Passione travolgente
Il brusio dell’aula si era trasformato in un caos organizzato. Il coordinatore aveva appena dato il via alla simulazione di coppia e, neanche a farlo apposta, il destino — o forse solo il caso — mi aveva spinto proprio di fronte a lei.
"Dobbiamo simulare la stabilizzazione in spazi stretti," disse lei, con una voce che sembrava vibrare più del dovuto. Mi fissava negli occhi, una sfida silenziosa che mi faceva mancare la terra sotto i piedi, peggio di un rigore al novantesimo.
Ci siamo sistemati nell'angolo più riparato della stanza, tra i tappetini blu e l'odore pungente di disinfettante. Dovevo aiutarla a sollevarsi, le mie braccia dovevano scivolare dietro la sua schiena per sorreggerla. Quando ho fatto pressione, ho sentito il calore della sua pelle attraverso la maglietta leggera. Il mondo intorno è sparito: non c'erano più gli altri volontari, non c'era più l'istruttore che urlava istruzioni.
Sentivo il suo profumo, un misto di agrumi e di quella tensione elettrica che precede un temporale. I nostri visi erano a pochi centimetri. Potevo contare le piccole lentiggini sul suo naso e sentire il suo respiro, che si era fatto corto, proprio come il mio.
"Stai seguendo il protocollo?" mi ha sussurrato, con un sorriso sghembo che era tutto tranne che professionale.
Le mie dita hanno stretto leggermente la sua spalla, un gesto istintivo, quasi a volerla trattenere lì, in quel limbo dove tutto era possibile. "Sto seguendo l'istinto," ho risposto io, abbassando la voce fino a renderla un soffio.
Finalmente le luci al neon dell’aula si sono spente. La tensione di quelle ore passate a sfiorarsi “per finta” era diventata un peso elettrico, una carica che aspettava solo il fischio finale per esplodere.
Siamo finiti in quel pub all’angolo, quello con le luci soffuse e l’odore di luppolo che sa di libertà. Davanti a due birre ghiacciate, i discorsi sul protocollo di soccorso sono evaporati in un attimo, sostituiti da sguardi che parlavano una lingua molto più diretta. Ogni volta che i nostri bicchieri si toccavano, era come un segnale, un’intesa che non aveva bisogno di arbitri.
“Allora, com’è questo nuovo covo?” mi ha chiesto lei, con quel sorriso sghembo che mi stava facendo perdere la testa. Non era una domanda di cortesia, era l’invito che aspettavo, il contropiede perfetto.
Siamo saliti le scale quasi in apnea. Appena la chiave ha girato nella toppa del mio nuovo appartamento, il silenzio del corridoio è diventato assordante. Ho acceso solo la luce della cucina, quella calda, che lasciava il resto nel dubbio delle ombre.
“Non è ancora perfetto, mancano i dettagli,” ho detto, ma la mia voce era più bassa, più roca. Lei non guardava i mobili o le pareti ancora spoglie. Guardava me. Si è avvicinata, annullando quegli ultimi centimetri di sicurezza che ci eravamo concessi al corso. Potevo sentire il calore che emanava, un richiamo magnetico a cui era impossibile resistere.
“I dettagli si sistemano col tempo,” ha sussurrato lei, posando una mano sul mio petto. Sotto il palmo sentiva il mio cuore che batteva forte, un tamburo che scandiva la voglia di averla vicina, davvero vicina. Le mie mani sono scivolate sui suoi fianchi, attirandola a me, sentendo finalmente quel contatto che avevamo solo mimato per tutto il giorno. Stavolta non era un’esercitazione.
Nel silenzio del mio nuovo appartamento, ogni piccolo rumore sembrava amplificato: il ronzio del frigo in cucina, il ticchettio della pioggia leggera contro il vetro, ma soprattutto il ritmo dei nostri respiri che cercavano di accordarsi.
Non avevamo fretta. Mi sono appoggiato allo stipite della porta, osservandola mentre faceva un giro lento nel soggiorno semibuio.
«Spoglio, ma con potenziale,» ha commentato lei, voltandosi lentamente. La luce della strada filtrava dalle tapparelle socchiuse, disegnando strisce d’ombra sul suo viso.
Mi sono avvicinato, un passo alla volta, riducendo lo spazio fino a sentire di nuovo quel calore che mi aveva tormentato tutto il giorno. Le ho scostato una ciocca di capelli dal collo, un gesto lento, quasi pigro. Le mie dita hanno sfiorato la pelle nuda e ho sentito un brivido attraversarla, un fremito che è stata la mia vittoria più bella.
«Ti ricordi la lezione sulle manovre di avvicinamento?» le ho sussurrato all'orecchio, lasciando che il mio respiro le accarezzasse il lobo e sfiorando con le mie labbra il suo collo.
