La lunga notte 1.1.

Agave
20 hours ago

Tanti anni e sempre un solo incubo… Il taxi nero, lucido ma logoro, guidato da un uomo senza occhi. Io seduta sul sedile posteriore, mani strette al bordo, occhi fissi sull’asfalto che corre sotto. La città si allunga, si contrae, le luci diventano lampi, poi ombre, poi niente. Il vento entra dai finestrini aperti e mi carezza, ma io sento solo il bruciore della memoria, il peso di anni che non si cancellano.

E Dasho è lì, dappertutto e da nessuna parte. Silenzioso, come sempre. Il taxi accelera senza che io muova un dito. Curve infinite, discesa vertiginosa, l’odore dell’asfalto, della pioggia, della paura. Io che mi aggrappo ai sedili, cerco di fermarmi, di urlare, di capire come sono finita in tutto questo.

Era bastata una notte per ritrovarmi nella sua stretta. All’epoca non mi pareva un serpente. Avevo goduto dei suoi occhi azzurri, della sua pelle bianca, del suo cazzo… del suo sperma pastoso… del suo forte sapore.

I giorni pieni d’ansia… le notti a lavorare per lui. Sesso che era morte, amore che non era vita.

Era un uomo da cui impari solo a temere. E mio marito? Non era più qualcuno da amare, solo uno che, coi suoi giochi osceni, mi aveva fatta arrivare a Dasho: uno sfruttatore, senza scrupoli e crudele. Eppure… ero caduta. Ho ceduto a tutto: al desiderio, al bisogno, al dolore. Per anni, in quegli attimi liquidi, ho dimenticato chi ero.

Stamattina, dopo l’ennesimo risveglio zuppo di sudore, non volevo masturbarmi pensando a Dasho. Volevo uno psicologo. Credevo che la parola potesse liberarmi, che qualcuno potesse aiutarmi a mettere ordine nel caos dei ricordi. Ma non potevo. La vergogna, la paura, le conseguenze… tutto troppo grande. Allora mi sono rivolta a lei.

La cartomante. Zingara, donna mora e sensuale. Nera come la lunga notte in cui incontrai Dasho e calda come la sua pelle in quell’estate. Ma era davvero estate?

La trovai una sera d’inverno, stanca e sporca di vita, il cuore che batteva come un tamburo impazzito. Lei mi ascoltò, senza giudicare. Le raccontai il taxi, Dasho, la caduta. Le raccontai il piacere, l’orrore, la violenza dei tre uomini, il sangue e la saliva. E lei… non disse nulla. Mi guardava soltanto, con occhi grandi, profondi, agitati come laghi in tempesta.

Ci siamo frequentate, abbiamo parlato, riso, taciuto. È diventata un’amica. La sua pelle, il suo odore, il suo sorriso, che ti cattura senza chiedere permesso… a volte mi prendevano desideri che non osavo confessare. Baciarla. Solo questo mancava alla mia perversione. Solo un bacio e il sogno sarebbe stato completo. Ma non l’ho fatto. Mi fermavo all’orlo di quel brivido.

Un giorno le chiesi, tremante: “Lo rivedrò mai… Dasho?” Non rispose. Solo un sorriso che sapeva di segreto e di eternità. Io capii. Non era tempo di risposte. Non era tempo di lui. Era tempo di me.

“Dobbiamo pensare alla tua guarigione”, mi disse. “Non a lui. Lui non c’è. Non ci sarà, mai più.”

Parole taglienti come una coltellata.

“E come avverrà la mia guarigione?”

“Arriveremo”, disse la zingara, “dove tutto è iniziato. Il male viene da molto lontano.”

E il taxi? Ogni notte ancora, mi porta, mi trascina. Curve infinite, vento che sferza la pelle, strade che conoscono la mia colpa. E io seduta, sola, a guardare la memoria correre accanto a me. Ma ormai non mi fa più paura. Via Amendola è scomparsa da anni, non ho più una casa né un marito, da chi dovrei nascondermi?

Solo lei c’è. La zingara. La mia cartomante. La mia guida nel sogno, nella memoria. La mia compagnia nella lunga notte di chi ha vissuto troppo e troppo in fretta.

Io, Angela, guardo il taxi scomparire nell’ombra e ancora non posso respirare. Sono ancora prigioniera di Dasho. Sento il brivido nel sogno, e la sua mano invisibile che scorre tra le curve del mio seno come la notte in cui mi disse:

“Bella donna, belle tette.”

Era davvero un complimento? Non lo so, ma parlarne mi accompagna a capire le curve della mia vita.