Galeotta fu la supposta

Capitan Pontello
12 hours ago

Lo zainetto mi scivolò di mano quando tentai di infilare la chiave nella serratura del portone d'ingresso con gesti impacciati. Il mal di testa che avevo ignorato durante l'ultima ora di scuola mi martellava dietro gli occhi, e la luce del giorno mi faceva socchiudere le palpebre, quasi fossi rimasto immerso nell'oscurità per giorni.

Non appena mi vide, la mamma mi misurò la temperatura e, accertata la febbre, mi diede una compressa di Tachipirina da mandare giù con un bicchiere d'acqua. Non feci in tempo a sentirne gli effetti perché la pastiglia, assieme alla pasta al burro che avevo appena mangiato, finì dritta nel lavandino a causa di un violento conato di vomito.

Comprensibilmente preoccupata, mia madre mi suggerì di andare a letto per riposare. Seguii il suo consiglio rifugiandomi sotto alle coperte, desiderando che la febbre mi concedesse una tregua i miei occhi si chiudevano lentamente. Tuttavia, il mio sonno fu presto interrotto da un suono inatteso: quello del campanello di casa. Infastidito mi chiesi chi poteva essere a quell'ora che veniva a rompere le palle.

La risposta arrivò subito: “Ciao, ci sei?” L'inconfondibile voce della zia Antonella, la sorella di mia mamma, squillò all'ingresso. Era una donna dal carattere esuberante, impossibile da ignorare. “Sei sempre chiusa in casa? Dai che andiamo a prenderci un caffè” esclamò. Per giunta si era portata dietro anche la figlia: mia cugina Matilde, un'altra “simpaticona” che, forte dei suoi tre anni in più, si sentiva in diritto di snobbarmi considerandomi alla stregua di un "moccioso immaturo", parole sue.

A volte mi ritrovavo a riflettere e pensavo "fosse almeno bella, che se la tira così tanto".

In effetti Matilde non rientrava nei canoni di bellezza tradizionali, tutt'altro. Il suo naso pronunciato dominava un viso largo e con la pelle lucida. Su di esso poggiavano un paio di occhiali con lenti grandi che certo non le aggiungevano fascino. I capelli erano folti, ma disordinati e privi di un taglio alla moda e le sopracciglia apparivano marcate. Il suo fisico era robusto, anche se sodo. Non aveva nulla di attraente se non un bel paio di tette che non sapeva, o non voleva, valorizzare indossando le solite felpe larghe.

Sentendo le loro voci, mi rannicchiai ancora di più sotto le coperte, nella speranza di diventare invisibile. La zia Antonella, compreso che mia mamma non poteva uscire perché ero a letto con la febbre, non perse tempo a prendere in mano la situazione. Con il suo tono da altoparlante esclamò: "Ma su, smettiamola con queste esagerazioni! Una Tachipirina e passa tutto!" Mia madre tentava di calmare la sua esuberanza: "Non è così semplice, ha già vomitato una compressa..." Ma, come al solito, la zia aveva già preso una decisione: "Allora una supposta, ne hai in casa?"

Percepii un brivido freddo lungo la schiena quando udii mia mamma rispondere: “Forse, ma devo cercarle nel mobiletto in bagno”. Pregai che non trovassero nulla. Ma la mia sorte era segnata. “Eccole!” esclamò la zia con quel tono trionfale che mi faceva venire i brividi. Ce n'erano ancora un paio in una scatoletta non ancora scaduta. “Lascia fare a me, fidati! disse alla mamma e per essere più convincente aggiunse "Le ho sempre messe a Matilde quando era piccola ed ho fatto una certa esperienza!”

La porta della mia camera si spalancò all'improvviso, la mamma entrò per prima, seguita dalla zia che sfoggiava un'espressione sul viso capace di mettermi a disagio. Matilde, invece, rimase ferma sulla soglia, incrociando le braccia e limitandosi a guardarmi in silenzio con quel solito sguardo pieno di superiorità che mi faceva sentire insignificante.

La zia Antonella, con un sorrisino sicuro di sé, si avvicinò al letto e, senza troppi preamboli, tirò via le coperte con un gesto deciso. "Dai, Daniele, non fare storie," disse mentre premeva sul tubetto della vaselina facendone uscire una piccola striscia sul polpastrello del dito medio. "Voltati e abbassa il pigiama, dai che è una sciocchezza." Sentii il sangue gelarmi nelle vene mentre la sua voce assumeva quel tono autoritario che non lasciava spazio a repliche.

