Dominazione

Appesa e abusata

Per "I SELEZIONATI" riportiamo da AP un racconto mozzafiato di @MarkShaghan, titolo originale: Laura - l'atroce vendetta.

Giovanna.


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Avvertenza:

In questo racconto sono riportati episodi di violenza estrema che possono urtare la sensibilità di molti lettori.

In alcune scene sono coinvolti uomini africani. Con l’esclusivo intento di rendere la drammaticità degli eventi narrati, nella descrizione di tali scene si è fatto ricorso ad alcuni stereotipi riconducibili alla cultura razzista che non è condivisa e non appartiene in alcun modo all’autore.

Se vorrete proseguire nella lettura, sarei lieto di ricevere vostri commenti e suggerimenti all'indirizzo e-mail: markshaghan@mail.com


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Quando Laura si risvegliò si accorse di non riuscire a muovere né le braccia né le gambe. Era frastornata e le girava la testa, e le ci volle un po’ di tempo per prendere coscienza della situazione in cui si trovava. Con suo grande sgomento si rese conto di essere legata e appesa con le braccia aperte ad una trave del soffitto di una casa che non conosceva. Anche le caviglie erano legate con delle corde a degli anelli fissati al pavimento, in modo da tenerla immobilizzata con le gambe divaricate. I muscoli le dolevano per quella innaturale posizione in cui era costretta chissà da quanto tempo, ma ancor di più le dolevano i polsi e le caviglie a causa delle ruvide corde che la trattenevano e che per la tensione e lo sfregamento le stavano lacerando la carne, tanto che ogni piccolo movimento le procurava dei dolori lancinanti.

Era ancora vestita come quando era scesa dall’auto e si era incamminata nel bosco con l’intenzione di fare una lunga passeggiata da sola, lontana dal mondo e dallo stress dello studio di commercialista in cui lavorava: una minuscola canottiera bianca attillata che le lasciava scoperto l’ombelico e dei pantaloncini da running, anche questi molto succinti, che rimarcavano le forme perfette dei suoi glutei e l'abbronzatura naturale delle sue gambe. A 36 anni il suo fisico era ancora tonico ed il suo viso molto attraente. Sebbene fosse una donna riservata e non le piacesse mostrarsi, era certamente compiaciuta nel notare che gli uomini apprezzavano la sua bellezza, soprattutto quando faceva sport e gli indumenti che indossava sottolineavano le forme sinuose del suo corpo, lasciando poco spazio alla fantasia di immaginare quello che coprissero. Si accorse però di essere scalza: le sneakers e le calze di cotone le erano state tolte, ed i suoi piedi nudi sfioravano appena con la punta delle dita il pavimento di pietra, non consentendole di appoggiarsi come avrebbe desiderato per scaricare parte del suo peso che invece gravava quasi completamente sui polsi feriti.

Il silenzio della stanza interrotto soltanto dal fruscio delle foglie degli alberi proveniente dalla finestra spalancata le fece intuire che la casa in cui era prigioniera doveva trovarsi in mezzo al bosco, probabilmente molto lontano dalla strada e da altre abitazioni. Più passavano i minuti, più cresceva il suo terrore: come era finita lì? chi l’aveva rapida e portata in quella casa? perché era stata legata in quel modo? cosa volevano farle?… Le domande si accavallavano in una tempesta di pensieri che affollavano la sua mente confusa, facendole crescere sempre di più il senso di panico.

Ricordava di essersi avventurata nel bosco e di avere camminato lungo un sentiero in salita per diversi chilometri. Sebbene il percorso fosse quasi tutto all’ombra, il caldo e l’umidità la facevano sudare copiosamente, e spesse volte si era dovuta fermare per bere dalla borraccia che portava nello zaino, esaurendo in poche ore la sua riserva di acqua.

Lungo tutto il cammino non aveva incontrato nessuno, fino a quando le sembrò di vedere in lontananza alcuni uomini che armeggiavano dietro i cespugli. Sì fermò guardinga ed osservò meglio, avendo l’impressione che fossero degli uomini di colore (molto strano in un luogo così distante dalla città, frequentato solo da pochissimi escursionisti locali e qualche pastore), ma rimessasi in cammino e percorsi ancora alcuni metri quegli strani uomini erano spariti, e così Laura si tranquillizzò convincendosi di esserseli immaginati. Ricordava di avere camminato ancora per diverso tempo dopo quello strano episodio, ma poi nella sua mente c’era il buio più assoluto. Fino a quando non si è risvegliata in quella stanza, legata e appesa in quel modo.

