La vacanza in Sardegna (capitolo 2)

Lirio
19 hours ago

II.

A questo punto non sapevo proprio che fare. Era vero: sotto la vestaglietta non portava nulla. Nell'eccitazione di trovarla a fica nuda irrompevano sprazzi di paura: <e se si svegliasse ora? che faccio? come giustifico una cosa simile?!>. Mi chiedevo quanto fosse sensibile là sotto; se il mio tocco avrebbe potuto svegliarla. Nel mentre che mi facevo queste domande, Vittoria distese un poco le gambe. Fulmineo come riflesso incondizionato ritrassi la mano, in una fitta di panico. Per un istante mi si raggelò il cervello. Rimasi immobile, guardingo fino al parossismo; rigido e teso all'inverosimile, coi muscoli del braccio ancora protesi verso di lei, ma con la mano distaccata, chissà dove, sotto le coperte. Lei era tornata immobile. Era stato un piccolo movimento, ma bastò quel flebile suono di coperta un poco trascinata nello spostamento per frantumare la mia cieca immersione in quel tatto interpretativo. <Di quanto avrò spostato la mano? Forse è meglio che la pianti prima di- Si girò e mi ritrovai con la mano sotto le sue cosce. Ora stava sdraiata sulla schiena, con le gambe distese a intrappolare la mia mano. Ero nel panico. Non un movimento uno, non sapevo più da quanto stavo trattenendo il respiro. La vampa dell'agitazione stava pervadendo tutto il mio corpo. La cassa toracica irrigidita a resistere all'impercettibile contrazione dei polmoni che in qualche modo tentavano di inspirare ossigeno. Da lei, nessun altro segno. Lentissimamente sfilai la mano, opponendomi all'elastica resistenza che le cosce calde imprimevano sul suo dorso. Una volta liberata, tornai al mio lato del letto, tentando di tendere il meno possibile la coperta. Mi distesi cercando di riprendere fiato. Avevo rischiato grosso. <Checcazzo m'è venuto in mente?!>. La mano madida di sudore. Piano la portai alla bocca e assaggiai le dita, nella speranza di trovare il sapore dei suoi succhi. Non percepii nulla: nel trascinarla da sotto le gambe si erano perduti lungo il lenzuolo. Ne rimasi deluso. <Però diocristo se era fradicia!>. L'erezione tornò a farsi sentire. Mi afferrai il cazzo da sopra le mutande e lo ritrovai rigidissimo. <Se mi faccio una sega, lo sfregamento con la coperta potrebbe svegliarla. Se solo respirasse più profondamente sarei certo di quando stia dormendo e di quando no!>. Rinunciai a masturbarmi e cercai di pensare a qualcos'altro, qualcosa a caso con nessuna correlazione a tutta quella situazione. Pian piano il cazzo si rasserenò e dopo un po' constatai che era tornato a riposo. Mi rimisi sul fianco, cercando di non pensare a Vittoria lì accanto, mezza nuda, e pure bagnata!, e aspettai di addormentarmi. Cosa che a un certo punto, in qualche modo, avvenne.

Quando riaprii gli occhi la stanza era inondata di luce. Davanti a me il letto vuoto. Mi sollevai e, oltre al mio zaino, la stanza era deserta. Solo il letto e un paio di mobili di noce scuro. Da fuori del tintinnare di posate e il vociare della comitiva. M'affacciai alla finestra e le vidi tutte sedute vicino al camper, a bere il caffè. "Hey..." dissi, assonnato. "Alla buon'ora! Stavo per venirti a svegliare." fece mia madre "Dai, vieni a mangiare qualcosa, che si parte. Noi abbiam già finito".

Mentre facevo colazione, le vedevo preparare il pranzo al sacco e gironzolare per la casa, assicurandosi di non aver dimenticato nulla. Passandomi accanto Vittoria mi disse: "Ricordati lo zaino, mi raccomando. Non scordartelo in camera". Non pareva diversa dal giorno prima. Non si era accorta di nulla. Questo mi tranquillizzò. Non avrei saputo come gestire la cosa, altrimenti.Lasciammo la casa e percorremmo la costa sarda. Il camper aveva un tavolino, un angolo cucina, un minuscolo bagno e sei posti letto: uno a doppia piazza, sopra la cabina di guida, e due coppie di singoli, uno sopra l'altro, a mo' di letto a castello. (O forse due erano a castello e due erano i divanetti del tavolino, che si estendevano? Non ricordo). A me toccò uno delle coppie a castello, quello di sopra. Sotto ci sarebbe stata, manco a dirlo!, Vittoria. Mi imposi di non farmi fantasie né propositi, e di non pensare a quello che avevo fatto quella notte. L'idea di averla nei dintorni, ora che sapevo che dormiva senza intimo e che nel sonno poteva bagnarsi come un lago, mi turbava non poco; <ma perlomeno, grazieadio, non ci hanno messi insieme in quello matrimoniale! In quel caso ogni notte sarebbe stata una tortura!>.

