La lunga notte 2.2

Agave
20 hours ago

Entro in casa di Idra passando dalla porta laterale della pasticceria. Quella che nessuno guarda mai. Fuori resta l’odore di zucchero e fritto, appiccicato ai vestiti. Dentro domina il rosso. Tende spesse, pareti cariche, un tappeto che ha visto più notti di quante la padrona di casa ne voglia ricordare. Non è una bella zona, no. Ma la casa lo è. Accogliente come certi rifugi che non promettono salvezza, solo tregua.

Siamo in un’altra regione.

Io ho lasciato tutto dopo Dasho. Dopo le conseguenze. E questo è il punto esatto in cui il tempo ha smesso di fare il suo mestiere.

Mi siedo su un divano consumato, decorazioni che imitano Fabergé senza averne il coraggio. Fa parte di quegli oggetti che vogliono imitare le cose preziose, ma sono solo resistenti. Il divano cede sotto il mio peso e mi accoglie.

Idra entra con le sporte della spesa. Non mi invita mai. Non serve. Cucina sempre. È il suo modo di dire resta. Appoggia le borse, si toglie il cappotto, prende il coltello grande. Un trinciante d’acciaio.

Pesante.

Quando tocca il tagliere fa un rumore secco, definitivo.

Sedano. Prezzemolo. Aglio.

Trita con gesti sicuri. Il coltello si alza e si abbassa con rumori secchi. I suoi seni grossi oscillano davanti a me mentre lavora, senza pudore e senza intenzione. Io inspiro. Gli odori verdi, vivi, mi entrano nei polmoni e qualcosa, dentro, si apre. Per un attimo non penso a Dasho. Non penso a niente.

“Com’è andata la notte?” domando.

Idra annuisce soddisfatta. Continua a tagliare.

“Bene. Ho ascoltato molta gente. Ho venduto filtri, ho dato consigli.”

Osservo il coltello che sale e scende. Penso a quanto potrebbe fare male. Penso a quanta fiducia serve per restare seduta qui, con la schiena scoperta. Un tempo ero una dama della Milano bene, non avrei mai preso parte alla rustica tavola di una zingara in carne. Ma in realtà non è zingara, quello è un nome che le hanno dato i suoi vicini di sventura. Idra è nata in Colombia, sa molte cose, conosce molte erbe e poi è convincente… ti saprebbe vendere una pianta che non esiste e fartela pagare a peso d’oro. Poi parlo:

“Continuerai anche con me? Se ti pago.”

Idra sorride. Prima con gli occhi, poi con la bocca. Occhi caldi, capaci di stare dentro al dolore senza bruciarsi. Il coltello continua, penetra una patata spietato.

“Ma certo” ride “io, per chi mi paga, parlo anche coi morti.”

E io sono viva o sono morta? Forse entrambe le cose, l’Angela di un tempo, per lo meno, è morta.

Non sento nessuna minaccia nell’aria. Conosco Idra. So che non è una frase per impressionarmi. E so che anche io, in fondo, ho già ascoltato spesso i suoi dolori, notte dopo notte, senza chiedere nulla in cambio.

Questo pensiero mi diverte.

E mi raggela.

Perché capisco che questa collaborazione, fatta di silenzi, cibo odoroso e parole dette a metà, è l’unico vero legame umano che mi resta.

E a lungo termine non sarà abbastanza.

Idra ha un marito in carcere, e mentre lo aspetta guadagna.

La prima volta che me ne parla le chiedo come mai si sia messa a fare la maga.

“Io faccio tutto quello con cui si guadagna,” mi risponde, “e sono orgogliosa di aver fatto tutto meno che un mestiere. Idra no, non si è mai levata le mutande per denaro.”

Io mi rabbuiò, Idra non si scusa, non è nel suo stile.

“Non mi guardare con quella faccia da cagna bastonata, nemmeno tu l’hai mai fatto, cucciola.”

“Come no? Dasho e tutti gli altri… te l’ho già detto.”

