Sentimentali

La passione dell'innocenza

Mi chiamo Lucas, ho 41 anni e ogni tanto mi capita di ricordare le storie passate.


Che dire, il mio ricordo più lontano – in campo affettivo, ovviamente – risale all’asilo. Ai tempi c’era una bimba che mi piaceva parecchio, si chiamava Consuelo, e mi piaceva talmente tanto che chiesi a mia madre, per la recita di fine asilo, di farci una foto insieme. Eravamo vestiti per la recita, multicolore nei pantaloncini e nelle magliette, e avevamo in mano una bandiera di colore diverso. Che ridere, se qualcuno ci avesse visto dall’alto, avrebbe pensato “che cavolo stanno facendo?”. Purtroppo quel giorno Consuelo mancava, proprio l’ultimo giorno d’asilo, proprio l’ultimo giorno in cui avrei voluto una sua foto con lei. La mia prima piccola delusione, il mio primo ricordo affettivo.


Dall’asilo passiamo alle scuole elementari. Mi trovavo in una classe ben assortita, noi maschietti facevamo un bel branco e devo dire – senza vanto, in quanto lo dice anche mia madre e lo diceva anche la maestra – che ero il più intelligente della classe. Mi piaceva studiare e mi piaceva aiutare i miei compagni in difficoltà con i compiti. Alcune volte gli facevo i compiti ma per me non era un sacrificio, e poi venivo ripagato con l’amicizia e con la stima.

Mi ricordo Francesca… e si, Francesca… la più carina della classe. Una piccola principessa esile, con la voce fine, ma quanto era carina. Mi piaceva troppo. Stava sempre con la sua migliore amica Anna, ricordo anche lei perché era la più alta della classe. Sua madre era polacca e quindi, per noi sardi, lei rappresentava quasi un gigante. Oltretutto aveva la carnagione chiara e i capelli di un color nocciola chiaro, quasi biondi, quindi un po’ al di fuori dei tipici fattori estetici sardi!

In 5a elementare, durante una recita, presi coraggio. Sapevo che oltre la 5a ci saremmo separati per frequentare le scuole medie, quindi architettai un piano. La recita prevedeva l’uso delle candele per parte degli scolari del pubblico, e noi appunto, facevamo parte del pubblico. Mentre tutti erano usciti dalla classe, Francesca e Anna si dimenticarono le candele in classe. Le seguii e mostrai la mia candela (senza malizia, che state pensando?). Era una candela rossa, e aveva delle scanalature a vite simili alla punta del trapano, non so se mi spiego. Comunque… Anna prese la candela e uscii dalla classe, mentre Francesca continuava a cercarla nello zaino. Io mi avvicinai, le mostrai la mia candela. In quel momento la feci ruotare e le dissi “guarda, questa candela non finirà mai” (l’effetto ottico durante la rotazione faceva sembrare la candela come senza fine). Mentre lei guardava la candela roteare, le diedi un bacio, e rimanemmo a baciarci per qualche decina di secondi, finché arrivò Anna che ci vide, andò di corsa a chiamare la maestra la quale arrivò con la classe al seguito. E lì il boato dei miei compagni di classe, seguito dal boato di tutta la scuola. Gente che applaudiva, che fischiava, le maestre sconvolte e Francesca rossa come un pomodoro, ahahahahah. Che ricordi, bei ricordi.

Qualche giorno dopo regalai a Francesca un braccialetto di plastica, mi pare l’avessi trovato in un pacchetto di patatine. Le dissi che, se voleva ricordarsi di me, non doveva toglierselo mai, e così fece i primi tempi, lo teneva al polso anche sotto la doccia. Finché la madre si accorse del braccialetto, chiese spiegazioni alla figlia e il giorno dopo andò a parlare con mia madre incavolata nera, dicendole che io dovevo stare alla larga da sua figlia, che sua figlia era troppo piccola per queste cose e bla bla bla.

Inutile dire che mia madre era dalla mia parte, ma purtroppo Francesca aveva ricevuto il divieto di parlarmi, e così fece fino alla fine dell’anno scolastico. Stetti veramente male, fu un brutto colpo. Ok, eravamo giovani e ignari, però dai, alla fine era solo un bacio, e tutto quel casino per un bacio mi sembra veramente assurdo.

La incontrai qualche volta alle scuole medie, ma ormai non ci salutavamo neanche più.


