Non era un esercitazione

Non era un’esercitazione

Il brusio dell’aula

era un alveare impazzito,

ma tra tappetini blu e odore di disinfettante

c’era solo il battito.

Il tuo.

Il mio.

“Stai seguendo il protocollo?”

mi hai chiesto con un sorriso obliquo,

e già sapevamo entrambi

che certi manuali

si chiudono da soli.

Le mie mani dietro la tua schiena

non erano più istruzioni,

erano correnti sotterranee.

Un contatto che tremava

come un temporale prima di scoppiare.

Poi il pub.

Luppolo e luce bassa,

bicchieri che si sfioravano

come se brindassero

a qualcosa di inevitabile.

Il silenzio delle scale

era più rumoroso dell’aula.

La chiave che gira

è stata il nostro fischio finale.

Casa nuova,

muri ancora senza memoria,

ombre che facevano finta di non guardare.

Tu al centro della stanza

come una promessa.

“I dettagli si sistemano col tempo,”

hai detto,

posando la mano sul mio petto.

Ma il tempo, quella sera,

aveva deciso di correre.

Ci siamo avvicinati

come due poli magnetici

stanchi di resistere.

Il primo bacio è stato un soffio,

poi un incendio.

Lingue che cancellavano le esitazioni,

mani che imparavano strade

mai percorse prima

eppure già conosciute.

Non c’erano più protocolli,

solo pelle che cercava pelle,

respiri che si inseguivano,

lenzuola fredde contro corpi in fiamme.

Ogni gemito

era una parola nuova,

ogni brivido

una firma sulla notte.

Quando mi hai attirato a te

non era più sfida,

era resa.

E nel buio morbido della stanza

tra pioggia contro i vetri

e cuore contro cuore

abbiamo smesso di fingere.

Non era un’esercitazione.

Era desiderio accumulato,

era fame,

era urgenza.

Era quel bacio

che aveva già deciso tutto

ore prima,

tra un bendaggio simulato

e uno sguardo

che sapeva di destino.

E quando i nostri corpi

si sono trovati davvero,

non c’era più distanza da colmare,

solo il ritmo antico

di due fuochi

che avevano scelto

di bruciare insieme.