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Cappuccetto e la lupa troia
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Racconto12 min di lettura

Cappuccetto e la lupa troia

Su una falsariga della fiaba più famosa, l'autore ri scrive la storia ma con cappuccetto, imbranato ma cazzuto, la nonna lesbica e un giovane puttana di paese.

sesso italiano
2 anni fa · 570 letture · 0

C’era una volta, in una valle sperduta del centro Italia, un ragazzo che tutti chiamavano Cappuccetto Rosso.Era un giovanotto poco più che maggiorenne, di bell’aspetto e dai tratti del viso molto dolci.Da tutti i suoi coetanei veniva però considerato come uno sfigatello: tutto casa e chiesa, viveva solo con la madre un po’ iperprotettiva.Quest’ultima, tempo addietro, aveva sferruzzato per lui un bel maglione di lana rosso come un peperone maturo e dotato di cappuccio per difendersi dal vento.Il ragazzo lo indossava sempre, guadagnandosi così il soprannome con cui anche noi lo conosciamo.

Un sabato mattina come tanti Cappucetto era in cucina, intento a finire la sua tazza di latte e cereali, quando sua madre entrò con un cestino di vimini e una commissione da affidargli:

“Ho bisogno che tu oggi vada dalla nonna a portarle questo cesto!” gli disse con tono dolce che però non ammetteva repliche. “Sai che è malata e fatica ad alzarsi dal letto. Qui dentro c’è un bel barattolo di miele, un fagotto di biscotti fatti in casa e una busta con i soldi da dare al parroco. Sai bene, infatti, che in settimana passerà per il consueto giro di benedizioni”.

Lievemente scazzato, ma obbediente come sempre, il ragazzo prese il cestino e si diresse verso la porta quando la madre soggiunse le ultime raccomandazioni: “Fai attenzione, vai piano e ricordati di non prendere la strada che passa vicino al bosco! Sai che è piena di sgualdrinelle, e non vorrei che corressi il rischio di incontrare la Lupa cattiva”.

Cappuccetto era cresciuto coltivando una grande paura della Lupa: non si trattava di un animale beninsteso, bensì di una vecchia compagna di scuola della madre che col tempo era diventata la più troia del paese.Cappuccetto non l’aveva mai incontrata di persona, ma aveva sentito qualcosa su di lei: era una milfona alta più di due metri, bella in carne e con le tette gigantesche.Ninfomane fin dalla giovinezza, pareva avesse presto cominciato la professione più antica del mondo; e si raccontava anche che la sua tecnica per attirare i clienti fosse quella di alzare la gonna all’improvviso davanti ai finestrini delle auto, mostrando una grande figona pelosissima alla quale pochi riuscivano a resistere.

Fissato il cestino davanti alla sella Cappuccetto mise in moto il suo vecchio scooter e notò la lancetta del carburante pericolosamente vicina al livello della riserva.“Acciderbolina” pensò “con così poca benzina non riuscirò ad andare dalla nonna passando per la strada che fa il giro lungo”.Il dilemma era grave: disobbedire alla mamma prendendo la strada vicina al bosco oppure scegliere la strada più lunga aggiungendo un’ulteriore deviazione per raggiungere il benzinaio?“Questa volta la mamma se ne farà una ragione” sentenziò Cappuccetto guidando il motorino verso la strada proibita.

Viaggiando per quella strada capitava spesso di incontrare delle prostitute che, anche al mattino, attendevano gli operai in uscita dal turno notturno nelle segherie della zona.Cappuccetto sapeva di non dover nemmeno guardare quelle “donne della perdizione”, tuttavia era pur sempre un ragazzo e quelle signorine non potevano che attirare la sua curiosità.Riuscì con stoicismo ad ignorare completamente la prima che gli si presentò sulla destra; arrivato dinnanzi alla seconda le diede un veloce sguardo al sedere, fasciato da una stretta gonna leopardata.La terza puttana che incontrò, però, aveva una scollatura tanto profonda da catturare magneticamente il suo sguardo: Cappuccetto involontariamente rallentò il motorino finendo quasi per fermarsi incantato da quelle tette bianche, morbide e poco coperte.“Ehi bello, sono Giovanna e ho le tette di panna! Ti va di giocare con me?” Chiese la donna facendo ballonzolare il davanzale.Il ragazzo, colto in contropiede da quella battuta, diventò rosso come il suo maglione e si ritrovò a balbettare: “N-no-no non posso, devo anda-da-dare da mia nonna, che abita nella casa in cima alla collina!”.Dopo aver faticosamente completato la frase impugnò la manopola dell’acceleratore (anziché l’altra manopola che nel frattempo si era formata fra le sue gambe) e riprese la strada.Giovanna, invece, divertita dall’accaduto si lasciò andare ad una grossa risata solitaria e si mise a cercare nella borsa il proprio cellulare, mentre osservava quel curioso soggetto dileguarsi nel mattino.