Le scuole medie furono un vero disastro, a parte il fatto che frequentavo il tempo prolungato, quindi mattina e sera, pranzavo a scuola e quando uscivamo ci caricavano di compiti.

Piccola nota: ero in classe con Consuelo, ma ormai non mi piaceva più. L’infatuazione era passata.


Dopo le scuola medie, passai alle superiori. In classe eravamo in 19, di cui 2 maschi (me compreso), mi trovavo piuttosto bene, ma capii ben presto che le compagne erano “amiche” finché faceva comodo (per i compiti), poi chi s’è visto s’è visto. Quindi carogne loro, carogna io!!! Dissi molti no perché non mi è mai piaciuto essere sfruttato, e qualcuna non la prese bene.

Dunque… alle superiori posso dire che l’unica ragazza che mirai si chiamava Ilaria. Eravamo vicini di banco, lei sedeva con la sua amica/compagna Manuela.

Ilaria non era una di quelle ragazza appariscenti, femme fatale. Era una ragazza normalissima, acqua e sapone. Ricordo che si truccava veramente poco, il minimo indispensabile. Era bella nella sua semplicità, e poi ho sempre odiato le ragazze che non fanno altro che parlare di trucchi e uscire di casa dopo essersi fatte il bagno in una vasca di profumo. Aveva i capelli ricci mediamente lunghi, poco oltre le spalle.

Mi pare di non averla mai vista con un vestito corto, indossava sempre dei jeans e delle scarpe tra il classico (casual) e lo sportivo. Ogni giorno, prima di entrare a scuola, andava nella bottega davanti alla scuola e comprava un panino imbottito. Non so come facesse, alcune volte il panino era più grande del suo stomaco. Nonostante ciò, riusciva a divorarlo in 5 minuti. Avevamo lo stesso metabolismo da “discarica”, possiamo mangiare quello che vogliamo senza ingrassare. Il lato negativo è sentire le persone “come sei magro, ma mangi?”.

Vabbé, sto’ divagando!

Dunque… cos’altro posso dire? Niente, mi piaceva in tutto, nella voce, nel modo di vestire, nel modo di ridere, nel suo modo semplice di fare e di essere. E si… Voi direte: “questa ragazza ti s’è attaccata al dito migliore”. Beh, perché non dirlo? Avevo una cotta per lei.

Arrivò l’ultimo anno di scuola, e – come alle elementari – pensai di darmi una mossa, altrimenti non avrei avuto altre occasioni.

In quell’anno scolastico il programma prevedeva di frequentare 1 settimana di mattina e una settimana di sera, e così via per tutto l’anno. Eravamo in inverno, era la settimana di sera, e all’uscita dalla scuola, io e Ilaria andammo a piedi verso la fermata del pullman. Solitamente non prendevo il pullman in quanto casa mia dista circa 1,5km. Quella sera non c’era Manuela, quindi chiacchierammo del più e del meno fino alla fermata del pullman. Era buio, ed ero un po’ stanco dalla scuola, ma pensavo che forse poteva essere la mia occasione in quanto eravamo soli e… insomma, avevo le palpitazioni e l’adrenalina a mille. Eheheheh… beata gioventù. Ormai non riesco più ad essere così agitato, ma si sa che quando si è giovani è tutto amplificato. Una gamma di emozioni e l’adrenalina che pompa.

Capitò quello che non avevo previsto, Ilaria mi disse “Che fai? Te ne vai? Non lasciarmi da sola, è buio, ho paura”.

Presi la palla al balzo, tornai indietro e le dissi che se voleva le avrei fatto compagnia. E da qui partii con i viaggi mentali. Avrei voluto parlarle, avrei voluto prenderle la mano, ma più che altro avrei voluto baciarla.

Già, avrei voluto. Avrei voluto veramente, Dio solo sa quanto avrei voluto. E invece niente, pochi secondi dopo passò il pullman. Le dissi “non prendere il pullman, prendi il successivo, vorrei parlarti”. Lei mi disse: “Mi vuoi parlare? Facciamo domani? Sono stanca, vorrei ritornare a casa”.

La lasciai andare, la vidi salire sul pullman e sedersi, le porte si chiusero e il pullman partì, lasciandomi con una gamma di emozioni che pian piano svanivano, come fuochi d’artificio sparati, di cui rimaneva solo l’involucro.