Rassegnato, mi voltai, mettendomi steso sulla pancia Abbassai lentamente il pantalone del pigiama fino a metà coscia, esponendo il mio sedere nudo alle tre donne. Per l'imbarazzo le guance mi bruciavano più della febbre stessa mentre Matilde, dall’angolo della stanza, cambiò espressione da annoiata a incuriosita. Ora mi fissava con i suoi occhi scuri. La zia, intanto, con una mano mi separò le natiche mentre con l’altra applicava la vaselina sulla corona dell'ano con un movimento circolare e insistente del dito medio. Non era una semplice lubrificazione: era una pressione deliberata, quasi un massaggio.

La stimolazione dell'ano mi fece contrarre i muscoli pelvici e, senza volerlo, sentii il mio pisello iniziare a gonfiarsi tra le cosce. Quando il suo dito mi penetrò, le mie gambe ebbero un sussulto involontario. Una corrente elettrica mi attraversò la schiena, facendomi irrigidire tutto mentre il mio giovane cazzo completava l'erezione. Lo sentii sfregarsi contro il tessuto del lenzuolo, diventando sempre più duro e sensibile, e quando la zia inserì la prima falange del dito medio dentro il mio sfintere, un gemito mi sfuggì dalle labbra, troppo acuto per essere solo dolore, troppo strozzato per essere solo vergogna.

Per inserirmi la supposta la zia mi fece cambiare posizione "mettiti steso sul fianco sinistro e piega la gamba destra". In questo modo il mio pene era allo scoperto diventando visibile agli occhi di Matilde.

Con il cuore che mi batteva forte la osservai notando che le sue pupille si erano dilatate dietro alle lenti degli occhiali. Anche lei era diventata rossa in volto ed osservava la mia rigida asta, che spuntava dal cespuglio di peluria ancora rada, con la bocca socchiusa. Il mio respiro si era fatto più affannoso mentre la zia mi spingeva la supposta dentro il mio ano con un movimento deciso.

"Ecco fatto" mi disse compiaciuta la zia "Ora stringi forte e non muoverti subito altrimenti rischi di spingerla fuori..." poi aggiunse "ora possiamo andare e bere questo caffè".

"Mamma" le disse Matilde a bassa voce "io non ho voglia di uscire, ho pensato di attendere il vostro ritorno facendo compagnia a Daniele". La zia Antonella la guardò perplessa, ma mia madre approvò con un cenno del capo "Meglio così" disse e accarezzandomi il capo aggiunse "Se hai bisogno di qualcosa chiedi a tua cugina".

La zia si lavò le mani e poi uscì in compagnia della mamma, lasciandoci soli, io e Matilde.

Rimasi immobile sul fianco mentre il gel della supposta si scioglieva dentro di me. Il mio pisello, ancora duro, pulsava sotto le coperte. Sentii il materasso affondare quando Matilde si sedette al mio fianco, sul bordo del letto. "Tutto bene? La supposta è ancora dentro?" sussurrò con una voce calda. "Vediamo...", la sua mano spostò le coperte e scivolò verso il fondo della mia schiena.

Le sue dita tremavano mentre sfioravano la corona dell'ano, ancora umida di vaselina. Il mio cuore accelerò quando la sentii stuzzicare l'ingresso del mio ano che rilasciai permettendole di farsi strada. Mia cugina sospirò mentre il suo dito scivolava dentro di me con facilità, aiutato dal lubrificante residuo. Il mio corpo rispose con un tremore involontario mentre il suo polpastrello premeva contro le sensibili pareti interne.

"La supposta è ancora lì?" chiesi con voce rotta, fingendo interesse per la medicina, mentre il suo respiro si faceva più pesante. Matilde non rispose subito. Invece, con un movimento lento, inserì un secondo dito accanto al primo, allargandomi dolcemente mentre io soffocavo un gemito. "Sì, è ancora dentro..." mormorò infine, ma il tono della sua voce era cambiato, più scuro, più gutturale, mentre le sue dita mi esploravano il retto con insistenza crescente.

