La lunga notte 3.3
Idra si distrae un attimo, e un bussare violento interrompe il silenzio: toc toc toc. Si alza, va ad aprire.
Entra una ragazza olivastra, carnosa. I seni rifatti sembrano due meloni tondi, perfetti. Si siede scosciata sul divano.
“Come è andata l’operazione?” chiede Idra, curiosa.
La conosco già. È Elena, dominicana, lavora in una lap-dance qui vicino. Non la vedevo da un po’; è stata nel suo paese a rifarsi il seno.
Accetta un bicchiere di vino rosso che Idra le porge. Lo beve con voluttà, leccandosi le labbra lentamente.
“Ottimo mami, ancora da quella cantina vero?”
“Certo,” Idra conferma, mostrando la bottiglia della cantina di O. “Sta lontanuccia ma ne vale la pena.”
“Davvero,” prosegue Elena, mettendosi una sigaretta spenta in bocca. “Chi direbbe mai che qui tra noi derelitte si mangia e si beve come le regine, eh?” Si sbottona la camicetta, il tessuto chiaro salta via e i suoi seni esplodono alla luce del soggiorno: grossi, tondi, pieni. Due cicatrici che sembrano sorrisi insanguinati si aprono sotto il petto. Gelata nello stomaco, resto impressa su quell’immagine.
“Allora, che ve ne pare?” chiede, maliziosa, rivolta a noi due.
“Sono… bellissimi,” balbetto, sentendo il rossore salirmi alle guance.
“Super sexy.” È la sentenza di Idra.
Elena inclina la testa, occhi verdi che scintillano, un sorriso al miele.
“Sarebbero piaciuti al tuo Dasho?”
Tentenno, mormoro: “Mmm… non so… non c’erano ragazze rifatte nella sua scuderia.”
“Scuderia?” Idra è sorpresa.
“Sì,” dico, a filo di voce. “Lo chiamava così… il nostro gruppo… diceva che eravamo le sue cavalle.”
Idra scoppia a ridere, una risata calda che mi scende al cuore. Elena si accende la sigaretta, il fumo le avvolge il volto struccato, non giovane, ma attraente.
“Stavate parlando di Dasho,” dice Elena seria, l’ha capito dal mio sguardo, e poi inclina il capo interrogativa. “Devo andare? In fondo è una seduta di psicoterapia. Non voglio disturbare la dottoressa Idra.”
Idra le dà una gomitata, ride di gusto: “Sarà Angela, e solo lei, a decidere.”
Lo stomaco mi frizza. Davvero? Io decidere?
Da una vita non sento mai di avere potere su me stessa, e ora… ora sono al pari degli altri. Il senso di libertà mi avvolge, caldo, pieno. Sorrido, felice. Idra è benefica.
Acconsento a riprendere il racconto, e sento Elena incollarmi addosso quei suoi occhi verdi, pieni di gioia, un verde foglia che sa di vita. Mi attraversano e mi danno forza.
“Bene,” dice Elena, raggiungendo la bottiglia di rosso della cantina di O. Se ne versa ancora. Lo beve tutto, lo fa colare sul collo. Io osservo il colore sulle sue labbra e la mano che sorregge il bicchiere. Idra è seduta accanto, immobile, calma, come se sapesse già tutto.
Mi piace. Sento un brivido lungo la schiena. Tutto questo mi piace. Qui, tutto è di tutti, e nessuno ti giudica. Nessuno ti ordina.
Quella sera il marciapiede mi pareva ostile. Tutti i lampioni erano fulminati, e nel buio poteva nascondersi qualsiasi cosa: un mostro, qualcuno pronto a ucciderci tutte. Ma il terrore più grande non veniva dal buio; veniva dalla luce dorata della finestra del cellulare, il display che brillava come un avvertimento.
Un messaggio apparve sotto il nome di Francesco. Il cuore mi batté forte, la mano tremò. Lessi: “Ti è andata bene battona, questa settimana capitano entrambi i compleanni di Loredana e di mio figlio… così non posso darti tutte le attenzioni che meriti. Ma ci vedremo presto.”
Chiudeva il messaggio un’emoji disgustoso, un bacio deformato che sembrava sputato. Provai nausea. Lo stomaco si serrò al pensiero di quel viscido e sentii un brivido percorrermi la schiena.
Valjet lo notò subito. Si avvicinò, occhi preoccupati: “Che c’è?”
Liveta fece lo stesso, passo leggero, voce appena più ferma: “Dillo a me, Angela… non devi tenertelo dentro.”
Nadia restò un po’ in disparte ad ascoltare. Silenziosa, ma presente.
Sentii il peso delle loro attenzioni, e insieme la vergogna. Respirai piano, cercando di calmarmi, ma era difficile. Il veleno di quelle parole era ancora lì, inciso nella mia testa. Non potevo ignorarlo. Francesco avrebbe combinato qualcosa di terribile e lo sapevo.
Liveta mi guardò: “Avanti, siccome mi hai aiutata, io voglio aiutarti.”
Io tentennai. La voce non mi veniva. Prima volevo capire, volevo spiegazioni. Le chiesi: “Liveta… tu… mi devi spiegare le parole di stasera… tutto quello che Dasho ha detto… ha fatto… era assurdo… senza senso…”
Lei esitò, abbassando lo sguardo, come se pesasse ogni parola. Allora le toccai una guancia, piano, e le dissi: “Parlamene, siamo amiche.”
Si rialzò. Si era chinata su di me, e ora mi guardava dritta negli occhi. “È davvero questo che siamo, Angela? Amiche?”
“Certo,” risposi, cercando di rassicurarla.
Un piccolo sorriso le sfuggì, ma negli occhi rimaneva l’incertezza. Poi mi promise: “Prima che sia troppo tardi… ti parlerò… ti spiegherò tutto… ma non ora. Non me la sento.”
