardo fisso non smetteva. Non ne capivo il perché. Al semaforo seguente, inaspettatamente, mi diede un bacio. Ma non sulla guancia, come glielo avevo dato io. Sulla bocca. Rimasi esterrefatta. Senza parole. Mi sentii una sensazione strana. Mi girava la testa. Ero emozionata, in fin dei conti anche questa era una “prima volta”. Per qualche minuto entrambe rimanemmo mute, però lei continuava a fissarmi. Adesso, però neanche io distoglievo lo sguardo dai suoi splendidi occhi verdi. Ora anche io la fissavo. Non capivo perché, però lo facevo. Inconsciamente, volevo sfidarla. Un’altra volta.
Essendomi un po’ stancata, Le proposi di svoltare per Piazzale Flaminio ed entrare così a Villa Borghese. Poiché la strada é in salita, decidemmo di continuare a piedi. Elisabetta, non so quanto involontariamente, mi prese la mano. Lo aveva fatto già altre volte. E’ consuetudine in noi donne, questo tipo di atteggiamento. Però in quel momento, lo interpretai in maniera diversa. Non mi sbagliai !
Continuando a piedi, Elisabetta mi indicò una fontanella. “Andiamo a bere, ho sete !” Dopo aver bevuto, le volli controllare la ferita. Era tutto a posto. Eravamo stanche e decidemmo di riposarci dieci minuti. Per l’immane fatica, io ero sfinita e, ad occhi chiusi mi stesi sull’erba. Elisabetta invece era rimasta seduta. La posizione prona e gli occhi chiusi, mi stavano facendo tornare le forze. Proprio in quel frangente… un altro bacio. Era Elisabetta. Questa volta, a differenza del primo, non fu fuggevole.
Con la lingua, cercò di aprirsi un varco tra le mie labbra. Non so quanto involontariamente, ma non mi opposi. Vista la mia “disponibilità”, mi salì a cavalcioni, ed incurante che qualcuno ci potesse scoprire, continuò a baciarmi. Eravamo semi nascoste da un cespuglio fino ai fianchi. Comunque, anche se ci avessero visto, non so se ci saremmo fermate… La voglia era tanta… Elisabetta, senza mollare la mia lingua e le mie labbra, iniziò a palparmi…
La voglia aumentava tumultuosamente. In lontananza, sentii alcune voci che si avvicinavano. Impaurita, mi liberai dall’abbraccio della mia amica e scattai in piedi, mi voltai per vedere a chi appartenessero quelle voci. Erano due mamme con i rispettivi figli. Elisabetta, presa com’era dalla libidine, sulle prime non si era accorta di nulla.
Ci siamo ricomposte in fretta e furia. Non volevamo farci vedere in quella posizione. Rimontammo in bicicletta per tornare a casa. Per far più presto iniziai a pedalare come Pantani… In meno di venti minuti eravamo a casa. La mia.