“Oh, no, è diverso… tu là non ci sei finita per denaro. Ma perché sei malata.”

“Malata di che?” le chiedo, punta nel vivo “nemmeno di ninfomania si potrebbe dire che sono malata. Non esiste più nel prontuario delle malattie mentali.”

“Sei malata d’azzurro. L’azzurro ti ha fatto ammalare.”

“Ma come?”

“Lo troveremo come.”

Sospiro e torno al presente, non si sa mai se fa sul serio lei.

Idra apre la pentola in cui bolle l’acqua, si porta alla bocca il grosso cucchiaio di legno tra le labbra piene, naturali ma carnose. Ha un viso ovalato, denti d’avorio.

“Che denti bianchi che hai!” le dico.

Lei ride, una risata che squassa. “È solo il contrasto col mio muso nero.”

Si sposta un ricciolo bruno caldo dietro l’orecchio, il gingillo dorato appeso al lobo riluce sensuale. Ha un collo lungo ma forte.

“Potevo fare la cuoca,” commenta, “i sapori del mio cibo sono proprio invitanti.”

“Chissà se anche il sapore della tua bocca” lo dico per scherzo, ma Idra mi fulmina.

“Eh no, cucciola…” mi punta il coltello su un capezzolo “io sono qui per consolarti, ma alle porcherie non ci pensare proprio… giuro che, se mi accorgo che solo ci pensi, questo te lo ficco in gola. Capito, bella? Di tante cose ho dubitato in vita mia, ma mi piace la salsiccia. Di questo sono e sarò sempre assai sicura. Mi piace tanto la salsiccia che la porto sempre in saccoccia. Vedi?”

Caccia una salsiccia secca dalla tasca del grembiule e la morde, con voluttà e cattiveria.

Io rido, lei ride. È fantastico che, dopotutto, qualcuno mi faccia ridere ancora.

“Ma poi,” si risveglia Idra “non mi hai detto come finì con… gliel’hai staccato poi con un morso a quello stronzo, Francesco?”

Socchiudo gli occhi. Il ventre di Idra è nero come il wengé, liscio, compatto, una superficie che non chiede spiegazioni. Fa schioccare l’elastico della tuta e se la sistema sulla pancia con un gesto secco. Quel suono mi attraversa come una frustata leggera. Riapro gli occhi.

Sono qui. Adesso. Idra si muove per la stanza come se il mio corpo non fosse un intralcio ma un oggetto già previsto. La cucina è rossa, il pavimento conosce i passi di chi torna sempre. Io respiro. Tengo la schiena contro il divano.

Dasho mi torna addosso senza essere chiamato. L’ultima volta con lui non è stata una notte. È stata una prova. Mi sono lasciata chiamare con un altro nome, mi sono lasciata portare dove non si fanno domande. Ho accettato il prezzo, le regole, lo sguardo dell’amico che mi misurava come si misura una somiglianza inquietante.

Sono stata usata come cosa riconoscibile ma negata. Un corpo che assomiglia, che sostituisce, che regge la messinscena. Francesco ha guidato, ha deciso, ha goduto del doppio gioco. Io ho tenuto il ruolo fino in fondo, perché fermarmi avrebbe significato essere scoperta.

Quando tutto è finito, non c’è stata violenza spettacolare. Solo il ritorno al punto di partenza: le battute, la promessa di una chiamata, il potere sospeso. Idra mi guarda adesso. Non mi chiede nulla. Non serve. So che questo è il momento in cui il passato smette di essere solo ricordo e diventa materiale. E so anche che, se sono arrivata fin qui, è perché una parte di me non ha mai smesso di attraversare il fuoco per vedere quanto ancora poteva resistere.

Quel pomeriggio in cui avevo accompagnato Liveta dal dottore tornai a casa con l’ansia che mi serrava lo sterno come una cinghia troppo corta. Avevo davanti tre giorni liberi prima del ritorno di mio marito, tre giorni che non erano riposo ma vuoto da attraversare.