Avevo sempre pensato che fosse fredda e distante, ma ora il suo corpo si incollava alla mia schiena ed il suo seno pesante, attraverso la felpa, premeva contro le mie scapole. Avvertii un forte brivido quando la punta della sua lingua mi stuzzicò il lobo dell'orecchio al ritmo delle dita che si muovevano dentro di me. "Ti piace così, Dani?" mi sussurrò, e io potei solo annuire, incapace di parlare mentre lei trovava quel punto segreto che mi fece inarcare la schiena come un gatto.

Rimasi sorpreso quando estrasse bruscamente le dita, lasciandomi vuoto e tremante. Non ebbi il tempo di lamentarmi, che la sentii cambiare posizione. Si era spostata in basso e la sua bocca fu su di me prima che potessi reagire. Avvertii il suo fiato caldo sul mio culo, la lingua larga e umida sostituiva le dita, penetrandomi l'ano con una fame che non avrei mai immaginato da quella che consideravo solo una cugina saccente. "Oh Matilde!" gemetti, stringendomi al cuscino mentre le sue mani mi tenevano le chiappe divaricate.

Il rumore dei suoi baci umidi e delle sue suzioni mi faceva impazzire, e il mio cazzo pulsava così forte da farmi male. All'improvviso si fermò e io sentii il suo corpo scivolare verso di me, il calore del suo seno che premeva contro la mia schiena mentre una mano mi afferrava l'asta. "Sei così duro" sibilò nell'orecchio, strozzandomi con una presa che non ammetteva resistenza. "Dimmi che vuoi farlo..."

Non potevo nemmeno pensare, figuriamoci rispondere. La sua mano iniziò a muoversi su e giù con una pressione perfetta, mentre l'altra continuava a tormentare il mio buco del culo, ora con due dita che entravano e uscivano in modo ipnotico. Il mio corpo era un groviglio di nervi scoperti, ogni tocco una scossa elettrica. "Ti prego..." riuscii a gemere, ma lei mi zittì con un morso sulla spalla.

Matilde si staccò di colpo, lasciandomi tremante e affamato. Con movimenti rapidi si liberò della felpa e del reggiseno. Le sue pesanti tette finalmente cadevano libere, i capezzoli duri e scuri mi fissavano come occhi arrabbiati. "Sei sicuro?" chiese mentre si slacciava i jeans abbassandoli e sfilandoli dai piedi assieme alle mutandine. La sua voce era roca, ma nelle sue pupille c'era una sfida che conoscevo troppo bene. Era la stessa cugina che mi aveva sempre guardato dall'alto in basso?

Quando si lasciò cadere su di me, impalandomi lentamente, il calore della sua figa bagnata mi avvolse il cazzo in un abbraccio che mi fece urlare. Lei rise, una risata soffocata e selvaggia, mentre affondava fino all'osso, le sue cosce potenti stringevano i miei fianchi. La lentezza e la frizione della sua penetrazione mi facevano impazzire. Sussultai quando lei mi spinse oltre la barriera del dolore, era la mia prima volta e il frenulo si stirò al punto di farmi temere una sua lacerazione.

Mi scappò un lamento, "Zitto, scemotto," sussurrò lei, "ti fai sentire dai vicini." Poi iniziò a muoversi, ogni colpo un castigo dolce che mi faceva perdere il controllo, ero ipnotizzato dalle sue tette che rimbalzavano davanti ai miei occhi come un sogno proibito diventato realtà.

Matilde non aveva più quell'aria di superiorità, adesso era feroce e primitiva. Mi afferrò i capelli e mi costrinse a guardarla mentre mi cavalcava. La sua bocca semiaperta in un gemito continuo. "Ecco come si fa, vero?" ansimò, accelerando il ritmo. Sentivo la supposta sciogliersi dentro di me, mescolata al suo succo che ci colava lungo le cosce, ogni movimento un promemoria umido della nostra follia.

La stanza odorava di sudore e vaselina, il letto cigolava sotto il nostro peso mentre lei mi dominava con una sicurezza che mai le avrei attribuito. All'improvviso abbassò il busto, premendo i suoi seni contro il mio petto, e mi morse il collo come un animale. "Stai per venire, eh?" mi sussurrò all'orecchio, le sue dita mi serravano i fianchi lasciando lividi. Non potevo negarlo il mio stomaco si contraeva, le palle erano piene e pronte.