Sopraffatta dalla paura e dall’angoscia di quello che le sarebbe accaduto, stava per mettersi a piangere, quando sentì una porta aprirsi e dei passi sopraggiungere alle sue spalle.

“Chi è? Liberatemi subito o appena andrò via di qua finirete in un mare di guai”. Laura tentava di voltarsi per guardare chi fosse entrato nella stanza, ma la posizione in cui era stata legata le consentiva di girare la testa soltanto a destra e a sinistra. Le sue domande e le sue minacce non ottennero alcuna risposta, ma poco dopo sentì la presenza dietro di lei di una persona, presumibilmente un uomo, che stava ad osservarla a pochi centimetri di distanza, tanto che poteva percepirne il respiro tiepido sulla sua pelle, e la sua paura si accrebbe ulteriormente.

Da quanto tempo Marco attendeva questo momento? Quante volte aveva immaginato di avere il corpo di Laura a sua completa disposizione? Qualche anno fa avrebbe desiderato che fosse lei a concedersi per sua scelta, perché lo amava, ma ora non gli importava più niente di quell’amore negato. Quello che ora voleva più di ogni altra cosa era possederla e godere del suo corpo a suo piacimento. Anzi, il fatto che non fosse riuscito ad ottenere il suo amore aveva generato in lui un senso di rabbia che, col passare del tempo, si era trasformata in desiderio di vendetta. Laura meritava di essere punita senza alcuna pietà per quello che gli aveva fatto.

“Chi sei? Cosa vuoi da me? Perché mi hai rapita? Cosa vuoi farmi?”, le domande sempre più incalzanti di Laura non ricevevano nessuna risposta. Tentava di voltarsi per guardare in faccia chi fosse quell’uomo, ma tutto quello che poteva fare era ruotare invano la testa a destra e a sinistra.

Marco era col viso a pochi centimetri da lei e poteva percepire distintamente il profumo dei suoi capelli raccolti in una coda di cavallo e l’odore sensuale emanato dal suo corpo poco vestito e sudato. Osservava le sue curve e i muscoli delle sue braccia e delle sue gambe in tensione che venivano scossi da frequenti tremori per la posizione in cui era legata. Pregustava il piacere di vederla completamente nuda, accarezzare la sua pelle vellutata, affondare le sue mani in quei seni morbidi, gustare i sapori e assaporare gli odori di quel corpo così generosamente offerto. Ammirava i suoi piedi nudi e osservava con eccitazione le dita che tentavano inutilmente di appoggiarsi al pavimento, e tutto questo accresceva in lui quella vena sadica che ormai non tentava più di reprimere.

Marco estrasse una forbice da un cassetto e si avvicinò di nuovo a Laura. Questa ebbe un sussulto quando sentì la lama fredda della forbice che toccava il centro della sua schiena, nella parte inferiore della canottiera, ed il suo timore si trasformò in terrore quando sentì che questa veniva tagliata. “Cosa stai facendo? Nooo… ti prego, ti scongiuro, lasciami andare. Ti prometto che non racconterò niente a nessuno di quello che è successo…”, ma le forbici, inesorabili, tagliarono la canottiera per tutta la sua lunghezza, dal centro della schiena fino all'altezza delle scapole, per poi tagliare anche le spalline e farla precipitare sul pavimento.

Marco proseguì a tagliare con la forbice i pantaloncini, facendo cadere anche questi a terra e lasciando Laura con indosso soltanto il reggiseno ed il perizoma bianchi. I suoi glutei sporgevano provocanti sotto l'inarcamento della schiena e le loro curve erano messe ancor più in evidenza dal perizoma che si insinuava spudoratamente nell’avvallamento del sedere. I seni erano trattenuti dalle coppe del reggiseno che li spingevano sfacciatamente in alto e facevano trasparire il rosa scuro delle areole e dei capezzoli turgidi attraverso i ricami di pizzo.

Marco rimase ad ammirarla alcuni minuti in silenzio, ma ora desiderava vederla completamente nuda. Aprì l’allacciatura del reggiseno dietro la schiena e con la forbice ne tagliò le spalline. Il reggiseno cadde a terra, raggiungendo gli altri brandelli dei vestiti di Laura. Quindi tagliò i lembi di tessuto a destra e a sinistra del perizoma. La parte anteriore cadde mettendo in mostra il pube ricoperto da una folta peluria scura, dopo di che Marco liberò il lembo posteriore che era ancora trattenuto nell’avvallamento del sedere in modo che anche il perizoma cadde sul pavimento, lasciando Laura completamente nuda.