Quella sera non feci nemmeno in tempo a preoccuparmi di Francesco, che già da giorni mi stava guastando l’aria intorno. Decisi di riempire il tempo, di tapparlo come una falla. Chiamai la mia estetista. Unghie, lampada, massaggio. Avevo ore davanti a me, fino alle nove, ora in cui Dasho mi aspettava.

La mia pelle aveva bisogno di calore; allo specchio il mio volto mi appariva di un bianco innaturale, come se il sangue avesse deciso di ritirarsi, lasciandomi in prestito solo la forma. Mi guardai a lungo senza riconoscermi del tutto, quando mi vidi più abbronzata.

Passammo il pomeriggio a parlare, io e Gioia, l’estetista, con quella confidenza che nasce quando le mani di un’altra persona lavorano sul tuo corpo e sciolgono le difese. Raccontai poco, ascoltai molto. Le parole scorrevano come acqua tiepida, senza peso.

Idra mi interrompe ridendo. Dice che suo padre aveva avuto un’amante che si chiamava Gioia. Sorrido. Riprendo.

Francesco, l’ultima volta, aveva coinvolto Andrea, un amico di mio marito. Lo aveva fatto per spaventarmi, per farmi capire che il cerchio si stava stringendo e che non esistevano zone neutre. Non era stata una bravata, era stato un avvertimento.

Quando il restauro estetico finì, mi sentii come una casa ridipinta in fretta: le pareti nuove, le crepe sotto ancora aperte. Presi il solito taxi e scesi all’androne. Ma questo taxi lo voglio scordare! Voglio scendere davvero. Scendere una volta per tutte da quel maledetto taxi che continua a riportarmi sempre nello stesso punto, anche quando cambio strada.

L’androne si aprì come al solito per me, ma mi accolse una scena strana. Liveta tremante era in piedi a fianco all’armadio, ancora non l’avevano portata via. Nadia e Valjet, meno innocenti di noi, camminavano avanti e indietro nervose. L’armadio di Irina aperto sembrava un ventre pieno di segreti, gonne, autoreggenti, top… serpenti di stoffa arrotolati, attorcigliati.

Liveta mi guardava come se dovesse chiedermi scusa. Sentii il terrore in bocca, la saliva al sapore di paura. Non potevo resistere. Glielo chiesi a fior di labbra perché non udissero le altre: “Siamo già state scoperte?”

Lei scosse il capo. “No.” “Allora?” le chiesi. Il suo caschetto castano ondeggiava incorniciandole il volto triste; indirizzò uno sguardo a Valjet che si avvicinò a noi. “Scusami…” “Di cosa, Valjet?” “Non avrei dovuto, scusa.”

Non capivo a che alludesse, poi compresi. Francesco c’entrava qualcosa. “Dasho…” iniziò Valjet “lo sai, non ama i problemi e… beh, ha notato qualcosa in te in questi giorni, non eri come la scorsa settimana, e mi ha fatto il terzo grado e io non sapevo cosa dire…” “Che hai detto?” la forzai. “Quella sera, quando sono venuti quel tipo strano che ti chiamava Angela, che diceva che somigliavi a una certa Angela che lui conosce… insomma, lui e il suo amico mi pare ti avessero fatto paura. E questo gli ho detto.”

Vidi i suoi occhi calmarsi; si era svuotata di tutto il fiato che aveva in corpo con quelle parole. Tremai, ma non ero sicura al cento per cento che avesse fatto male. “Tranquilla,” le dissi, “forse non è stato un errore.”

Mi restituì uno sguardo perplesso.

Dasho entrò senza bussare. La conversazione tra noi quattro si interruppe di colpo. Il brusio cadde nel silenzio; il mio cuore parve cadere sul pavimento. “Angela,” disse, la voce netta, “seguimi.”

