Attrazione Universitaria
Era il primo giorno all'università, e iniziavo già bene arrivando in ritardo in aula. Entrai di corsa, il cuore che batteva all'impazzata per la fretta e l'ansia, quando all'improvviso il mio piede scivolò sul gradino bagnato. Il mondo sembrò rallentare mentre perdevo l'equilibrio, ma non caddi. Qualcuno da dietro riuscì ad afferrarmi, le sue mani forti mi strinsero la vita con una presa sicura ma delicata, frenando la caduta con un movimento quasi protettivo.
Mi girai di scatto, il respiro ancora affannoso, e lì c'era lui. Lo avevo visto di sfuggita al bar dell'università quella mattina, e mi aveva colpito immediatamente il suo sorriso aperto, genuino. Ora, a pochi centimetri dal suo viso, potevo vedere ogni dettaglio: gli occhi color nocciola puntati nei miei con un misto di preoccupazione e divertimento, le labbra piene che si curvavano in quel sorriso disarmante.
«Tutto ok?» mi chiese, e la sua voce calda mi attraversò come una scossa elettrica.
«Io... io... sì, scusa sono un'imbranata» balbettai, sentendo le guance arrossare furiosamente.
Sorrise ancora, con quella bocca così carnosa che mi faceva venire una voglia irrefrenabile di morderla, e mi aiutò delicatamente a riprendere equilibrio. Le sue mani indugiarono un attimo in più sulla mia vita prima di lasciarmi andare, e in quel brevissimo momento sentii il calore del suo corpo attraverso i vestiti. Poi si diresse verso il suo posto in prima fila, lasciandomi lì impalata a guardarlo mentre si allontanava.
Mi guardai intorno ma ormai c'erano solo posti per terra. Mi sedetti sul pavimento freddo, ma non sentivo nulla se non il battito accelerato del mio cuore. Continuavo a pensare alla sensazione delle sue braccia che mi avevano avvolto la cintura per non farmi cadere, alla forza contenuta in quella presa, al profumo di pulito e legno di sandalo che emanava.
Continuavo ad arrossire e a mordermi il labbro inferiore, un'abitudine nervosa che tradiva sempre la mia eccitazione. Di tutta quella lezione non capii nulla. Ero completamente presa nell'osservarlo: il modo in cui si passava una mano tra i capelli quando rifletteva, la curva del suo collo quando chinava la testa per prendere appunti, le spalle larghe che riempivano perfettamente il suo pullover grigio chiaro. L'eccitazione saliva, insidiosa e costante, tra le mie gambe, e dovetti accavallare le cosce per contenere quella sensazione che cresceva sempre di più.
"Bene, come primo giorno iniziamo proprio bene" pensai sarcasticamente.
Quando uscì dall'aula, cercai subito di rivedere il suo viso tra i miei colleghi, ma davanti al portone c'erano solo facce anonime piene di noia, inequivocabile segno che non c'era affatto entusiasmo nell'accedere nelle aule. Lui era sparito.
Andai alla ricerca della nuova aula dove mi aspettava la seconda lezione, il cuore che sussultava ogni volta che vedevo una chioma bionda tra la folla. Cercai il suo volto in ogni angolo, ma non lo vidi tra i miei colleghi. Sospirai profondamente, delusa, ed entrai per sedermi.
Non riuscivo a dimenticare quel sorriso, quella bocca così carnosa che stimolava in me fantasie proibite – immaginavo di mordere quel labbro inferiore, di sentire la sua lingua contro la mia. Le sue mani così grandi, così forti quando mi avevano afferrata... quanto erano lunghe quelle dita? Come si sarebbero sentite sulla mia pelle nuda? E quegli occhi color nocciola che mi avevano guardata con quella intensità, accompagnati da quei ricci biondi perfetti anche se scompigliati, che mi facevano venire voglia di affondarci le mani.
Iniziai a fantasticare sul suo pullover grigio chiaro che accentuava quelle spalle ampie e muscolose. Sicuramente faceva nuoto, pensai, immaginando quel corpo scolpito sotto i vestiti. E il modo in cui mi aveva tenuta, con quella sicurezza, quella padronanza... mi fece tremare.
Anche questa lezione passò così, persa nei miei pensieri. Per il resto della giornata non lo rividi, e la delusione mi pesava come un macigno sul petto.