Gli occhi le si gonfiarono di lacrime e diruppe in un pianto non più trattenuto. Era più la vergogna di essere completamente nuda ed oscenamente esposta agli occhi di quello sconosciuto oppure il terrore di quello che quell'uomo le avrebbe fatto?

“Ti prego… ti prego, non farmi del male… farò tutto quello che vuoi, ma non farmi male…”. Marco si sorprese dell’eccitazione che le suppliche e la paura manifestata da Laura suscitavano in lui. Non resistendo oltre al desiderio di possederla, afferrò da dietro la schiena i suoi seni ed iniziò ad impastarli con forza tra le sue grandi mani, provando piacere del disagio che quella rude manipolazione di parti così intime e sensibili del suo corpo provocava in Laura, soprattutto quando lui le pizzicava le areole e le torceva i capezzoli. “AAAAAH… mi fai male… AAAAAH… basta, basta, ti prego basta…”.

“Questo è soltanto l’inizio Laura. Abbiamo tante ore da passare insieme io e te…”.

“Io ti conosco! Io conosco la tua voce…”. Marco liberò i seni di Laura dalla dolorosa morsa nei quali li aveva imprigionati e si portò di fronte a lei, mostrandole il suo volto.

“Marco! Sei impazzito? Perché mi stai facendo questo? Lasciami andare”.

“Laura, non si può fermare il dado una volta che è stato lanciato. Ho iniziato questo gioco e adesso devo giocarlo fino alla fine”.

“Cosa stai dicendo Marco? Perché mi hai rapita?”

“In realtà non sono stato io a rapirti. Ho affidato l’incarico a tre ragazzi del Niger, tre disperati giunti in Italia due mesi fa su barcone. È da tanto tempo che non gustano il corpo di una femmina, quindi come ricompensa del loro lavoro gli ho promesso che quando io avrò finito di divertirmi con te, ti avranno a loro completa disposizione e potranno scoparti come più gli piace. E adesso fammi gustare il sapore di queste meravigliose mammelle. Voglio succhiarti e morsicarti i capezzoli fino a farteli sanguinare”, e così dicendo si avventò famelico sui seni di Laura che urlava, piangeva e tentava invano di fuggire a quella brutale aggressione. “NOOO… ti prego fermati, mi stai facendo male…”. Marco si stava accanendo sui seni di Laura con una voracità tale che non era in grado di contenere. Le sue mani impastavano con insistenza i morbidi seni della donna che, immobilizzata dalle corde, non era in grado di opporre alcuna resistenza a quella violenta aggressione. Con le dita, Marco le strizzava i capezzoli per poi succhiarli avidamente e stringerli tra i denti con morsi sempre più dolorosi. Quando fu sazio dello spietato tormento inferto ai seni di Laura, si allontanò qualche passo da lei per ammirare la sensualità di quella donna nuda, legata e in lacrime.

“Perché mi stai facendo questo? Ti prego, lasciami tornare a casa. Non dirò niente a nessuno di quello che mi hai fatto, ma ti prego lasciami andare…”.

“TACI, LURIDA PUTTANA!”. Il ceffone che violento e inaspettato la colpì al volto le provocò un’emorragia dal naso, da cui iniziò a sgorgare sangue vivo che dopo averle rigato il volto le colava sul petto e gocciolava poi sul pavimento.

“Adesso, lurida troia, fammi sentire quanto è bagnata la tua figa”, e così dicendo con una mano iniziò ad accarezzarle il pube insinuandosi con le dita tra le labbra umide della sua vagina. “La tua figa ha proprio un buon odore… mmmm, un odore di cerbiatta selvatica”, diceva a Laura mentre annusava con bramosia la mano bagnata degli umori delle sue intimità.

“Basta, basta… ti prego…”.

“Smettila di supplicare, troia. Non capisci che le tue lacrime non fanno altro che farmi venire ancora più voglia di scoparti? Adesso voglio sentirti strillare… Non sei mai stata frustata, vero? So che ti piace andare a ballare. Adesso ti farò ballare a suon di frustate tra le corde a cui sei appesa”, le disse con un ghigno malvagio.