Camminai dietro di lui. Il bagno apparve all’improvviso: doccia, piastrelle bianche, lucide, fredde come ossa. La finestra alta, vetri così puri che il cielo nero fuori sembrava sospeso dentro, senza schermo, senza scampo. La porta restò aperta.

Dasho mi afferrò con un gesto appena sfiorante la spallina caduta della mia camicetta e la raggiustò con un fare insolito, affabile. “Le ragazze,” disse, lo sguardo fisso su di me, “mi hanno spiegato. Sei una signora che rischia di farsi scoprire. Bisogna prendere provvedimenti.” “Non avere paura,” aggiunse, come se potesse leggere i miei pensieri, “spetta a me prendermi cura di te.”

La voce calma. Troppo calma. “Sono molto bravo a proteggere le persone,” continuò, come se volesse incidere ogni parola dentro di me, “Liveta può confermarlo.”

Liveta non si vide e non si sentì, allora alzò la voce guardando oltre la mia spalla: “Vero, Liveta?”

Silenzio. “Liveta!” gridò con tono di comando che conoscevo. “Vieni qui!”

Il silenzio scese come un mantello. Poi, dal corridoio, si sentì il passo leggero di Liveta. Arrivò, ma si fermò sulla soglia come una cerbiatta impaurita. Gli occhi grandi, scuri, incerti. Le spalle tremavano appena.

Dasho la fissava, e la sua voce cambiò, si indurì. “Liveta,” la chiamò per la terza volta; dalla sua voce era sparita ogni traccia di gentilezza, “vieni qui e conferma.”

Liveta deglutì, il corpo teso, i piedini esitanti. Io la guardavo. Era piccola e minuta, ma ora pareva più bassa che mai. Il cielo nero fuori, riflesso nella finestra, sembrò inghiottire la stanza.

“Devi parlare,” insisté Dasho, senza distogliere lo sguardo, “racconta ad Angela come sono bravo a proteggere le persone.”

Il silenzio era tagliente. Il tempo si dilatò. Io rimasi immobile, il cuore che batteva un ritmo lento ma pesante. La doccia gocciolava, ogni stilla suonava come un colpo lontano. Il cielo puro fuori sembrava guardare dentro di noi, indifferente, assoluto. Liveta non disse nulla. Dasho sospirò, un finto sospiro di delusione, eppure nei suoi occhi luccicò la soddisfazione fredda del terrore che aveva suscitato in Liveta.

“Molto bene,” disse, la voce di nuovo morbida, “se non vuoi parlare, farai qualcosa di più utile. Farai la parrucchiera.”

Si volse verso di me. Gli occhi fissi, azzurri, e mi scrutavano come si scruta un oggetto fragile che un ragazzino crudele non vede l’ora di rompere.

“Liveta è stata una parrucchiera una volta,” disse, e la sua voce sembrò riempire la stanza, “se solo avesse dato ascolto alla sua famiglia, probabilmente sarebbe ancora una parrucchiera.”

Liveta stette lì, sul punto di esplodere. Il visino livido, il respiro corto. Ogni muscolo teso, pronta a scattare. Io la osservai, e non compresi. Non compresi quale fuoco covasse dentro, quale desiderio di ribellione trattenesse.

Dasho inclinò appena la testa. Ordinò: “Liv, anima mia… vai a prendere una sedia, forbici, shampoo. Tutto ciò che serve. Cambierai look alla signora.”

Per un istante, il terrore e la pena lasciarono spazio a un lampo di sollievo. Liveta sollevò gli occhi, un fremito la attraversò, e corse a ubbidire. Ogni passo sul pavimento risuonò come un battito di cuore, rapido e ansioso.

Io rimasi lì, ferma. Guardai Liveta sparire nella penombra del corridoio e sentii una strana tensione che mi strinse lo stomaco. Dasho mi osservò ancora, l’aria nel petto pesava come un mattone. Mi prese una mano tra le sue: “Finalmente soli.” Le sue dita scorsero le mie unghie, smaltate di rosso, e un sorriso gli attraversò gli occhi. “Mani bellissime.”

