Frutto proibito
Non avevo mai creduto a quegli istanti che cambiano tutto — quelli che arrivano senza preavviso e ti lasciano diverso da come eri prima. Avevo costruito la mia vita su fondamenta solide: il rigore intellettuale, il rispetto delle distanze, la certezza che le regole esistessero per essere osservate. Trentotto anni trascorsi a tenere ogni cosa al suo posto. Poi lei varcò quella soglia, e tutto ciò che credevo inamovibile iniziò, lentamente, a tremare.
«Buongiorno, Professore. Posso entrare? Ho portato il materiale per le slide.»
La sua voce aveva qualcosa di particolare — non era solo bella, era precisa, come se ogni parola venisse scelta con cura prima di essere pronunciata. L'avevo selezionata come assistente per quella qualità rara: una mente che non si accontentava delle risposte facili, che cercava la crepa nel muro di ogni certezza e ci infilava dentro le dita per allargarlo. La filosofia politica per lei non era materia di studio — era ossigeno.
«Sì, entri pure. La stavo aspettando.»
L'avevo scelta per la sua testa. Ma quel giorno, mentre lei posava le cartelle sulla scrivania e si sistemava una ciocca di capelli corvini dietro l'orecchio, mi resi conto — con una chiarezza che mi disturbò — che esisteva anche un corpo. E che quel corpo aveva iniziato a parlarmi senza chiedermi il permesso.
«Oggi tocca a lei scegliere l'argomento per il confronto con i colleghi,» dissi, tenendo gli occhi sul monitor. «Ma mi raccomando — niente di noioso.»
Rise. E fu come se qualcuno mi sferrasse un pugno allo stomaco.
Non era il tipo di risata che si esibisce. Era spontanea, piena, illuminava il suo viso dall'interno come una fiamma che scalda il vetro di una lanterna. Aveva gli occhi color ghiaccio — chiari fino al limite del trasparente — ma quando rideva si scaldavano di un tono, diventavano qualcosa di più vicino, di più umano.
«Di noioso non c'è nulla,» disse, ancora con quel mezzo sorriso sulle labbra carnose. «Dipende solo da come si trova la chiave giusta per aprire la stanza giusta.»
Risi anch'io. Aveva ragione, e questo mi irritò piacevolmente.
Ci mettemmo al lavoro, seduti vicini davanti allo schermo. Fu allora che lo vidi — o meglio, fu allora che smisi di fingere di non vederlo. La sua maglietta color rosa antico seguiva le sue forme con una naturalezza disarmante. I jeans stretti disegnavano la linea delle sue gambe con una precisione quasi crudele. Non era il tipo di bellezza che si impone — era quella che si rivela, piano piano, e quando la scopri è già troppo tardi per non esserne toccato.
I miei occhi scivolarono su di lei senza che potessi fermarli.
Iniziai a immaginare — e fu lì che commisi il primo errore. Immaginai le mie dita che trovavano il primo bottone di quella camicetta, lo aprivano con lentezza deliberata, poi il secondo, poi il terzo. Immaginai le mie labbra lungo il suo collo, la curva della sua spalla, la morbidezza della sua pelle che non avevo mai toccato ma che già sentivo sotto i polpastrelli come un ricordo impossibile. Immaginai di slacciarle il reggiseno con una mano sola, di sentire il calore del suo corpo premere contro il mio.
Scossi la testa. Mi concentrai sullo schermo.
Ma il pensiero era tornato al suo posto. E sapeva di volerci restare.
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«Che ne dice di una pausa caffè?» disse lei, incrociando il mio sguardo con quella sua aria tra il divertito e il serio.
«Offre lei, vero?»
«Ovviamente.»
Al bar, mentre stringevo la tazzina tra le mani, la osservai parlare. Gesticolava appena — solo quando qualcosa la appassionava davvero le mani iniziavano a muoversi, come a modellare nell'aria le idee che le parole da sole non bastavano a contenere. Aveva un modo di mordere il labbro inferiore quando stava per dire qualcosa di importante — una frazione di secondo, un gesto inconscio che mi faceva perdere il filo di ogni ragionamento.
Quella pausa fu diversa dalle altre. Non saprei dire perché. Forse fu il modo in cui i suoi occhi mi cercarono oltre il bordo della tazzina. Forse fu il silenzio che calammo tra noi a un certo punto — uno di quei silenzi che non pesano, ma bruciano.
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Tornammo nello studio.
Ci sedemmo vicini, come sempre, per rivedere il materiale scelto. La sua spalla era a pochi centimetri dalla mia. Potevo sentire il profumo della sua pelle — qualcosa di caldo, leggermente dolce, con una nota di sottofondo che non riuscivo a identificare ma che continuava a tornarmi addosso come un'eco.
Mi voltai per dirle cosa pensavo dell'argomento che avevamo selezionato.
Non feci in tempo ad aprire la bocca.
Lei mi baciò.
Non fu un bacio timido, non fu un gesto esitante. Fu qualcosa che aveva aspettato troppo a lungo per essere trattenuuto — un bacio pieno di peso specifico, carico di tutte le volte che aveva trattenuto il respiro quando ero troppo vicino, di tutte le mattine in cui aveva attraversato il corridoio sapendo che oltre quella porta c'ero io. Era un bacio che sapeva di decisione.
Si fermò. Si scostò di pochi centimetri. Nei suoi occhi ghiaccio lessi qualcosa che assomigliava al terrore.