Avrei tanto voluto parlargli, ma avevo un problema enorme: la mia timidezza paralizzante, una caratteristica che mi aveva sempre accompagnato e che mi aveva impedito troppe volte di dichiarare il mio interesse per qualcuno. Era come una prigione invisibile che mi tratteneva ogni volta che volevo fare un passo verso qualcuno che mi piaceva.
Alla fine, ero diventata un po' la classica secchiona, con ottimi voti ma pochi amici veri. Ma a differenza della tipica nerd, mi piaceva vestirmi bene secondo i canoni della moda, e sapevo di avere un certo fascino: i miei capelli ricci rosso rame che scendevano fino a metà schiena, gli occhi verde scuro bordati di ciglia lunghe, il corpo curvilineo che riempiva bene jeans aderenti e maglioni che accentuavano il mio seno prosperoso. Avevo notato che questo mix attirava parecchi sguardi maschili.
Non è che non avessi avuto ragazzi prima, ma nessuno era mai riuscito a prendermi veramente come avrei voluto. Mancava sempre quella scintilla, quella chimica che ti fa perdere la testa. Spesso mi stancavo della loro superficialità, della loro incapacità di stimolarmi mentalmente oltre che fisicamente, e allora finivano nella mia friend zone. Non riuscivo ad innamorarmi o a lasciarmi andare completamente.
Ma quel ragazzo, quel collega di università mi aveva colpito in un modo che non avevo mai sperimentato prima. Non facevo che pensare a lui anche se non sapevo nemmeno il suo nome, e la mia immaginazione galoppava fuori controllo. Mi immaginavo le sue mani su di me, la sua bocca che esplorava la mia pelle, il peso del suo corpo sopra il mio...
E poi un giorno successe qualcosa che avrebbe cambiato tutto.
Per la prima volta ero in anticipo alla lezione di diritto, anche se ero entrata completamente fradicia a causa della pioggia torrenziale che si era abbattuta sulla città. Entrai nell'aula vuota, chiusi l'ombrello scrollandomi l'acqua di dosso come un cane bagnato, mi tolsi il cappotto pesante e il cappello, passandomi le dita tra i capelli umidi che si erano arricciati ancora di più con l'umidità.
Ed ecco che lo vidi: era lì, seduto come sempre in prima fila, che mi guardava con quel sorriso che ormai vedevo nei miei sogni.
«Il tempo è tremendo oggi» disse, alzandosi lentamente e camminando verso di me. «Se avessi saputo prima che non c'era lezione sarei rimasto in casa a letto».
«Perché non c'è lezione?» chiesi confusa, ancora intontita dalla sua vicinanza improvvisa.
Ridendo, mi disse con complicità: «Per fortuna non sono l'unico che non legge gli avvisi dell'università».
«È proprio vero» risposi, e non potei fare a meno di ridere anch'io.
«Beh, finalmente avremo modo di conoscerci meglio» disse, e c'era qualcosa nel modo in cui lo disse, un'intensità nello sguardo, che mi fece tremare.
Arrossii violentemente, sentendo il calore che si espandeva dal viso fino al collo. Mi avvicinai a lui con passi incerti e ci sedemmo vicini. Iniziammo a parlare, e fu incredibile: parlammo per più di un'ora di tutto – di cinema, di libri, di musica, delle nostre famiglie, dei nostri sogni. Non era il classico belloccio di turno stupido o vuoto. Aveva profondità, intelligenza, senso dell'umorismo. E soprattutto, avrei potuto continuare a chiacchierare con lui per ore senza stancarmi mai.
Ad un tratto, smettemmo di parlare. Il silenzio si fece denso, carico di tensione non detta. Alzò lo sguardo su di me, quegli occhi nocciola che mi scrutavano con un'intensità che mi lasciò senza fiato, e sorrise lentamente. Ricambiai il sorriso, il cuore che martellava nel petto così forte che pensavo potesse sentirlo.