Mi sbottonò la camicetta. L’aria fresca mi sfiorò i capezzoli. I suoi occhi non si staccarono dal segno pallido comparso a causa della lampada abbronzante. “Ti sei fatta un restauro,” commentò, inclinando appena la testa. “Mi piace. Sei una brava troia.”

Sospirai appena mentre la sua mano decisa mi sollevava la gonna. Scoprì le mutandine di pizzo che avevo comprato quel pomeriggio, dopo il passaggio dall’estetista. Le avevo trovate magnifiche allo specchio e, distratta, avevo dimenticato di toglierle prima di venire.

Dasho le afferrò per l’elastico e tirò con voce dura: “No. Questo non mi piace.”

Io rimasi immobile, il cuore accelerato. Ricordai le mani della mia estetista, i gesti delicati della lampada, il calore del massaggio. Tutto svanì davanti a quella voce che riduceva ogni mia frivolezza a nulla.

Aspettò. Aspettò Liveta. Sapevo che sarebbe tornata e che la sua presenza avrebbe amplificato ogni senso di umiliazione che mi stringeva come un nodo nello stomaco.

Quando Liveta comparve sulla soglia, esitante come sempre, Dasho ordinò: “Dammele.”

Obbedii. Con un movimento sensualmente calcolato lasciai scivolare le mutandine dalle caviglie, le recuperai e gliele misi in mano. Ogni secondo sembrò durare un’eternità. Liveta si fece avanti, le mani tremanti intorno alla seggiola che portava. Io restai ferma, il cuore ancora scosso, mentre mi guidava verso il lavandino.

“Siediti,” disse la mia parrucchiera, la voce appena un sussurro, e io obbedii. L’acqua era tiepida, il rumore del rubinetto riempiva il silenzio alleviando la tensione. Liveta le mani tremanti ma decise, applicava lo shampoo e massaggiava con delicatezza. L’acqua scivolava tra le dita, i capelli neri si appiccicavano al collo, al viso. Sentii il freddo del getto contro la nuca, il profumo del sapone, e ogni piccolo dettaglio mi pareva amplificato dalla presenza di Dasho alle mie spalle.

Lo sentii avvicinarsi dietro di me, e prese una ciocca dei miei capelli tra le dita. Lo sentii inspirare piano, osservare ogni capello come una mappa. “Qui, taglia qui,” disse con tono secco, le sue dita puntate sul punto esatto da recidere.

Io chinai leggermente la testa. “Più corto qui.”

Sentii le forbici mordere le ciocche, il rumore secco che vibrava nell’aria. Liveta eseguiva con movimenti rapidi, e io restai immobile, percependo ogni minimo dettaglio, ogni sguardo e ogni respiro.

Quando ebbe finito, l’acqua stillava lungo i miei fianchi, i capelli gocciolavano sulle spalle nude. Dasho li passò tra le dita una volta ancora, indicando dove Liveta avrebbe dovuto rifinire, e io rimasi lì, prigioniera della loro attenzione.

“Asciugali, forza,” disse a Liveta, “e falli vaporosi. Sembra sempre che abbia spaghetti al posto dei capelli.”

Vidi Liveta muoversi nello specchio. L’aria era densa del profumo dei prodotti, del calore del phon, del fruscio delle spazzole sulle ciocche.

Quando Liveta ebbe terminato, Dasho la mandò a chiamare Ditmir. Poco dopo lo vidi comparire. Sentii Dasho chiedergli come stessi. Ditmir mi osservò un istante e commentò con una punta di ironia: “Sembra proprio una donna albanese degli anni Ottanta.”

Mentre li ascoltavo ridere e parlare tra loro in un’altra lingua, fissai Liveta. Si chinò leggermente verso il mio orecchio e sussurrò: “Questa è la sua protezione, una presa in giro infinita. Era questo che voleva ti dicessi. Lui protegge solo sé stesso, lui adora sé stesso.”

