***
Due giorni dopo, a Ferragosto, organizzammo la brace sulla spiaggia, portammo una chitarra e cenammo tutti in allegria. Più tardi, la maggior parte tornò alla pensione, mentre alcuni dei giovani più grandi insistettero per restare, almeno per quella notte, sull’arenile.
Mi offrii di far loro da assistente e mi lasciarono il pulmino per ritirarci a nostro piacimento.
Anche Samuele volle rimanere. Eravamo in quattro: due ragazzi, una ragazza ed io.
Chiacchierammo, giocammo e alla fine si doveva pagare pegno: io persi indecorosamente.
Era tardi e sulla spiaggia non c’era quasi nessuno… lontano qualche altro falò, che si spegneva, mentre i nottambuli se ne andavano via.
Il buio e l’allegria si resero complici delle nostre parole, il pegno divenne sfida; la sfida divenne tenzone, poi fu un continuo duello di… “e tu? e io; e te la senti, e non te la senti…” eccetera eccetera.
Insomma alla fine io ero la vecchia signora borghese che si dice emancipata ma che non sapeva uscire dai luoghi comuni; incapace di trasgredire… di godersela liberamente assecondando i propri desideri.
Il mio pegno prese una piega inaspettata: dovevo avere il coraggio di toccare il membro di Samuele davanti agli altri due. Per stemperare l’atmosfera, mentre arrossivo nell’oscurità, dissi:
– E che ci vuole: è una settimana che glielo tocco… – risi – Caccialo fuori, su, vediamolo questo pisellino! – dissi prendendolo in giro.
– No! – intervenne la ragazza – Devi farlo tu… deve fare tutto da sola, giusto? – disse, mentre cercava la complicità dei suoi amici.
Accettai e mi spostai lentamente verso la sedia di tela su cui stava seduto il ragazzo.
D’un tratto si fece silenzio e tutti si divennero attenti ai miei gesti.
Con gli occhi bassi ma col cuore che batteva all’impazzata, m’inginocchiai davanti a Samuele e iniziai delicatamente ad armeggiare con i bottoni del pantaloncino. Il suo cazzo, da sotto, gonfiava la patta tendendo la stoffa. Lo sentivo sotto le dita. Piano piano lo liberai e adesso il suo affare svettava, duro come la pietra.
Nel buio sembrava una grossa melanzana, lo sfiorai con la punta delle dita:
– Ecco, toccato. Avete visto, no? – dissi, fingendo di aver terminato il mio compito anche se ero certa che la cosa non sarebbe finita li.
Nonostante il fresco della notte estiva bruciavo dentro e anche gli altri ragazzi erano evidentemente eccitati.
– E questo lo chiami toccare? – disse la ragazza infilando la mano sotto il costume del giovane accanto a lei:
– Glielo devi prendere tutto in mano, così! – e anche se non si vedeva bene, si capiva che aveva raggiunto il cazzo del ragazzo e lo stringeva forte, agitandolo a destra e a sinistra come un manico di scopa.
– Se per te va bene…? – dissi, interrogando Samuele con lo sguardo. Nei suoi occhi leggevo la febbre del piacere: lui non aspettava altro.
Non mi trattenni più… adesso ero un’altra donna. L’eccitazione, troppo a lungo sopita, mi dava la carica e non pensai più a nulla.
Il mondo introno scomparve, ora desideravo solo sentire quel cazzo turgido e liscio riempirmi le mani, desideravo solo donare piacere col mio corpo a quel giovane che impazziva di desiderio.
Impugnai saldamente il membro, era caldo, duro, eretto verso l’alto.
Di sotto poggiava sullo scroto, gonfio e pieno, morbido come pasta per pizza appena lievitata.
Toccai tutto, carezzai tutto, volevo impadronirmi di quelle sensazioni e gustarmi quel cazzo completamente estraneo; erano anni che trattenevo i miei desideri, avevo conosciuto quasi solo il membro di mio marito, in fondo.
Sapevo masturbare l’uomo, avevo imparato da ragazza, ormai che c’ero era inutile fermarsi.
Mi misi di fianco, chinata su Samuele e iniziai a farglielo delicatamente in mano.
Anche la ragazza, stava masturbando il suo amico, lo faceva con più rabbia, più veloce, mentre si concedeva un ditalino pure lei.
La sua mano era nel costume e andava dentro e fuori col dito, ritmicamente.
Nessuno aveva più grande interesse per gli altri, ognuno era perso in se stesso alla ricerca di un piacere fin troppo negato.
– Sublime, sublime… – diceva Samuele, irrigidendosi sulla poltroncina.
Io gli tenevo una mano sulla spalla e l’altra saliva e scendeva, in modo cadenzato, sulla sua asta che superava in altezza l’ombelico.
Andavo svelta in su e poi di nuovo in giù ma con più attenzione, aveva ancora la pelle chiusa sul pene, non volevo fargli male.