Chiusi gli occhi per un momento, cercando di raccogliere coraggio. Inalai più aria possibile nei polmoni, e poi le parole uscirono da sole, come se fossero state imprigionate per troppo tempo:
«Devi sapere che è dal giorno in cui stavo per cadere sulle scale che ho iniziato a pensarti. Non faccio altro che pensarti, e non vedo l'ora di vederti ogni volta che vengo a lezione. Ma non ho mai avuto il coraggio di avvicinarmi a te, di dirti niente». La mia voce tremava leggermente. «La timidezza è sempre stato il mio problema, e pur non essendoci un motivo apparente, non sono mai riuscita a superarla. Ma oggi... oggi è diverso. Oggi sto ascoltando la mia voce che esce fuori d'istinto, trovando un coraggio che non pensavo di avere. Il fatto è che ti penso in ogni momento del giorno, anche la notte. Mi sveglio pensando a te, e mi piacerebbe tanto, davvero tanto conoscerti meglio...»
Mentre masticavo queste parole, avvertii un lieve tocco che mi fece sussultare: era la sua mano che si era posata sulla mia, calda e grande, le dita che si intrecciavano delicatamente con le mie in una carezza che mi fece venire la pelle d'oca su tutto il corpo.
Alzai lo sguardo e incontrai i suoi occhi che non mi lasciavano un attimo, penetranti e desiderosi.
«Strano, perché anche io ti ho pensato costantemente da quel momento in cui ti strinsi per non farti cadere» disse con voce roca, profonda. «Pensavo al tuo corpo contro il mio, alla morbidezza della tua vita sotto le mie mani, al tuo viso quando ti sei girata e mi hai guardato con quegli occhi verdi incredibili. Pensavo a cosa avrei potuto fare se fossimo stati soli...»
Non resistetti un secondo di più. Mi sporsi verso di lui e lo baciai, prima dolcemente, quasi con timore, le labbra che si sfioravano appena. Ma poi qualcosa si spezzò dentro di me, tutti i freni saltarono, e lo baciai con ingordigia crescente, con tutta la fame che avevo accumulato in quelle settimane. Le nostre bocche si schiusero nello stesso istante e le lingue si incontrarono vogliose, esplorandosi, assaggiandosi. Il suo sapore era inebriante, un misto di caffè e di qualcosa di unicamente suo che mi fece girare la testa.
Le sue mani afferrarono il mio viso, i pollici che mi accarezzavano le guance mentre ci divoravamo con baci sempre più disperati. Gemetti contro la sua bocca, sentendo il calore esplodere tra le mie gambe, l'umidità che si accumulava nelle mie mutandine.
All'improvviso si staccò, il respiro pesante quanto il mio. Mi prese la mano con decisione, intrecciando le dita con forza. «Vieni con me» disse, la voce velata dal desiderio.
Con passo veloce mi guidò attraverso i corridoi deserti fino a raggiungere l'aula magna. Conosceva un angolo nascosto, discreto, dove potevamo stare tranquilli senza essere disturbati. Il cuore mi batteva così forte che pensavo potesse esplodermi nel petto.
Appena fummo al riparo dagli sguardi, mi spinse delicatamente ma con fermezza contro il muro, il suo corpo che pressava contro il mio. Sentivo ogni centimetro di lui – il petto muscoloso, le cosce forti, e soprattutto l'erezione dura che premeva contro il mio ventre, promettendo piaceri indicibili.
Mi baciò di nuovo, questa volta con una passione animale, le mani che esploravano il mio corpo come se volesse memorizzare ogni curva. Scese lungo il mio collo, mordendo e succhiando la pelle sensibile, lasciando piccoli segni che mi fecero gemere più forte. Le sue mani corsero lungo i miei fianchi, afferrando i miei glutei e stringendomi ancora più vicino a lui.
Poi, con movimenti esperti, abbassò i miei jeans e le mutandine in un colpo solo, lasciandomi esposta al suo sguardo affamato. Il freddo dell'aria contro la mia pelle bollente mi fece rabbrividire di anticipazione.
«Sei bellissima» mormorò, gli occhi che divoravano il mio corpo. «Ancora più bella di come ti immaginavo».
Con una mano ancora appoggiata sul muro accanto alla mia testa, con l'altra iniziò a esplorarmi. Il primo tocco delle sue dita sulla mia intimità mi fece quasi saltare. Era già così bagnata, così pronta per lui.
«Dio, sei fradicia» disse con voce roca, quasi stupita. «Tutto questo per me?»
