Passai la giornata ad arrovellarmi e infine fui presa dal panico: cosa indossare? Come comportarmi… se non fosse stato per l’argomento scabroso delle mie perplessità, sarei stata capace di telefonare a mia mamma, per chiederle consiglio.
Le ragazze più sgamate, che vivevano in città da qualche anno, cercarono di minimizzare le mie paure: “Tranquilla, dicevano ridendo, vedi che al tuo amico interessa molto poco della cena… se fossi in te mi preoccuperei più del dopocena!” Io, in realtà ero preoccupata per tutto: il prima, il durante e pure il dopo.
Alla fine decisi di presentarmi per come ero, tanto per Paolo non potevo significare proprio niente, anzi, più ci pensavo e più mi chiedevo come mai mi avesse invitata… probabilmente era proprio come dicevano le mie colleghe: lui era un cacciatore di avventure e io, con la storia della gabbietta, avevo sortito due terribili effetti: per prima cosa avevo fatto una pessima figura e, poi, mi ero presentata come una facile conquista. Il giovane “cacciatore” ne voleva approfittare, certamente.
A sera cominciai a pensare di non andare ma mi vergognavo di essere giudicata una stupida ragazzina… e scesi, per orgoglio, ma scesi.
Devo dire che la “Cenerentola” che si nascondeva in me rimase subito delusa e venne liquidata già al primo impatto. Paolo non si era tirato a lucido per la cena e, al contrario, era vestito in maniera molto comoda e informale, così non sfigurai vicino a lui, io che, per fare la snob, mi ero presentata in Levis e maglietta attillata. Le mie angosce erano infondate. Andammo a mangiare in un posticino affollatissimo, dove lui era conosciuto e passammo una bella serata, accompagnati da quelle musiche per le quali voi mi prendete sempre in giro.
Viaggiare
Erano passate le 22. Paolo mi aveva portato in un posto panoramico. Nello spiazzo solitario c’erano solo poche auto, sicuramente occupate da coppiette, ma io non avevo tempo per preoccuparmi, ero troppo incantata dallo spettacolo che mi si presentava davanti agli occhi.
La serata era tiepida e piacevole, alle nostre spalle una bella chiesa, tutta illuminata, dedicata a Sant’Antonio; davanti a me c’era tutta Napoli, costellata di milioni di luci. Si affacciava sul Golfo blu scurissimo del mare tranquillo, qualche lampara di pescatori avanzava lentamente, attraversando i flutti vicino a Mergellina. Più lontano, il Vesuvio, che dominava la città, e si vedeva anche oltre…
– Quelle laggiù sono le luci del porto di Sorrento e, se guardi più avanti, nel nero, quelle alte e tremolanti sono di Capri.
Paolo mi spiegava questa cose appoggiato alla ringhiera, vicinissimo a me.
Non ero mai stata fuori di notte e, soprattutto, non avevo mai visto la città da quella terrazza. Ero inebriata dal tepore di giugno e dal profumo di Gelsomino, incantata dalle note lontane di una canzone intonata da un posteggiatore. Non aspettavo altro che l’immancabile bacio, ero certa che il mio accompagnatore si sarebbe fatto avanti di lì a poco, sapevo che sarebbe andata così!
E, sinceramente, non mi sarebbe dispiaciuto affatto…
Invece, non successe niente. Paolo, come me, sembrava avere occhi solo per quella sua splendida città.
Risalimmo in macchina e iniziammo a parlare confidenzialmente, come vecchi amici, come persone, perfettamente affiatate, che si confessano senza remore, in una notte senza luna.
Mi sorprese per la sua semplicità ed io acquistai fiducia in lui e pure in me stessa, aprendogli l’animo e confessandogli tante piccole, semplici cose della mia vita di ragazza. E, dulcis in fundo, gli confessai pure che quella mattina, nel casino generale e dopo l’imperdonabile gaffe, mi ero completamente dimenticata di comprare il biglietto per il Bus. Quindi, il giorno dopo, avrei dovuto sperare in qualche piccolo miracolo…
– Beh, non mi sembra un problema insormontabile… ti ci porto io al paese!
– Sì… proprio, mio padre esulterebbe! – e ridemmo insieme di quella battuta.
Intanto si faceva sempre più tardi… per me insorgeva un nuovo problema: la signora dove dormivo era andata a letto da un pezzo, il “coprifuoco” era alle 10. Chi mai mi avrebbe aperto la porta di casa? Rabbrividii ma tacei, sperando con incoscienza in quella misteriosa buona sorte che, a volte, aiuta i giovani e, altre volte, li perde.