Matilde si alzò di scatto, facendomi sussultare quando il mio cazzo scivolò fuori dalla sua figa bagnata. "Aspetta... non puoi venirmi dentro," ansimò, le guance rosse come peperoni, mentre afferrava la mia asta pulsante con entrambe le mani. Prima che potessi reagire, schiacciò i suoi seni burrosi intrappolarono il mio cazzo, creando un tunnel caldo e morbido che mi fece gemere. "Ora sborrami sulle tette," ordinò, iniziando a muovere il busto su e giù mentre le sue grosse zinne mi massaggiavano la verga con una pressione perfetta.

Sentii l'orgasmo esplodermi dalla base della schiena, un fiume caldo che schizzò fuori in lunghe siringate, imbrattandole il collo, il mento e le areole larghe e scure. Lei rideva, una risata roca e soddisfatta, osservando il mio sperma che le colava dal seno. "Che schifo," disse, ma il tono era scherzoso mentre raccoglieva un pò di sperma con un dito e lo leccava lentamente, fissandomi con occhi pieni di una possessività che mi fece rabbrividire.

Sentivo la testa che mi girava, anche a causa della febbre. "Non abbiamo ancora finito" mi disse trascinandomi verso di se con violenza, schiacciando i suoi seni ancora contro la mia faccia. "Puliscili, scemotto," ordinò, e io obbedii, leccando la mia stessa sborra dalla sua pelle sudata. Le mordicchiai i capezzoli e lei gemette, afferrandomi i capelli e spingendomi più forte contro di lei. "Forza, non fermarti" ansimò, e io la punzecchiai con i denti mentre le mani le scendevano tra le cosce.

Mi lasciò cadere sul letto e mi montò di nuovo il viso, sfregando la figa bagnata sulle mie labbra mentre io, con le ultime forze, affondavo la lingua dentro di lei, cercando il suo punto più sensibile. La sentii irrigidirsi, le dita che mi afferravano i capelli diventavano artigli. Un paio di minuti prima di esplodere con un urlo strozzato. La sua figa pulsava contro la mia lingua mentre io continuavo a leccarla, bevendo ogni goccia del suo nettare.

Si accasciò su di me, il suo respiro affannoso mi scaldava il petto mentre io le accarezzavo i fianchi sudati. "Sei... meno incapace... di quanto pensassi," sussurrò, le sue parole erano frammentate dal fiato corto. Sentii la sua mano scendere di nuovo tra le mie cosce, afferrare il mio cazzo già di nuovo semiduro, e strofinare il glande contro la sua fica ancora umida, tremante e affamata.

All'improvviso il cellulare di Matilde, che stava sul comodino, suonò con un trillo metallico che ci fece sobbalzare. Mia cugina si irrigidì sopra di me e la mano che ancora mi stringeva l'asta si fermò di colpo. "Cazzo!" sbottò, afferrando il telefono con l'altra mano. Sullo schermo era apparsa la scritta: "MAMMA". "Pronto?" ansimò lei cercando di controllare il fiato ed il timbro della voce. Il suo corpo, ancora caldo, si muoveva impercettibilmente sopra il mio ed io mi mordevo un labbro per non gemere.

"Ah... sì, sta meglio," mentì, i suoi occhi scuri che mi fissavano mentre la voce della zia Antonella risuonava dall'altoparlante. "Sì, la febbre è scesa... No, non ha vomitato più." Sentii la sua mano che mi lasciò andare e afferrò le lenzuola per coprirci in fretta ed il suo seno che sfiorò il mio torace mentre si spostava. "Sì, state tornando? Bene... No, no, tutto tranquillo quì." La sua voce era stranamente calma, ma le sue pupille erano dilatate e il suo respiro ancora affannoso.

Lei saltò giù dal letto con agilità, riagganciò il suo capiente reggiseno coprendo i seni ancora rossi e sporchi di sperma e raccolse la felpa dal pavimento infilandosela con un gesto rapido. "Presto, mettiamo un pò d'ordine, tra poco arrivano!" mi ordinò preoccupata. Io mi rimisi il pigiama con le mani tremanti, mentre lei si sistemava i capelli cercando di nascondere i segni della nostra mezz'ora di follia.