Mi girai e vidi la pensilina del pullman, era una pensilina fatta in alluminio. Non la colpii, ma avrei tanto voluto farlo, avrei tanto voluto lasciare il segno del pugno tale da deformare l’alluminio (o da finire al pronto soccorso, fa lo stesso).


Fu un brutto colpo, però tentai altre strade. Per il suo compleanno le feci inviare dei fiori, ancora mi ricordo, costarono 50 euro, la paghetta mensile che mi dava mia nonna. All’epoca avevo 15 anni e ½, perché non accettare la paghetta? Nel bigliettino che accompagnava i fiori scrissi inconsciamente una frase, ma non il mio nome. Il giorno dopo Ilaria si domandava chi le avesse inviato i fiori, e parlava assiduamente con Manuela. Io feci finta di niente, finché, un paio di giorni dopo, Ilaria mi fece scrivere la stessa frase.

Non ero stupido, sapevo dove voleva andare a parare, la curiosità è femmina, e io stetti al gioco.

Da lì scoprii le mie carte, sapeva che avevo una cotta per lei.

La mia ultima possibilità la organizzai il giorno dell’esame finale, quindi l’ultimissimo giorno di scuola. Come al solito pensavo di aver previsto ogni cosa, ma non fu così, il destino ci mise la gamba e io inciampai come una pera.

Una volta dati gli esami, l’ultimo esame era di educazione fisica, ma siccome noi maschi avevamo un professore a parte, e le ragazze avevano una professoressa, il nostro professore ancora non si vedeva. Quindi le ragazze avevano finito di dare gli esami, e noi maschi dovevamo aspettare il professore. Non potevo muovermi da scuola, e chiesi ad Ilaria se poteva aspettarmi. Le dissi che le volevo parlare, ma lei disse che era stanca, e voleva ritornare a casa. Dietro alla finestra al 2° piano la vidi scendere i gradini insieme a Manuela, oltrepassare il cancello della scuola e sparire.

Avevo appena “bruciato” l’ultima opportunità rimasta, non so se per colpa del professore, se per colpa mia o per colpa del destino. Molti dicono che il destino ha un piano per tutti noi, molti altri dicono che il destino è quello che ci creiamo. Non so che dire, posso solamente dire che ci rimasi male, anzi malissimo…

Arrivò il professore e diedi l’esame in fretta e furia. Uscii dalla scuola, guardai in bottega, feci il giro del quartiere, andai alla fermata, corsi quanto potevo, ma lei non c’era. Non la trovai. Era andata via.

Avete presente un sacco da pugile? E’ fatto per incassare colpi. Ecco, in quell’esatto momento mi sentivo così, uno zerbino, e mi sento così anche ora al solo pensarci. Ricordi stampati nella memoria in modo indelebile, ricordi che mi faranno compagnia finché vivrò. Ricordi di cui non ho MAI parlato a nessuno, un po’ per non fare la figura dell’imbranato, un po’ per riservatezza.

Due mesi dopo, la chiamai. Ero in Oratorio, e nell’ufficio non c’era nessuno. Chiamai il suo telefono di casa, e mi rispose lei. Le chiesi se potevamo vederci, per uscire. Lei mi chiese: “uscire in che senso? Una pizzata di classe?”. Io le dissi: “Uscire noi due”.

Lei – per tutta risposta – mi disse che non poteva perché stava insieme ad un ragazzo. Io le chiesi quale ragazzo, se negli anni della scuola non aveva frequentato nessuno. E lei mi disse: “sto’ insieme a questo ragazzo dal giorno dopo l’esame”.


Vabbé, avete presente un colpo al cuore? Ecco, stessa cosa, come se qualcuno mi avesse sparato.

Non so se ciò corrispondesse a verità o se era la bugia dell’ultimo secondo, ma certo che mi fece male da morire, e passai tutta la sera in uno stato di catalessi. Guardavo le persone ma non riuscivo a concentrarmi su cosa stessero dicendo. Pensavo solo a Ilaria e a quello che mi aveva detto. Anni che le facevo il filo e poi, per telefono, mi dici che esci con un altro? Ma almeno dimmelo in faccia, così puoi anche usarmi come zerbino.


Ovviamente dopo Ilaria ci furono altre ragazze, storie brevi che neanche considero. Nemmeno mi ricordo i nomi delle altre.

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Carletto

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