Potei solo annuire, incapace di formare parole coerenti mentre le sue dita iniziavano a muoversi con sapienza. Prima accarezzò delicatamente le labbra gonfie, spalmando l'umidità ovunque, poi trovò il mio clitoride già duro e iniziò a massaggiarlo con movimenti circolari precisi che mi fecero vedere le stelle.
«Oh dio, sì» gemetti, la testa che ricadeva all'indietro contro il muro.
Poi sentii un dito che scivolava dentro di me, poi due, che si muovevano dentro e fuori con un ritmo che mi faceva impazzire. La sua mano esperta alternava penetrazioni profonde a carezze sul clitoride, creando un'escalation di piacere che mi stava già portando pericolosamente vicino all'orgasmo.
«Ti piace così?» sussurrò nel mio orecchio, il fiato caldo che mi faceva rabbrividire. «Dimmi quanto ti piace».
«Mi piace tantissimo» ansimmai, aggrappandomi alle sue spalle. «Non fermarti, ti prego non fermarti».
Ma invece di continuare, fece qualcosa che non mi aspettavo. Si inginocchiò davanti a me con un movimento fluido, sollevando una delle mie gambe sulla sua spalla per avere accesso completo.
«Voglio assaggiarti» disse, guardandomi dal basso con quegli occhi pieni di desiderio. «Voglio sentire il tuo sapore sulla mia lingua».
E poi iniziò. Il primo tocco della sua lingua sulla mia intimità mi fece gridare. Era calda, morbida, incredibilmente abile mentre leccava e succhiava, esplorando ogni piega con dedizione. Quando la sua bocca si chiuse sul mio clitoride e iniziò a succhiare delicatamente, mentre la lingua faceva movimenti rapidi su e giù, pensai di perdere completamente la testa.
«Oh cazzo, oh cazzo, oh cazzo» ripetevo come un mantra, le mani che si aggrappavano ai suoi capelli biondi, spingendo il suo viso ancora più contro di me. Non mi importava dove fossimo, o che ci conoscessimo appena. Lo volevo, lo desideravo con una fame che non avevo mai provato prima.
Lui continuava imperterrito, alternando leccate lunghe e lente a movimenti rapidi e concentrati sul punto più sensibile. Ogni tanto penetrava con la lingua, raccogliendo ogni goccia di piacere che colava copiosamente da me, gemendo contro la mia pelle come se il mio sapore fosse la cosa più deliziosa che avesse mai assaggiato.
Sentivo l'orgasmo avvicinarsi come un'onda gigantesca, travolgente. Le mie gambe tremavano, il respiro si faceva sempre più affannoso, piccoli gemiti acuti mi sfuggivano dalle labbra ad ogni passaggio della sua lingua.
«Sto per venire» sussurrai disperatamente, le dita che si stringevano nei suoi capelli. «Oh dio, sto per venire».
E venne. L'orgasmo mi travolse con una forza che mi lasciò senza fiato, facendomi gridare il suo piacere senza vergogna. Ondate di piacere puro mi attraversarono, facendomi tremare e contorcere contro la sua bocca che continuava a leccarmi, accompagnandomi attraverso ogni spasmo fino all'ultima scossa.
Quando finalmente mi rilasciai, tremante e ansimante, lui continuò a baciarmi dolcemente l'interno coscia, poi si alzò lentamente, il viso lucido del mio piacere, un sorriso soddisfatto sulle labbra.
«Sei squisita» disse, leccandosi le labbra. «Potrei farlo per ore».
Ma io avevo altri piani. Con mani ancora tremanti, iniziai a sbottonare i suoi jeans, liberando finalmente l'erezione che premeva dolorosamente contro il tessuto. Quando finalmente lo tenni nella mia mano, duro, caldo, pesante, gemetti di anticipazione.
Era magnifico – lungo, spesso, la punta già lucida di pre-sperma. Lo accarezzai lentamente, studiando ogni centimetro, sentendolo pulsare sotto le mie dita.
«Tua volta» dissi con un sorriso malizioso, e prima che potesse rispondere mi inginocchiai io davanti a lui.
Iniziai a leccarlo dalla base fino alla punta, assaporandolo, godendo dei suoi gemiti profondi. Poi presi la punta in bocca, succhiando delicatamente mentre la mia lingua giocava con il frenulo, quel punto così sensibile.