Marco si allontanò da lei di alcuni passi e dopo aver impugnato una frusta da equitazione, di quelle che si usano per domare i cavalli, iniziò a colpirla ferocemente su tutto il corpo, insistendo particolarmente dove le donne sono più sensibili al dolore: nella parte bassa della schiena, sui glutei, all’interno delle cosce, sui seni, sotto le ascelle, sui fianchi, sull’addome, sul pube… Laura urlava, piangeva, si dimenava, supplicava… Avrebbe desiderato svenire per sottrarsi a quel terribile supplizio, ma nemmeno un minuto di quel tormento le fu risparmiato. Quando le frustate cessarono finalmente di colpirla, il suo corpo era madido di sudore e segnato ovunque da linee rosse e a tratti sanguinanti.

Marco le liberò le caviglie ed i polsi, calandola lentamente a terra. Laura era talmente esausta e stravolta che non era nemmeno in grado di reggersi in piedi, figurarsi tentare di fuggire o opporre qualche resistenza.

“Adesso sgualdrina mettiti in ginocchio carponi, come una cagna. Voglio giocare un po’ con il tuo merdoso buco del culo. Scommetto che lì sei ancora vergine, non è vero? Nessuno ti ha ancora inculata, puttana?”, e così dicendo iniziò a tastarle con le dita la tenera rosetta di carne marrone che incornicia lo sfintere anale. Laura gemeva e mugugnava, ma non aveva né la forza di opporsi a quella umiliante palpazione. Ormai l’unico suo pensiero era che quell’incubo finisse presto.

Marco accostò la sua bocca all’ano di Laura e lo leccò avidamente, percependone il gusto amarognolo ed assaporando l’odore pungente proveniente da quella regione così intima del corpo della donna che da molte ore non aveva più avuto modo di lavarsi. Dopo averglielo lubrificato con la sua saliva, le inserì il dito medio in profondità nell’orifizio anale.

“AAAH… AAAH… NOOOO… ti prego, così mi fai male…”. Ma Marco non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Il suo scopo era quello di forzare a sufficienza l’apertura del buco ancora vergine di Laura per poi sodomizzarla con il suo pene. E infatti, quando fu soddisfatto di come le pareti dell’orifizio anale di Laura avevano ceduto alle sue penetrazioni e manipolazioni sempre più brutali, Marco si calò i pantaloni e le mutande ed infilò il suo pene già da tempo in erezione nell’ano dilatato di Laura.

“AAAAAAAAAH…”, un urlo straziante, quasi disumano, squarciò il silenzio del bosco, ma Marco continuò senza alcuna pietà ad affondare il suo pene nelle viscere di Laura, fino a quando un copioso getto del suo sperma non le irrorò il retto, traboccando poi dall’orifizio anale ancora dilatato dopo quella violenta penetrazione.

Laura si accasciò come esanime sul pavimento freddo di pietra. Marco la rivoltò sulla schiena e come atto estremo di umiliazione, messosi in piedi sopra di lei la innaffiò con l’abbondante getto della sua urina.

“E adesso, lurida troia, voglio scoparti la figa come nessun altro maiale che ti ha scopato prima ha mai fatto”.

Marco le divaricò le gambe e gliele ripiegò sul petto, in modo che le piccole labbra vaginali si dischiudessero, lasciando intravvedere le membrane umide del vestibolo vaginale. Non ci volle molto che il suo pene ritornasse turgido, e dopo averlo sfregato ripetutamente sul pube di Laura, glielo affondò nella vagina con una forza ed una brutalità tali che la fecero ancora una volta urlare per il dolore.

Mentre affondava dentro di lei, Marco sentiva la vagina umida e calda di Laura che si avvolgeva riluttante attorno al suo pene, che si insinuava sempre di più dentro di lei, fino a raggiungerle la cervice dell’utero. Al termine di una monta di diversi minuti, un copioso getto del suo sperma irrorò le viscere di Laura, la quale non aveva più neppure la forza di piangere.

“Sei stata proprio brava Laura. Me l'hai fatta attendere per tanti anni, ma questa scopata che oggi mi hai voluto regalare è stata davvero eccezionale…”, rise sarcastico, mentre lei teneva gli occhi chiusi, apparentemente esanime.

“Mi spiace informarti però che questa giornata per te non è ancora finita. Là fuori ci sono tre giovani stalloni negri che nelle prossime ore ti scoperanno così brutalmente che ti faranno rimpiangere tutto quello che ti ho fatto io finora”.