«Io... mi scusi. Non dovevo. So che non può... non è giusto. Prendo le mie cose.»
Le sue mani tremavano mentre raccoglieva la borsa. Le guance erano rosse, lo sguardo incollato al pavimento — non riusciva a guardarmi, come se la vergogna fosse diventata un peso fisico che le piegava la testa.
Non dissi niente. Non perché non avessi parole — le parole ce le avevo, e tutte gridavano la stessa cosa. Non dissi niente perché in quell'istante capii che le parole avrebbero sporcato qualcosa che meritava di rimanere puro nella sua violenza.
Quando la vidi alzarsi e muoversi verso la porta, mi alzai.
La raggiunsi in tre passi. Posi una mano sulla porta — non per fermarla, ma per fermare il tempo.
Mi voltai verso di lei. Le sollevai il mento con due dita, con la delicatezza che si riserva alle cose fragili e preziose, finché i suoi occhi non trovarono i miei. In quello sguardo c'era tutto — il desiderio e la paura, la vergogna e la speranza, il confine che stava per essere attraversato e la consapevolezza che non si sarebbe potuto tornare indietro.
Le passai un dito sulle labbra, lentamente, seguendone il contorno. Lei trattenne il respiro — poi, quasi senza volerlo, si morse il labbro inferiore.
Quel gesto mi incendiò.
«Non andare,» dissi. Solo quello. Due parole. Ma contenevano tutto.
Le tolsi la borsa dalle mani. Poi, con la stessa lentezza con cui si apre un dono che si ha paura di rovinare, le sfilai il cappotto dalle spalle. Le sue mani trovarono il mio viso — le sue dita mi sfiorarono la mascella, le tempie, poi raggiunsero i miei occhiali e me li tolsero con una cura quasi materna, posandoli sul ripiano vicino.
Iniziò ad aprire i miei bottoni. Uno alla volta. Le sue dita piccole e precise si muovevano con una determinazione che contraddiceva il tremore che ancora le abitava.
La baciai. Prima piano — quasi una domanda. Poi, quando sentii la sua risposta nel modo in cui si aprì verso di me, affondai nel bacio con tutta la fame che avevo tenuto a bada. Le aprii la camicetta, e la mia bocca scese lungo il suo collo, la curva della gola, le clavicole — ogni centimetro di pelle scoperta diventava un territorio che volevo conoscere, mappare, ricordare.
Gemette. Un suono basso, involontario, meraviglioso.
«Ti prego,» disse, la voce ridotta a un filo caldo. «Continua. Voglio sentire il tuo calore su di me. Fai di me ciò che vuoi — sono tua.»
Le mie mani scesero lungo i suoi fianchi, trovarono i jeans, li liberarono. La baciai sulle ginocchia, sulla coscia interna, risalendo lentamente mentre lei si aggrappava ai miei capelli con le dita. Quando la mia bocca trovò il centro del suo calore, lei trattenne il respiro — poi lo rilasciò tutto insieme, in un gemito lungo che riempì lo studio di qualcosa che non era mai stato lì prima.
La assaporai come si fa con un vino raro — prima l'odore, che era caldo e intimo e assolutamente suo, poi il sapore, che mi tolse ogni residuo di ragionamento. Affondai la lingua con passione crescente, sentendo le sue dita che si stringevano tra i miei capelli, il suo bacino che si muoveva incontro a me, i suoi gemiti che diventavano più urgenti, più disperati.
«Ti voglio dentro di me,» disse alla fine, e la sua voce era diversa — era sgombra di ogni esitazione, era pura. «Ti prego.»
Mi alzai. I nostri corpi si trovarono sul divano — lei sopra di me, poi io sopra di lei, poi ancora lei, come se nessuno dei due volesse cedere il privilegio di guardarsi. Entrai in lei lentamente, sentendo il suo calore accogliermi, e per un momento mi fermai — solo per guardarlo, quell'istante, prima che diventasse passato.
Poi iniziammo a muoverci insieme.
Era diverso da tutto ciò che avevo conosciuto. Non era solo il corpo — era il modo in cui mi guardava mentre facevamo l'amore, gli occhi spalancati e luminosi, come se stesse vedendo qualcosa che aveva cercato a lungo. Ogni suo gemito era una rivelazione. Le sue unghie sulla mia schiena erano una scrittura che non avevo bisogno di decifrare.
La portai sulla scrivania. Le mie labbra trovarono i suoi capezzoli, la mia mano scese a cercare il suo clitoride mentre ero ancora dentro di lei — e la sentii impazzire, tremare, stringersi intorno a me con una forza che mi tolse il respiro.
Quando emise il suo grido — pieno, senza vergogna, liberatorio — capii che ero io ad averla portata lì. E quella consapevolezza mi spinse oltre ogni limite rimasto.
Venimmo insieme, in un'ondata che non aveva parole. Restammo immobili, il respiro affannoso, le fronte appoggiate l'una all'altra.
La guardai. Lei mi guardò.
«Non mi pento di nulla,» disse infine, con una calma che sembrava arrivare da un posto molto profondo. «Ti volevo. Volevo essere tua.»
Le appoggiai le labbra sulla fronte.
Il suo sapore era già dentro di me — non sulla lingua soltanto, ma più in fondo, in quel posto dove le cose che contano davvero si depositano e non se ne vanno più.
«Sono tuo,» risposi.
E lo sapevo già che quella frase aveva cambiato tutto — irrevocabilmente, magnificamente, per sempre.
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