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Obbedisci, mia puttana
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Racconto19 min di lettura

Obbedisci, mia puttana

Lo tiene in una mano e lo appoggia facendo pressione sul suo ano caldo. Il bacino ha un fremito verso di lei, una tentazione, poi... spinge e mi apre tutta...

Claudia
1 anno fa · 897 letture · 0

“Bene – sentenzia infine stringendole sadicamente un gluteo ormai arrossato – sai, volevo concedertelo prima, un attimo di piacere. Ma poi c’è stata la ribellione, la disobbedienza. Penso, invece, che mi prenderò un altro pezzetto di te, te lo strapperò via e me lo mangerò”.

Ciò detto le afferra con forza entrambi i glutei (lei si lamenta sinceramente e ha un sussulto) e li divarica. Passa il medio davanti alla bocca, vi fa colare un po’ di saliva, e lo avvicina al suo ano, bollente come è ormai bollente tutta, un po’ per dolore, un po’ per passione. Lo prende dentro, in una sola spinta, senza fermarsi; a sottolineare il gesto un suo lungo sibilo, cui lei risponde gemendo ancora.

Si contrae e lui si arresta un attimo, mordendosi le labbra: la voglia di averla di nuovo ricomincia a riempirlo ora che è tornata al suo servizio.

“Un po’ di saliva amore, ti sei meritata solo un po’ di saliva” dice mentre si sputa sul pene eretto ai limiti del dolore.

Lo tiene in una mano e lo appoggia facendo pressione sul suo ano caldo. Il bacino ha un fremito verso di lei, una tentazione, una tensione involontaria.

Sputa ancora, questa volta anche sul suo buco, e inizia subito a spingere per entrarle dentro un’altra volta.

Lentamente guadagna centimetro dopo centimetro. Uno spazio si crea per accoglierlo e, impaziente ma rispettoso, vi sprofonda.

Lei trattiene il fiato e quasi boccheggia, e lui anche per questo gode.

L’impazienza lo morde e dove è già riuscito a penetrarla, si sfila e infila di nuovo, con un movimento ondulatorio e ora più rapido.

E poi affonda i palmi sui suoi glutei dolenti, e accompagna il gesto con una spinta più ferma, più profonda, cercando di nuovo i limiti che gli sia dato esplorare, lambendo tutto ciò di lei che riesce a toccarle. Il gemito è meraviglioso, profondo, necessario. Viscerale.

Poi scende col busto ad avvolgerla; una mano di nuovo alla gola per carpirne ogni bisbiglio. I movimenti si fanno più convulsi e lei ancora tenta di resistere. Il dolore forse, non è abbastanza intenso per arrendersi. Il desiderio che le bagna le cosce non trabocca ancora (anche se i testicoli di lui che la sfiorano ad ogni spinta…).

Lui la scopa sempre più forte, perché più lui la scopa e più lei si allarga per lui, gli crea altro spazio per accoglierlo. E non di meno quando il suo bacino le preme sui glutei si contrae splendidamente.

Ed ora di nuovo si ferma, indugia in lei, un padrone ospite. Tutto in lei, che di nuovo trattiene il fiato e insieme geme. La stringe più forte a sé, non è mai totalmente appagato. La mano si sposta dal collo e con due dita torna a giocare con la sua lingua e a lambirle l’ugola.

“Potrei morire così” le mormora accanto all’orecchio.

Con un gesto secco (essendole ancora tutto dentro) inizia a premerla sul materasso, con spinte dure e forti.

E lei finalmente geme. Di un gemito nuovo. Che lui riconosce inconfondibilmente nonostante le dita che le riempiono la bocca. Che lui riconosce anche se non gliel’ha mai sentito pronunciare prima.

Con più trasporto allora prosegue, inarcandosi per stringerla ancora. Lì finché può arrivarle dentro, con forza la riempie. Ad ogni spinta il suo bacino torna a colpire i glutei ancora rossi, pizzicanti.

Finché poi non si tira nuovamente su. Con le mani le stringe i glutei e li separa per vedere il buco che le sta penetrando; la via segreta inaccessibile ai suoi occhi, ma non al suo cazzo.

Compiendo ora un’ampia escursione di movimento, scivola dentro e fuori da lei che non può più non lamentarsi.

“Rivoglio la bocca”.

Dice mentre le entra nuovamente dentro.

Lei risponde solo gemendo.

“Rivoglio la bocca per poterti fare bagnare di nuovo, voglio sentire ancora quanto vuoi essere toccata”.

Lei si gira, lui ne approfitta per vederle in viso la reazione ad un’altra spinta, e non ne rimane deluso.

“La mia bocca è tua”. L’espressione con cui accompagna la frase è priva di sarcasmo. Non c’è rivalità né provocazione nel suo sguardo. La pronuncia, anzi, con una certa solennità. Niente si nasconde più: lei è tutta lì, disarmata e disarmante.