 

Laura giaceva a terra distesa sulla schiena in una pozza di urina, le braccia distese lungo il corpo e le gambe leggermente aperte. Con il capo reclinato di lato e gli occhi chiusi, sembrava priva di sensi.

Marco osservava il suo corpo nudo e inerme. Bagnata di sudore, di lacrime e di piscio, la pelle segnata da linee rosse in rilievo, a tratti imperlate da gocce di sangue, segni inequivocabili delle frustate che le aveva a lungo inferto, la vagina impiastricciata del suo sperma che le colava anche dalla fessura del sedere, le mammelle rosse e tumefatte, con i capezzoli infiammati dalle brutali manipolazioni subite, i capelli non più raccolti in una coda ma arruffati e sporchi anch’essi di urina e di sperma, gli occhi e gli zigomi gonfi, il naso ancora sanguinante. Pur così massacrata, Laura gli appariva bella e sensuale. Avrebbe goduto ancora del suo corpo, ma adesso voleva assistere allo scempio che avrebbero fatto di lei i tre negri che l’avevano rapita e a cui lui l’aveva promessa in premio.

Uscì dalla baita e con il movimento del braccio chiamò i tre uomini che stavano appostati di guardia tra i cespugli del bosco, in attesa di poter godere del loro premio. Anton aveva vent’anni ed era il leader del gruppo. Jason e Josh erano più giovani, avendo compiuto da poco i 18 anni. Tutti e tre erano fuggiti da un centro di accoglienza e vivevano di espedienti e di piccoli crimini. Marco li aveva conosciuti alla stazione, avendoli notati mentre si aggiravano tra i viaggiatori alla ricerca di qualcosa da poter rubare (portafogli, telefoni, orologi,…). Gli aveva proposto l’affare: oltre ad una ricompensa in denaro, avrebbero potuto scomparsi Laura. Considerando che erano mesi che non toccavano una donna e l’esuberanza sessuale della loro giovane età, quest’ultima proposta gli aveva reso l'accordo ancora più interessante di quanto non avesse fatto l’idea di guadagnare qualche soldo.

Quando i tre negri entrarono nella baita, Laura aprì gli occhi e li vide. Il terrore che l’assalì in quel momento le consentì di ricorrere alle poche energie che le erano rimaste per tentare di fuggire. Cercò di mettersi in piedi, ma Anton le sferrò un poderoso calcio nell’addome che la fece accasciare a terra, dolorante e incapace di respirare per il violento colpo ricevuto.

“Tu putana dove pensi scapare?”. Poi si misero a parlare tra loro in una lingua incomprensibile e si spogliarono nudi, mettendo in mostra dei falli enormi, che Marco pensava potessero vedersi soltanto nei video porno, dove si usano degli effetti speciali.

“NOOOO… vi prego, non avvicinatevi… lasciatemi stare!”. Laura era in preda al panico e strisciava nuda sul pavimento per tentare di allontanarsi dai tre negri che inesorabilmente le si avvicinavano. Tutto fu inutile: in un attimo Jason e Josh l’afferrarono per i polsi e le caviglie e la rigirarono sulla schiena, tenendola bloccata sul pavimento con le braccia e le gambe divaricate, come crocifissa. Anton si sdraiò sopra di lei e senza esitare le impalò la vagina con tutta la sua forza, affondandole dentro il suo enorme fallo.

“AAAAAAAAH…”, un urlo disumano uscì dalla gola di Laura quando sentì l’enorme membro dilaniarle l’antro vaginale e poi penetrare inesorabile dentro di lei, quasi trapassandole le viscere. Non aveva mai provato un dolore così atroce in tutta la sua vita, un dolore che poteva forse essere paragonato soltanto a quello del parto. Ma nel parto il dolore cresce lentamente ed è comunque qualcosa di fisiologico, tollerato dal corpo di una donna per espellere un dall’interno del suo utero verso l’esterno. In questo caso invece il dolore era provocato da un corpo estraneo, di dimensioni enormi, che penetrava nella sua vagina senza alcuna preparazione preliminare e con tutta la brutalità di un giovane selvaggio costretto da mesi a trattenere le sue pulsioni sessuali.

Raggiunta con il glande la testa dell’utero, il negro iniziò a spingere il suo enorme fallo avanti e indietro, lacerando sempre di più l’antro vaginale di Laura e sfregando dolorosamente contro le pareti non abbastanza umide del suo vestibolo.