Finalmente Cappuccetto arrivò a in cima alla collina, prese il cestino e bussò alla porta della nonna.“Avanti!” Si sentì rispondere “Sei tu nipotino mio? La porta è aperta, raggiungimi in camera”.

Con i pensieri ancora rivolti al pallido seno intravisto una mezz’oretta prima, Cappuccetto seguì alla lettera le istruzioni, senza prestare troppa attenzione al timbro della voce che le aveva impartite.

Giunto nella stanza trovò la nonna avvolta fra le coperte rimboccate fino alla punta del naso e con il suo orribile berretto da notte calato fin’oltre le sopracciglia.“Hai così tanto freddo nonna? Mamma mi aveva detto che non stavi troppo bene. Ti ho portato un po’ di roba: ci sono i biscotti, la marmellata, la busta con l’offerta per il parroco…”Mentre ancora parlava Cappuccetto si stupì nell’osservare qualcosa di diverso negli occhi della sua cara nonnina.“Ma nonna!” soggiunse quindi “che occhi grandi che hai!”.

“È per guardarti meglio caro nipotino mio”.

Qualcosa non quadrava, la lingua del ragazzo fu più veloce del suo cervello. “Ma nonna, anche la tua voce mi sembra cambiata, è più profonda e meno rauca!”.

“È per farti meglio i complimenti mio bel giovanotto”.

Senza badare all’assurdità di questa risposta Cappuccetto notò la bocca che nel frattempo aveva fatto capolino da sotto il lenzuolo: “Ma nonna, che labbra grandi e carnose che hai!”.

“È per spompinarti meglio, brutto idiota!” Tuonò la donna balzando fuori dal letto.

Il ragazzo rimase paralizzato un secondo prima di mettersi a urlare con tono isterico: “Do- do- dov’è la nonna? Chi sei tu? Che ci fai qui?”.

Le risposte non tardarono ad arrivare.

“Come non mi riconosci? Io sono la Lupa! Tua madre ti avrà parlato di me, no? La Lupa cattiva, grossa e troia; quella che è stata sputtanata davanti a tutto il paese dopo che quella santarellina frigida di tua madre l’ha scoperta a fare pompini a scuola.È stata tua madre a crearmi, a rendermi la puttana che sono diventata. Non trovi giusto che io me la prenda con la sua famiglia?Ma non preoccuparti per tua nonna: non è nemmeno malata, sai? Lo stava diventando, rompendosi le palle a furia di fare solo cose da vecchia! Ma io l’ho guarita, facendole provare il piacere di una bella leccata di figa!L’ho incontrata due giorni fa e da allora ci siamo proprio divertite.Ora quella vecchia baldraccona è di là sul divano che ronfa, dopo che abbiamo scopato per tutta la notte!Ma dopo tanta figa ora ho proprio voglia di un bel cazzo. Meno male che sei arrivato tu, e meno male che quella puttanella di Giovanna mi ha avvisato del tuo arrivo, così ho potuto inscenare questo bel teatrino”.

Cappuccetto era rimasto immobile per tutto il tempo, folgorato dalla veemenza di quel monologo.

Solo al calare del silenzio il suo cervello aveva cominciato a rielaborare quanto udito.Almeno la nonna non era in pericolo; bene.E cosa aveva detto la Lupa su sua madre? Come si era permessa di parlare male della mammina!?E veramente la nonna si era fatta traviare da una poco di buono? Non era possibile.Ma soprattutto: aveva capito male o la Lupa ora voleva proprio prendersi il suo…

“Cazzo, che aspetti!? Togliti quei pantaloni!”.

Cappuccetto tornò improvvisamente alla realtà. Quasi rispondendo al volere della Lupa il suo pene si fece barzotto fra le braghe.Ma mentre l’istinto lo guidava verso la donna, la sua moralità lo frenava, intimandogli di scappare.

Prima di andare avanti…

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