Lei ha abbassato la testa, ma non si è scostata. Anzi, ha fatto scivolare le mani sotto la mia giacca, risalendo lentamente lungo i fianchi. «Mi pare di ricordare che la prima regola fosse... non perdere mai il contatto visivo.»
Ha sollevato lo sguardo e i suoi occhi erano due fari nel buio, carichi di una sfida che non potevo ignorare. Le mie mani sono scese lungo la sua schiena, fermandosi appena sopra la curva dei fianchi, stringendo la presa quanto bastava per sentirla aderire completamente a me. Potevo sentire il suo cuore accelerare sotto il palmo della mano, un galoppo selvaggio che rispondeva al mio.
Le ho stretto i glutei, belli sodi spingendo il suo sesso verso il mio… Due corpi che cominciavano ad eccitarsi…
Sentivo il suo calore sprigionarsi come un incendio in un bosco secco.
Lei ha sollevato il mento, sfidandomi ancora una volta con quegli occhi che brillavano nella penombra della stanza. Il silenzio tra noi era diventato elettrico, una tensione così densa che avresti potuto tagliarla con un coltello.
Poi, lentamente, ho chinato la testa.
Il primo contatto è stato un soffio, quasi un gioco crudele. Le mie labbra hanno sfiorato le sue, una carezza leggera che sapeva di attesa e di birra ghiacciata. L’ho sentita trattenere il respiro, un istante di sospensione assoluta, prima che le sue dita si intrecciassero dietro la mia nuca, tirandomi a sé con una fame che mi ha tolto il fiato.
Quando le nostre bocche si sono unite davvero, è stata un’esplosione. Non c’era più spazio per la timidezza del corso o per le formalità dell’associazione. Era un bacio profondo, urgente, che sapeva di tutto quello che ci eravamo detti con gli sguardi per ore intere. Le nostre lingue hanno iniziato a cercarsi a intrecciarsi, il sapore delle sue labbra mi eccitava. Le mie mani sono risalite lungo la sua schiena, stringendola forte, sentendo ogni sua curva aderire perfettamente al mio corpo.
In quel momento, nel salotto ancora mezzo vuoto della mia nuova casa, non esisteva nient’altro. Solo noi due, il sapore della sua bocca e quella scossa che continuava a corrermi lungo la schiena, più forte di qualsiasi scarica elettrica avessimo studiato sui manuali.
Il bacio è diventato un incendio, una di quelle fiammate che divampano quando il desiderio prende il sopravvento
Le mie mani, che fino a poche ore prima tremavano nel simulare un bendaggio, ora si muovevano con una sicurezza quasi feroce. Sono scivolate sotto l’orlo della sua maglietta, risalendo lungo la schiena liscia, sentendo ogni muscolo tendersi sotto il mio tocco. Lei ha risposto con un gemito soffocato contro le mie labbra, un suono che mi è arrivato dritto allo stomaco, facendomi perdere definitivamente il controllo.
Ci siamo spostati verso la camera da letto, inciampando quasi nei nostri stessi passi, senza mai riuscire a staccare le bocche l’una dall’altra. Ogni centimetro di pelle che veniva scoperto era una conquista, un territorio nuovo da esplorare in quella penombra che rendeva tutto più intenso.
L’ho spinta dolcemente contro il materasso ancora fresco di bucato. Il contrasto tra il cotone freddo delle lenzuola e il calore bruciante dei nostri corpi era elettrico. Mi sono chinato su di lei, lasciando che i miei baci scendessero lungo la linea del collo, sui suoi se i ormai scoperti ed eccitati soffermandomi in quel punto esatto dove il suo battito correva all’impazzata.
“Non è più un’esercitazione,” ha sussurrato lei con un filo di voce, mentre le sue gambe si intrecciavano alle mie, attirandomi ancora più a fondo nel suo spazio. Le sue unghie mi graffiavano leggermente le spalle, un marchio di possesso che accendeva ancora di più la sfida.
In quel momento, tra le pareti bianche della mia nuova casa, non esistevano protocolli, associazioni o volontariato. C’eravamo solo noi, due corpi che si cercavano con una fame accumulata per troppe ore, pronti a consumare quella tensione in un abbraccio che sapeva di vittoria e di desiderio assoluto.
Sono sceso fino al suo sesso, bello profumato, bagnato da quell’eccitazione che avevamo costruito… la sentivo gemere, ad ogni tocco di lingua, mi ha preso la testa e la premeva a fondo e io non riuscivo a staccarmi, volevo farla godere, bere il suo nettare… l’ho solo più sentita urlare di piacere e chiedermi di farla mia… abbiamo fatto l’amore, due corpi che non smettevano di attrarsi, nudi, caldi, bagnati come i nostri sessi… io ho assaporato i suoi piaceri lei i miei e poi li abbiamo uniti in un bacio, quel bacio che aveva fatto schioccare la passione…
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