Arrivammo al parcheggio di una spiaggia. La ghiaia riverberava polverosa, gli eucalipti contornavano d'ombra lo spiazzo, le cicale frinivano stridule saturando l'aria. La calura avvolgeva il verde attorno, e tutti noi. Una alla volta, Marta, Claudia, Vittoria, Antonia e mia madre, s'infilarono nel minuscolo bagno per indossare il costume. Fuori, sotto il sole inesorabile, io mi spalmavo la crema vedendole scendere i gradini del camper, una dietro l'altra, come in una sfilata di moda sui generis. Marta, massiccia nel suo costume intero, nero come il suo caschetto ondulato; il sedere robusto e i seni a campana. Claudia, tintinnante di bracciali e costellata di lentiggini; il sedere a mandolino e il seno un poco all'insù, dentro un due pezzi bordeaux. Vittoria, che mi beffava nuovamente della sua pelle chiara e nuda; il sedere tondo e il seno sodo in un bikini triangolare viola. Antonia, piccola ed elastica; sedere piatto e il seno snello in un bandeau nero. E infine mia madre, coi suoi colpi di sole rilucenti fra il castano; i fianchi saldi e il seno grosso infilati in un costume senza spalline verde scuro. Mi prese la crema di mano e, disegnandosi ghirigori bianchi sulle spalle punteggiate da quei suoi piccoli nei, mi spronò: "Forza sù, il costume!".

"Per oggi passo: non ho voglia di stare in acqua" risposi.

"E che fai tutto il pomeriggio? Se pensi di metterti a leggere anche in spiaggia tantovaleva che non venivi proprio!" per tutta risposta indicai la sacca fotografica che avevo poggiato vicino alla ruota del camper: "Ho visto sulla guida che qui vicino c'è un rudere interessante: pensavo di farci un giro..." allo sguardo rassegnato di mia madre irruppe Marta tagliando corto: "Ajò tutti a bagno!".

In fila indiana, nel breve sentiero fino alla spiaggia, le ciocche rosse di Claudia, di fronte a me, rapirono la mia attenzione. La schiena, rilucente di crema, era attraversata dalla linea del costume, dal cui nodo pendevano le due cordicelle ad accompagnare lo sguardo verso quel suo mandolino bordeaux. Mi ritrovai così ipnotizzato da tal bellezza, e i miei diciannove anni eruppero in una prepotente erezione, che malamente i pantaloncini riuscivano a celare. In quel momento scambiai la mia sprovvedutezza per lungimiranza e mi congratulai con me stesso per aver scelto di non indossare un costume.

Le donne corsero tutte a tuffarsi e a schizzarsi reciprocamente con fare scherzoso, in preda ad un entusiasmo infantile. Io rimasi sotto l'ombrellone a godermi il vento che a intervalli regolari spazzava la spiaggia, riempiendomi i polmoni di salsedine. Il chiasso delle cicale tremolava come il bagliore del mare.

La prima a uscire dall'acqua fu Marta, ondeggiando avanti e indietro le braccia in un procedere pacato. Si sedette a gambe raccolte, poco distante, al sole. Le grosse cosce piegate, le ginocchia nude ai seni grossolanamente contenuti dalla lycra nera. Giocherellò un poco con dei ciottoli; poi, con un sospiro di soddisfazione, si sdraiò chiudendo gli occhi. Le gambe dischiuse, i palmi aperti all'insù, le tette a caderle sui lati. I gridolini e le risate delle altre mi distolsero da quella sua massa nera. Ancora ridendo, arrivò Antonia, a passo svelto. Si tirò indietro i capelli bagnati "Ci voleva proprio. Bella fresca...". Si chinò a ravanare nella busta di plastica e ne estrasse una pesca. Ritta in piedi, una mano puntellata al fianco, l'altra ad addentare il frutto: per piccola che fosse, pareva quasi statuaria, vista dal basso, da dove stavo seduto io. Osservava Claudia e Vittoria che si allontanavano nuotando (forse una sfida?). Mia madre invece stava in ammollo fino al mento, godendosi il refrigerio dell'acqua.