Stavo attenta a far sgusciare solo parzialmente il grosso glande, rosso e lucido come un frutto maturo.
– Baciamelo! – mi ordinò senza controllarsi, io rimasi interdetta, era una pratica che non avevo mai approfondito troppo con mio marito. Lui me lo aveva chiesto più volte o ci aveva solo tentato ma io lo avevo accontentato poco e male: temevo il suo giudizio… dopo il piacere. Di sicuro avrebbe pensato che sua moglie faceva cose da puttana.
E a cosa aveva portato tanto sacrificio? A nulla!
Persi ogni contegno e ogni rispetto per quell’uomo che mi aveva fatto tanto male: ora toccava a me godere.
Decisi di far felice il povero ragazzo; fu facile, dovetti solo abbassarmi di poco e mi ritrovai la testa del cazzo a pochi millimetri dalle labbra.
Masturbandolo, il glande mi batteva sulla bocca, tirai fuori la lingua e lo assaggiai.
Al contatto con quella dolce sfericità sentii una gioia elettrica attraversarmi tutta la schiena per poi esplodere alla base della nuca: adesso lo volevo e così lo presi, succhiandolo dentro.
Mi abbassai lentamente, determinata a prenderlo completamente fino in gola.
Mi sentii invasa, riempita, Samuele godendosi quel pompino fece il pene ancora più gonfio.
Per vari minuti nemmeno lo toccai con la mani, facevo tutto con la bocca, volevo conoscerlo bene.
Prima lo ingoiai diverse volte, senza fretta, mentre dall’ugola producevo tantissima saliva e gli gocciolavo addosso dalla bocca ma… non m’importava.
Anche i suoni gutturali di quel lavoro di bocca erano osceni e arrapanti; accovacciata, aprii le gambe e tastandomi la figa la trovai fradicia di liquido trasparente.
Bellissimo.
Mi lasciai andare senza pensare a niente, volevo solo il cazzo, in quegli istanti.
Farlo, per il solo gusto di provare e dare piacere sessuale, senza alcuna implicazione sentimentale e senza amore, fu una scoperta incredibile.
Mi sentivo una porca, credevo di aver passato il limite, di essere diventata una depravata e, invece di mortificarmi, questa sensazione m’inebriava: mi sentivo forte, diversa.
Ha quarant’anni passati compresi che il sesso non s’impara. Basta liberare la nostra naturale libidine per capire tutto e subito.
Capii che il trionfo di quel gioco era il piacere e che sarebbe stato sancito dallo spruzzo di Samuele.
Il ragazzo aveva brividi continui e gli vibravano le mascelle per la goduria.
Non volli esagerare facendolo trattenere troppo. Spontaneamente glielo presi in mano e lo masturbai alacremente, mentre con le labbra non perdevo il contatto col suo cazzo, mai.
Ci volle poco.
A quella velocità, la sega risultò molto efficace e quando lui s’inarcò, in un fascio di nervi tesi, lo sperma passò rapidamente dal pene alla mia lingua.
Spontaneamente, alle prime gocce di sborra calda, stavo per sgusciare all’indietro, come avevo sempre fatto con mio marito… ma poi mi trattenni.
Decisi di andare fino in fondo quella volta: accettai tutta la sborrata di Samuele!
La mia bocca si riempiva come se ci spruzzassi dentro della panna spray.
Il ragazzo venne continuamente per quasi due minuti.
Mi riempì completamente e, anche se non avrei voluto, fui costretta a ingoiare una buona dose di sperma.
Il resto lo sputai sulla rena un attimo dopo aver finito.
Sedetti sulla sabbia sconvolta, non ero venuta ma avevo provato un piacere immenso, sconosciuto, intimo.
L’altra coppia, sdraiati su un telo, stavano scopando come meglio potevano.
Samuele guardava il mare nero, un po’ impacciato ma felice.
Mi prese la mano e restammo così a lungo, ebbi la sensazione che mi volesse ringraziare.
Il giorno dopo arrivò anche padre Fulvio e con lui mi confessai. Mi diede l’assoluzione molto volentieri e senza troppi pregiudizi.
Iniziai così la mia “carriera” di angioletto nelle comunità estive e adesso dedico al volontariato almeno due settimane della mia estate.
Faccio bene il mio lavoro, m’impegno con tutta me stessa, specialmente di notte anzi, la notte direi che tanto angioletto non lo sono… i ragazzi lo sanno, mi cercano apposta.
Con mio marito le cose vanno meglio… lui non lo sa ma abbiamo pareggiato i conti, da tempo. Delle sue porcate non m’importa più niente… sono troppo impegnata a organizzare le mie.
Non mi sento in colpa: tutto ciò che faccio, lo faccio a fin di bene.
Ti è piaciuto?
Redattrice di erotika.app , blogger e Strega Magistra. Vuoi confessare un'avventura o un sogno del tuo "alter ego erotico"? Scrivimi in privato per consigli o pubblicazione. [email protected]
Altri racconti di Giovanna Esse
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.