Sgranai gli occhi, ma non ebbi tempo di rispondere. Lui ci interruppe: “Che confabulate lì? Tu,” mi sentii afferrare per i capelli, “non hai perso tutta la giornata a tirarti a lucido invece che lavorare solo per farcelo drizzare, vero?” “No, certo…” “Allora piegati sul lavandino, veloce, e apri bene le cosce.”

Mi alzai per eseguire ma lui mi fermò ancora: “Aspetta un attimo. Tu, vattene,” disse a Liveta, “no, anzi resta.” Aggiunge quando lei già faceva per uscire: “Non ti dispiace, vero?” Liveta scosse il capo.

“Perfetto, sono molto felice che tu non sia più gelosa. Una volta lo era moltissimo, sai?” aggiunse rivolto a me.

Non risposi nulla, non avrei saputo cosa dire. Mi chinai a novanta e aprii le cosce davanti a Ditmir e a Liveta come lui mi aveva ordinato. Lo sentii accostarsi alla mia intimità, la sua mano destra mi afferrava un fianco, la sinistra scorreva sui miei capezzoli, giù fino al clitoride sensibile.

Come ero bagnata… sentii il calore salire a onde dal bacino, guardai verso lo specchio per trovare i suoi occhi ma mi spinse la testa verso il basso.

“Stai giù, puttana,” disse.

Lo sentii aprire il mobiletto dello specchio, capii cosa avevo preso quando sentii il lubrificante colarmi tra le natiche.

“E tira su il culo.”

Accolsi prima le sue dita nel mio sfintere, poi sentii la sua presenza fino in fondo. Poi Ditmir prese il suo turno, soddisfacendo il suo desiderio davanti a me. Pochi colpi profondi e mi lasciò con un secondo orgasmo.

Quando mi ripresi, sollevai il viso e mi vidi le guance arrossate nello specchio. Liveta mi guardava con un misto di stupore e pietà. Aveva ragione… facevo veramente pena, una donna caduta dalle stelle alle stalle, solo per aver tentato di afferrare due stelle azzurre.

Rimasi ferma con la mano calda di Ditmir poggiata sulla schiena e lo sguardo pesante di Liveta addosso, finché Dasho mi diede il permesso di alzarmi. Lo sentii chiamare Nadia.

“Dalle una parrucca. Deve essere meno riconoscibile.” Lo sentii dirle quando arrivò. “Truccala. Pesante. Finora non abbiamo pensato al suo stile, ma deve adattarsi ai nuovi ambienti che frequenterà, questa signora. Ricorda,” disse piantandomi gli occhi dritto in faccia, “trucco pesante, e senza mutande. E ora andate a lavorare. Abbiamo perso fin troppo tempo a giocare stasera.”

Venti minuti dopo ero al solito posto, con Nadia, Liveta, Valjet, una parrucca bionda in testa e un trucco da teatro.

Idra mi riporta al presente. “Eri felice?” mi chiede. “Non so,” rispondo. “Ma mi sentivo viva.”

Rimango a guardare il suo volto, mentre mescola con calma gli ingredienti in cucina. Il rumore del coltello sul tagliere, il profumo del cibo, il calore che riempie la stanza… tutto mi ricorda che, malgrado Dasho, Francesco, Ditmir, e i giochi di potere, c’è ancora qualcuno che agisce con uno scopo diverso. Non per dominare, non per manipolare… solo per esistere accanto a me.

Idra sorride. Non dice nulla, eppure la sua presenza è più di mille parole. La tregua dura, fragile come il filo di un rasoio, ma è reale.

Resto seduta, respirando piano. Il mondo fuori è distante, il tempo si è fermato qui, tra pentole, profumi e sguardi che non giudicano. Per un momento, lascio andare il passato. Per un momento, lascio che la vita sia solo questo: un respiro, un odore, un rumore, e la promessa silenziosa che non tutto è perduto.

E so che, nonostante tutto, la mia storia continua. Non sempre sotto il mio controllo, ma sempre mia.