– Ah, non mi credi capace? – riprese, tenendo vivo lo scherzo. – Ok, sali in macchina che ti faccio vedere…
Era notte. Passata l’euforia della cena e la parentesi “panoramica”, iniziai a domandarmi seriamente cosa ne sarebbe stato di me, in quella pazza notte.
Io, a quell’ora, normalmente già dormivo, ora invece ero in macchina con Paolo… Uccello. In fondo, in fondo, un perfetto sconosciuto. Galante, affascinante, ma pur sempre sconosciuto.
Aveva una grossa berlina chiara, credo fosse un’Alfa: il motore rombava potente, i sedili accoglienti invitavano al torpore, e, intanto, il suo stereo suonava qualcosa dei Pink Floyd… sì, non hai sentito male: tua nonna ascoltava pure i Pink Floyd e i Santana, va bene!?
Paolo dovette accorgersi che avevo un po’ di abbiocco, infatti mi lasciò in pace, mentre correva nella notte, decidendo del mio destino di ragazzina irresponsabile.
Un’avventura
Una lunga serie di fanali scorrevano alla mia destra, oltre: il nero assoluto. A sinistra, invece, una infinita serie di palazzi signorili. Aprii gli occhi a più riprese e, pian piano ripresi conoscenza. Il sonnellino mi aveva fatto bene…
Poco dopo, i palazzi lasciarono il posto a costruzioni più anonime: lunghi muri spezzati solo dal vuoto di grandi cancelli; la via non era meno rettilinea e Paolo affrontava le larghe curve con sicurezza.
A destra, ancora e sempre, il nero del mare.
– Ma… ma… scusa, siamo a Salerno? – dissi, tornando improvvisamente lucida.
– Diciamo di sì, o meglio, abbiamo passato Salerno, questa è la zona Industriale, quindi siamo tra Pontecagnano e Battipaglia!
– Tu sei matto… – ero sconcertata e non sapevo se ridere o piangere. Lui non diede molta importanza alle mie lamentele; tranquillo accostò, fermandosi, ma non certo per appartarsi, al contrario, eravamo in mezzo alla gente… ed era l’una di notte!
C’eravamo piazzati in una stazione di servizio affollatissima: c’erano camion, autobus, auto e furgoni che andavano e venivano. Capii presto che si trattava di un punto di riferimento per molti lavoratori della notte, soprattutto per i commercianti e pescatori.
– Lo prendi un caffè?
Accettai volentieri, la nottata diventava sempre più impegnativa. Ero quasi preoccupata: dovevo fare del mio meglio per restare sveglia.
– Vuoi proseguire o no? Questa è la grande domanda.
– Ma è assurdo. – risposi – per quale motivo, poi? Pure se andiamo fino al mio paese, e ce ne vuole, io mica posso entrare in casa e dire “buongiorno!”, alle 4 di mattina. Ai miei gli piglia un colpo.
Lui aveva fatto il pieno. Avevamo superato Battipaglia, ma non correva; il motore ronzava sornione, trascinandoci avanti, a fil di gas, verso quella notte infinita.
– Capisci, Paolo… che ci andiamo a fare?
– Per viaggiare!
“Per… viaggiare!”
Quelle poche sillabe fecero scattare qualcosa. Non so spiegare. Qualcosa cambiò in me e la mia visione, di quella follia, prese tutt’altro significato. Nella mia testolina di ragazza (e non certo “gabbietta”), al contrario: piuttosto ero proprio io l’uccellino: sperduto in un firmamento, in una galassia, di pericoli… oppure di opportunità? di misteri… oppure di conquiste?
Mi si aprì davanti un orizzonte nuovo: erano quasi le due, quando mi resi conto che stavo vivendo un’Avventura… E tutto cambiò; e io stessa cambiai!
– Sì, andiamo: mi piace! – finalmente partecipavo; mi adagiai nelle mani di quel ragazzo già tanto uomo, e gli affidai volentieri la mia vita, senza fare domande.
Ti è piaciuto?
Redattrice di erotika.app , blogger e Strega Magistra. Vuoi confessare un'avventura o un sogno del tuo "alter ego erotico"? Scrivimi in privato per consigli o pubblicazione. [email protected]
Altri racconti di Giovanna Esse
bella storia. Anche senza sesso una storia può essere bella…
Grazie, sei molto gentile. Ci tenevo a far conoscere anche questo lato della mia produzione.
A proposito, appena possibile inserirò la seconda e ultima parte... spero la leggerai.