Valjet ci guardava in silenzio, la sua espressione era piena di compassione. I capelli viola le cadevano morbidi sulle spalle, il suo sedere grande e burroso sembrava impossibile non notarlo. Lo invidiai un po’.
Valjet e Liveta mi fissavano, attente. Sentivo il peso di quel momento, il silenzio denso tra di noi.
“Ragazze…” cominciai, la voce più bassa di quanto avrei voluto, “Francesco… è un amico di mio marito e ha scoperto tutto.”
Le loro espressioni si fecero più serie. Io inspirai, trattenni un brivido.
“Ha una registrazione…” continuai, “di me mentre lavoravo. Mi ricatta.”
Liveta spalancò gli occhi. Valjet si morse il labbro inferiore, silenziosa.
“Mi ha fatta ubriacare…” spiegai, mani tremanti. “Mi ha costretta a lavorare… a fare passaggi davanti a lui… come se fosse un gioco, ma lui voleva… controllarmi. E poi ha portato Andrea, un amico di mio marito, al posto dove noi battevamo… solo per mettermi in difficoltà.”
Presi una pausa, sentendo il nodo alla gola. “E ora è furioso,” aggiunsi con un filo di voce, “perché dal giorno in cui ho accompagnato Liveta dal dottore non gli ho più risposto.” Lo dissi rivolta alla sola Valjet. “Ma non potevo… Liveta era più importante.”
Liveta abbassò lo sguardo. Le labbra si strinsero, e vidi la colpa sul suo volto, sottile ma netta.
Rimasi a fissarla, sapendo che non c’era bisogno di parole. Tutto il resto era già chiaro tra di noi.
Valjet si alzò, intrecciò le dita sulla schiena poco sopra il suo invitante culone e camminò facendo ondeggiare quelle chiappe burrose sui tacchi neri. Le calze a rete abbracciavano belle cosce sode, e io non potevo distogliere lo sguardo. Il tip era alto sulla schiena, le fossette di Venere disegnavano una curva perfetta. Le invidiai. Io le avevo, ma meno pronunciate.
Chiusi gli occhi, ricordai Dasho. Quella sera, i suoi pollici impressi in quelle fossette mentre mi teneva per i fianchi. Mi sentii fremere tra le cosce.
Valjet seguiva con gli occhi i suoi movimenti. Gelosa? Forse in parte. Ma anche attratta dalla mia capacità di stare immobile mentre il mio culo veniva offeso oltre la superficie. Invidiava la mia forza.
Percepii il cazzo di Georgi crescere come la quantità dei miei segreti, poggiarsi sul fiore del mio buco. No, non fu difficile, Dasho l’aveva già aperto quella sera e a ricordarlo la fica prese a bruciarmi come l’inferno.
Mentre Georgi pompava ansimavo, inarcai la schiena, in attesa del fiotto caldo del suo sperma per venire anche io. Ma un secondo prima che arrivasse un orgasmo squassante, a occhi chiusi pensando a quell’azzurro… mi sentii voltare.
Aprii gli occhi e incontrai quelli neri di Georgi. L’immagine di Dasho mi sfuggì, come un riflesso sull’acqua quando muovi la mano troppo in fretta.
Tentai di trattenerla. Di finire quell’opera prima che si dissolvesse del tutto.
Chiusi un attimo gli occhi. La richiamai. Sentii la voce di Georgi, ruvida, arrivarmi addosso come uno schiaffo. “Ora hai fretta, puttana?”
La mente mi tradì. Scivolò via da lui, tornò là dove non avrebbe dovuto.
“Cosa?” dissi.
La risposta arrivò dall’esterno. “Dico… hai fretta di godere… porca?” “Sì…” ammisi. Non a lui. A me stessa.
Dentro, un’altra voce parlò. Più calma. Più sicura. “- Vieni per me, puttana… era il pensiero di Dasho.
Quando ti rivedrò? Presto. Sarò presto. Intanto giocaci con l’immaginazione.”
Sorrisi appena, con le palpebre ancora chiuse. “- L’immaginazione ci sta già giocando…
Sei una puttana. Solo per te.”
Desideravo cavalcare l’onda azzurra. Ma lì c’era l’onda nera. Venne prima Georgi e io un attimo dopo.
Ci rivestimmo con gesti misurati, trattenendo ancora il calore e la tensione del momento. Georgi ci accompagnò su una piazza più allegra della nostra precedente postazione. C’erano club dai neon sfocati, lampioni su cui si appoggiavano donne davvero belle, indifferenti al mondo intorno a loro.
Valjet prese posto con calma assoluta, come se conoscesse ogni anfratto del luogo, ogni rischio. Io mi sedetti accanto a lei, su un muretto sotto un lampione, sentendo il cuore battere forte, il respiro breve. All’inizio nessuno sembrava notarci: eravamo due stelle tra troppe altre stelle.
Dopo alcuni passaggi, un fuoristrada si fermò davanti a noi, alle quattro del mattino. Il motore ruggì basso, il finestrino si abbassò cauto. Dal lato passeggero si sporse un ragazzo rasato, con una grossa collana d’oro scintillante alla luce dei lampioni e un accento meridionale marcato. Guardò Valjet e le disse di salire.
Io rimasi ferma. “Anche tu,” aggiunse secco, fissandomi.
Seguii Valjet. Lei si accostò al mio orecchio: “Non parlare troppo, questi non pagano.”
Le rivolsi un’occhiata interrogativa. “Sono uomini di Mimì,” spiegò. Trasalii. “Sei sicura di quel che fai, Val?” “Certo, e non temere… ti sembreranno rudi, ma in confronto a Dasho don Mimì è un galantuomo.”
Generi
Argomenti