La fa voltare con la testa leggermente giù dal letto, verso di lui, la pancia in su e le gambe piegate. Il cazzo ancora eretto punta la sua bocca, che lei tiene diligentemente aperta. Ma prima di penetrarla ancora, le divarica le gambe tenendola per le ginocchia.

Si china tra le sue cosce e assapora il profumo che custodiscono. Poi passa un palmo a qualche centimetro dal suo sesso: “lo senti quanto sei calda?”.

“Sì” risponde lei restando a testa in giù; il fiato che le esce insieme alla risposta dalle labbra, lo accarezza e gli causa un brivido.

Ormai impaziente lascia che il cazzo ripercorra ancora la sua gola, senza esitazioni, riprendendo da dove aveva lasciato. Lei si contrae ma non tenta di ribellarsi, mentre lui non esita nemmeno un istante a riprendere la foga con cui prima le stava scopando l’ano.

Poi rallenta, avvolgendola tutta, sprofondando totalmente, mentre con la bocca si avvicina ancora al suo sesso. Lei geme come può.

Allora si ferma lì, tutto in lei; infila le mani sotto alle sue natiche (ancora calde) e la divarica.

Ormai in apnea lei ha un sussulto ma non ha il coraggio di arrendersi ora, ora che è così vicina al piacere.

E finalmente, e solo per un istante, un delicato tocco irradia da quel microscopico punto a tutto il corpo. La lingua torna a sfiorarla ancora, altrettanto leggera ed effimera.

Finché lui si sfila. Lei erompe in un respiro agitato, tormentato, non solo dall’apnea.

“Amore ti prego” dice quasi piagnucolando.        

“Cosa?” chiede lui fingendo indifferenza.

“Ti prego toccami, scopami”.

“Non è forse quello che sto facendo?”.

“Scopami la fica amore, ti prego: completami, esplorami. Farò qualsiasi cosa, ma tu riempimi”.

“Qualsiasi cosa?”.

“Qualsiasi”.

Resta un attimo in silenzio. Sorride.

“Allora c’è solo una cosa che devi fare: aspettare ancora. Logorati ancora. La tua voce che mi supplica è dolce, ma non basta”.

Ciò detto le scivola in bocca, interrompendole il respiro e una risposta. Una mano scivola un’altra volta dietro la nuca, per spingerla a sé. L’altra mano l’ammansisce disegnando circoli di straordinaria dolcezza su e giù per le sue cosce imploranti.

Chinandosi, dalla bocca lascia uscire un filo di saliva, che come miele caldo e denso cola sul suo clitoride che a quel tocco freme come freme tutta.

E mentre lei gode, per quell’inteso prolungato attimo, lui con la mano che non le spinge la testa, abbracciandola da sotto, ritrova il suo ano. La saliva scende fin lì e lui con il dito ancora la penetra. Di nuovo lui la prende da ogni buco, lasciandosi invitare, lasciando fiorire tra le sue gambe, ancora più seducente, la tentazione. Quel centro, quel centro inesplorato, cosmico. Quel buco nero dove la luce muore e il fuoco si rigenera instancabilmente come le fornaci che scaldano le viscere della Terra.

L’ha riempita da ogni lato, e ha creato così un vuoto, un vuoto segreto, e spesso impenetrabile, che ora lo chiama, ora si apre a lui, si schiude oscenamente. Si tende, e prolunga, con il calore, con il profumo. Si protrae insieme ai fianchi, imbizzarriti, convulsi, eppure rassegnati, posseduti.

L’abbandona.

Lei rimane ansimante, con il seno che vistosamente scende e sale.

Lui non dice niente, anche il suo respiro è rotto. Le passa una mano dietro la testa e la solleva delicatamente. Lei fa una piccola smorfia: il collo era lì pendente chissà ormai da quanto.

La sdraia nel centro del letto e tenendo gli occhi fissi a pochi centimetri dai suoi (caldi, liquidi, persi nell’infinito) entra in lei un’ultima volta quella notte.

Lei apre la bocca in un dolce, dolcissimo gemito. Di sollievo.

Lo ritrova. Lo riconosce.

Entrambi sembrano lottare contro l’istinto di rovesciare gli occhi, chiuderli, perché le palpebre pesano quanto più si sente. Il loro sguardo trema e cade, e di nuovo si ritrova, e anche gli occhi si penetrano, si compenetrano e ognuno restituisce all’altro quello stesso infinito.

Lentamente lui continua a muoversi, con una lentezza surreale, colma.

“Spero -” bisbiglia indugiando, ma lei lo interrompe: “sì”.

Sorride prima lei e lui la segue. Poggiano le fronti una contro l’altra.

Prima dell’alba si mischiano, in coro, i due “ti amo”.

Racconto recuperato dai nostri archivi erotici.

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