“AAAAAH… NOOOO… basta, basta…”. Laura urlava, piangeva e si dimenava con tutte le sue forze, tanto che Jason e Josh dovettero caricare tutto il loro peso sulle sue braccia e sulle sue gambe per riuscire a tenerla ferma mentre il loro compagno la violentava.

Anton continuò a impalarla per diversi minuti, prima di emettere un grugno animale e scaricare dentro di lei un copioso fiotto di sperma. Quando finalmente estrasse il suo pene ancora in erezione dalla vagina brutalizzata di Laura, questo continuava a spillare sperma che Anton le fece gocciolare addosso, sporcandole l’addome, i seni ed il costato.

Anton prese il posto di Jason per immobilizzare le braccia di Laura. Si parlarono ancora tra loro nella loro lingua incomprensibile. Probabilmente si stavano dando reciprocamente indicazioni su come tenere ferma la loro preda, perché Josh, che la teneva ferma dalle caviglie, le forzò ancora di più l’apertura delle gambe per divaricargliele ulteriormente.

Il pene già turgido di Jason non era meno gigantesco di quello del compagno più anziano che l’aveva preceduto, e trovando il canale vaginale di Laura già dilatato e lubrificato dalla precedente aggressione, non ebbe alcuna difficoltà ad affondarci dentro.

“AAAAAAAAAH….”, l’urlo di Laura donna non fu meno acuto di quelli che aveva emesso durante il precedente impalamento, ed il dolore provocatole da quella seconda penetrazione non fu meno atroce. Anche il secondo negro andò avanti per diversi minuti ad impalare Laura, prima di sgorgare nelle profondità delle sue viscere un abbondante fiotto di sperma caldo e viscoso. Anche lui si divertì ad umiliarla ulteriormente imbrattandole l’addome ed i seni con il liquido seminale che continuava a fluire dal suo pene anche una volta estratto dalla vagina violata.

"Pensa dona bianca che belo viene fuori da te dopo questa scopata”, le disse Jason ridendo sguaiatamente.

Josh, il terzo negro, pur essendo il più giovane di quel trio di bastardi, era forse quello più pervertito. Diede indicazione ai due compagni perché sollevassero le gambe di Laura e le portassero all’indietro, verso le spalle, e le tenessero ferme e ben divaricate, in modo da rendere perfettamente accessibile la sua vagina. In quella posizione così indecente, le sue piccole labbra erano forzate ad aprirsi, dilatando l’antro vaginale già lacerato dalle precedenti intrusioni. Josh sputò sulla vagina di Laura e la sua saliva andò a mescolarsi con lo sperma dei due compagni che da lì ancora defluiva. Sfruttando questo disgustoso miscuglio lubrificante, Josh iniziò ad inserire le dita all’interno della vagina di Laura, e subito dopo vi si insinuò con l’intera mano chiusa a pugno, facendola affondare fino al polso.

“AAAAAAAAH… NOOOOOO… fa male, fa male, ti prego tirala fuori…”, ma il negro, anziché cessare quel supplizio, iniziò a stantuffarla avanti e indietro, avanti e indietro, incurante delle suppliche e delle urla di dolore della donna.

Dopo un tempo che a Laura sembrò infinito, il negro estrasse finalmente dalla sua vagina la mano grondante dei suoi umori. Marco notò che era sporca anche di sangue, indizio delle ferite che quella spietata tortura aveva provocato sulle delicate e sensibili mucose vaginali di Laura.

Non sazio di quella penetrazione innaturale, anche Josh volle godere con il suo enorme fallo della vagina che aveva così crudelmente straziato, ed il terzo stupro di Laura non fu meno brutale, doloroso ed umiliante dei precedenti.

Come era prevedibile, i tre negri non si accontentarono di stuprare Laura una sola volta ciascuno, ma andarono avanti a violentarla per molte ore, fino a ridurla ad un corpo sudicio e sanguinante, senza più alcuna reazione.

Prima di abbandonarla, per oltraggiarla ancora di più di quanto non avessero già fatto, la costrinsero a mettersi in ginocchio, seduta sui talloni e con le mani incrociate dietro la nuca. Quindi, postisi in cerchio attorno a lei, le pisciarono addosso tutti e tre contemporaneamente, non risparmiando di bagnarle di urina i capelli ed il viso.

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