Quel giorno mangiammo in spiaggia, e dopo tutte e cinque si sdraiarono a prendere il sole. Io, come sempre, me ne stavo all'ombra. Per quanto possibile. Il silenzio calò nel nostro angolo di spiaggia. Scarabocchiavo le parole crociate svogliatamente, saltando le definizioni che sul momento non mi venivano, o che semplicemente non ricordavo. Venutomi a noia, mi misi ad osservare quella schiera donnesca, tutta ben allineata, muta e battuta dal sole. La curiosa curva dei seni di Claudia spiccava nel gruppo. Aguzzando la vista mi sembrava persino di intravederne i capezzoli: una piccola collinetta paffuta sotto il tessuto bordeaux. Aveva un ombelico tondo e definito, diverso da quello allungato e profondo di Vittoria, che le stava di fianco. Guardai quella coppia di addomi sollevarsi e abbassarsi sotto il sole. Era un movimento quasi impercettibile, da dove stavo io. I seni sodi di Vittoria, saldi e stabili, invitavano ad una presa decisa. A succhiarli forte. Ma quelli di Claudia incuriosivano e intrigavano. Sentii una fastidiosa pressione alla punta del cazzo: abbassando lo sguardo mi accorsi che mi era venuto duro, e che seduto com'ero i pantaloncini ne bloccavano il completo inturgidimento. Mi assicurai che le donne avessero tutte gli occhi chiusi e che nessuno dei bagnanti nei dintorni mi stesse guardando, quindi sollevai un poco il sedere e mi sistemai il cazzo nei pantaloncini in modo che questi non mi intrappolassero più l'erezione. Marta si girò a pancia sotto, col viso voltato nella mia direzione, la guancia premuta sul telo mare, gli occhi chiusi. Il suo culo mi ricordò un impasto per il pane. Qualche minuto dopo fu il turno di mia madre. Poi di Claudia. <Quel culo stupendo sembra non aspettare altro che un cazzo> pensai ammirandolo. Al tempo Claudia non avrà avuto cinquant'anni, probabilmente quarantasette, quarantotto; ma possedeva un corpo sportivo, e quelle sue lentiggini e il rosso dei capelli non facevano che renderla ancora più accattivante e seducente. Quando fu il turno di Antonia, nel girarsi si slacciò il bandeau scuro e rimase con la schiena nuda. Potevo vederle la linea del seno, premuto contro il suo telo mare rosso. Quest'ultimo, tale era il bagliore del sole, che riverberava il proprio colore sulla di lei pelle, cosicché il fianco di quei seni compressi parvero ora arrossati, come se fossero stati schiaffeggiati in qualche gioco erotico. <Una come Antonia ce la vedrei bene con scudisciate e mollette> ridacchiai fra me e me, immaginando una scena che andò dritta dritta al mio cazzo. <Bene, direi che è ora di farsi un giro>. Presi la borsa fotografica e alzandomi annunciai: "Io vado a cercare il rudere".

"Va bene" bofonchiò in risposta mia madre, senza muovere la testa.

"Direi che ne hai bisogno." commentò Marta. La guardai e capii che i suoi occhi, un poco strizzati per l'abbacinare del sole, erano fissi sul mio pacco. Mi voltai subito e m'incamminai sentendomi paonazzo per l'imbarazzo. Ma una voce mi raggiunse: "Aspetta che vengo anch'io! Se prendo troppo sole poi sono dolori". Era Claudia che si alzava stiracchiandosi la schiena. "Bevo e arrivo".

<Un'escursione fra le frasche con miss Lentiggini Beiseni... Sta' buono tu lì sotto!> ammonii rivolto ai pantaloncini. Avveduto del problema, cercai di posizionare la tracolla in modo che la borsa fotografica potesse nasconderne il gonfiore. Era prospettivamente impossibile. Mi rassegnai: <Non mi resta che tenere la borsa il più possibile contro il bacino, sperare che si sgonfi in fretta e pregare che lei non abbassi mai lo sguardo in questa direzione>. Quando Claudia mi fu a qualche passo, ripartii verso il termine della spiaggia, così da tenere una distanza decorosa che potesse nascondere tutta la mia eccitazione.

Ci incamminammo così verso gli eucalipti, addentrandoci nel frastuono di centinaia di cicale ebbre di vita.