«Cazzo» imprecò sopra di me, una mano che si aggrappava ai miei capelli. «Sei incredibile».
Presi di più, rilassando la gola per accoglierlo più profondamente possibile, le mani che accarezzavano quello che non riuscivo a prendere in bocca. Su e giù, con un ritmo crescente, mentre lui gemeva e sussurrava parole sconnesse di piacere.
Ma dopo pochi minuti mi fermò, tirandomi su per i capelli. «Se continui così vengo subito, e non voglio che finisca così». La sua voce era roca, disperata. «Ti voglio. Ti voglio ora».
«Allora prendimi» dissi guardandolo dritto negli occhi, senza un briciolo di timidezza rimasta. «Scopami. Scopami forte. Fammi godere ancora. Voglio sentire quanto mi desideri».
Non ci fu bisogno di altro invito. Mi sollevò con una facilità che mi lasciò senza fiato – evidentemente andava davvero in palestra – e mi appoggiò di nuovo al muro, sollevandomi una gamba e appoggiandola sul suo braccio per darsi accesso completo.
Poi, con un colpo di fianchi preciso, entrò dentro di me.
Il gemito che uscì dalla mia gola fu quasi animale. Era grande, così grande che mi riempiva completamente, stendendomi fino al limite. Rimase fermo per un momento, permettendomi di adattarmi, mentre entrambi ansimavamo per la sensazione travolgente.
«Sei così stretta» gemette nel mio collo. «Così calda, così bagnata. Perfetta».
Poi iniziò a muoversi. Lentamente all'inizio, con spinte profonde e controllate che mi facevano sentire ogni centimetro di lui. Ma presto il ritmo accelerò, diventando più veloce, più duro, più disperato.
Mi penetrava sempre di più, sempre più profondamente, raggiungendo punti dentro di me che non sapevo nemmeno esistessero. Ogni spinta mi faceva sbattere contro il muro, ma non sentivo dolore, solo un piacere così intenso da essere quasi insopportabile.
«Più forte» lo supplicai, le unghie che si conficcavano nella sua schiena. «Più forte, più profondo, non fermarti».
E lui obbedì. Le sue spinte diventarono martellanti, poderose, quasi brutali nel modo migliore possibile. Il suono della nostra pelle che sbatteva insieme riempiva l'aula vuota, mescolato ai nostri gemiti e alle parole sporche che ci sussurravamo.
«Ti piace essere scopata così?» ringhiò nel mio orecchio. «Ti piace il mio cazzo dentro di te?»
«Sì, cazzo sì» gridai. «Mi piace, mi piace tantissimo. Non fermarti, sto per venire ancora».
Sentivo il mio corpo tremare, sentivo non solo la mia umidità che colava lungo le cosce ma anche il suo cazzo che sembrava gonfiarsi ancora di più dentro di me, mentre i miei muscoli interni si stringevano involontariamente intorno a lui, cercando di trattenerlo dentro.
«Vieni per me» sussurrò, una mano che scivolava tra i nostri corpi per strofinare il mio clitoride. «Vieni sul mio cazzo. Voglio sentirti venire».
E venne di nuovo, ancora più intenso della prima volta. Gridai il suo nome mentre l'orgasmo mi devastava, facendomi vedere le stelle, il corpo che si contraeva e tremava senza controllo. Sentii lui seguirmi poco dopo con un grugnito profondo, il suo sperma caldo che mi riempiva mentre sussurrava il mio nome come una preghiera.
Rimanemmo così per lunghi momenti, appoggiati uno all'altra, i respiri ancora affannosi, i corpi ancora uniti, mentre le scosse residue di piacere ci attraversavano.
Eravamo stati due ossessi in preda a una follia chiamata sesso che all'improvviso ci aveva travolti, spazzando via ogni timidezza, ogni razionalità, ogni pensiero che non fosse il puro desiderio reciproco.
E quando finalmente ci separammo, quando i nostri occhi si incontrarono di nuovo, entrambi sapevamo che la nostra effervescente mattinata non si sarebbe conclusa lì. Il desiderio aveva preso il sopravvento, e stavamo solo iniziando a esplorare quella chimica devastante che ardeva tra noi.
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