Lo zainetto mi scivolò di mano quando tentai di infilare la chiave nella serratura del portone d'ingresso con gesti impacciati. Il mal di testa che avevo ignorato durante l'ultima ora di scuola mi martellava dietro gli occhi, e la luce del giorno mi faceva socchiudere le palpebre, quasi fossi rimasto immerso nell'oscurità per giorni.
Non appena mi vide, la mamma mi misurò la temperatura e, accertata la febbre, mi diede una compressa di Tachipirina da mandare giù con un bicchiere d'acqua. Non feci in tempo a sentirne gli effetti perché la pastiglia, assieme alla pasta al burro che avevo appena mangiato, finì dritta nel lavandino a causa di un violento conato di vomito.
Comprensibilmente preoccupata, mia madre mi suggerì di andare a letto per riposare. Seguii il suo consiglio rifugiandomi sotto alle coperte, desiderando che la febbre mi concedesse una tregua i miei occhi si chiudevano lentamente. Tuttavia, il mio sonno fu presto interrotto da un suono inatteso: quello del campanello di casa. Infastidito mi chiesi chi poteva essere a quell'ora che veniva a rompere le palle.
La risposta arrivò subito: “Ciao, ci sei?” L'inconfondibile voce della zia Antonella, la sorella di mia mamma, squillò all'ingresso. Era una donna dal carattere esuberante, impossibile da ignorare. “Sei sempre chiusa in casa? Dai che andiamo a prenderci un caffè” esclamò. Per giunta si era portata dietro anche la figlia: mia cugina Matilde, un'altra “simpaticona” che, forte dei suoi tre anni in più, si sentiva in diritto di snobbarmi considerandomi alla stregua di un "moccioso immaturo", parole sue.
A volte mi ritrovavo a riflettere e pensavo "fosse almeno bella, che se la tira così tanto".
In effetti Matilde non rientrava nei canoni di bellezza tradizionali, tutt'altro. Il suo naso pronunciato dominava un viso largo e con la pelle lucida. Su di esso poggiavano un paio di occhiali con lenti grandi che certo non le aggiungevano fascino. I capelli erano folti, ma disordinati e privi di un taglio alla moda e le sopracciglia apparivano marcate. Il suo fisico era robusto, anche se sodo. Non aveva nulla di attraente se non un bel paio di tette che non sapeva, o non voleva, valorizzare indossando le solite felpe larghe.
Sentendo le loro voci, mi rannicchiai ancora di più sotto le coperte, nella speranza di diventare invisibile. La zia Antonella, compreso che mia mamma non poteva uscire perché ero a letto con la febbre, non perse tempo a prendere in mano la situazione. Con il suo tono da altoparlante esclamò: "Ma su, smettiamola con queste esagerazioni! Una Tachipirina e passa tutto!" Mia madre tentava di calmare la sua esuberanza: "Non è così semplice, ha già vomitato una compressa..." Ma, come al solito, la zia aveva già preso una decisione: "Allora una supposta, ne hai in casa?"
Percepii un brivido freddo lungo la schiena quando udii mia mamma rispondere: “Forse, ma devo cercarle nel mobiletto in bagno”. Pregai che non trovassero nulla. Ma la mia sorte era segnata. “Eccole!” esclamò la zia con quel tono trionfale che mi faceva venire i brividi. Ce n'erano ancora un paio in una scatoletta non ancora scaduta. “Lascia fare a me, fidati! disse alla mamma e per essere più convincente aggiunse "Le ho sempre messe a Matilde quando era piccola ed ho fatto una certa esperienza!”
La porta della mia camera si spalancò all'improvviso, la mamma entrò per prima, seguita dalla zia che sfoggiava un'espressione sul viso capace di mettermi a disagio. Matilde, invece, rimase ferma sulla soglia, incrociando le braccia e limitandosi a guardarmi in silenzio con quel solito sguardo pieno di superiorità che mi faceva sentire insignificante.
La zia Antonella, con un sorrisino sicuro di sé, si avvicinò al letto e, senza troppi preamboli, tirò via le coperte con un gesto deciso. "Dai, Daniele, non fare storie," disse mentre premeva sul tubetto della vaselina facendone uscire una piccola striscia sul polpastrello del dito medio. "Voltati e abbassa il pigiama, dai che è una sciocchezza." Sentii il sangue gelarmi nelle vene mentre la sua voce assumeva quel tono autoritario che non lasciava spazio a repliche.
Rassegnato, mi voltai, mettendomi steso sulla pancia Abbassai lentamente il pantalone del pigiama fino a metà coscia, esponendo il mio sedere nudo alle tre donne. Per l'imbarazzo le guance mi bruciavano più della febbre stessa mentre Matilde, dall’angolo della stanza, cambiò espressione da annoiata a incuriosita. Ora mi fissava con i suoi occhi scuri. La zia, intanto, con una mano mi separò le natiche mentre con l’altra applicava la vaselina sulla corona dell'ano con un movimento circolare e insistente del dito medio. Non era una semplice lubrificazione: era una pressione deliberata, quasi un massaggio.
La stimolazione dell'ano mi fece contrarre i muscoli pelvici e, senza volerlo, sentii il mio pisello iniziare a gonfiarsi tra le cosce. Quando il suo dito mi penetrò, le mie gambe ebbero un sussulto involontario. Una corrente elettrica mi attraversò la schiena, facendomi irrigidire tutto mentre il mio giovane cazzo completava l'erezione. Lo sentii sfregarsi contro il tessuto del lenzuolo, diventando sempre più duro e sensibile, e quando la zia inserì la prima falange del dito medio dentro il mio sfintere, un gemito mi sfuggì dalle labbra, troppo acuto per essere solo dolore, troppo strozzato per essere solo vergogna.
Per inserirmi la supposta la zia mi fece cambiare posizione "mettiti steso sul fianco sinistro e piega la gamba destra". In questo modo il mio pene era allo scoperto diventando visibile agli occhi di Matilde.
Con il cuore che mi batteva forte la osservai notando che le sue pupille si erano dilatate dietro alle lenti degli occhiali. Anche lei era diventata rossa in volto ed osservava la mia rigida asta, che spuntava dal cespuglio di peluria ancora rada, con la bocca socchiusa. Il mio respiro si era fatto più affannoso mentre la zia mi spingeva la supposta dentro il mio ano con un movimento deciso.
"Ecco fatto" mi disse compiaciuta la zia "Ora stringi forte e non muoverti subito altrimenti rischi di spingerla fuori..." poi aggiunse "ora possiamo andare e bere questo caffè".
"Mamma" le disse Matilde a bassa voce "io non ho voglia di uscire, ho pensato di attendere il vostro ritorno facendo compagnia a Daniele". La zia Antonella la guardò perplessa, ma mia madre approvò con un cenno del capo "Meglio così" disse e accarezzandomi il capo aggiunse "Se hai bisogno di qualcosa chiedi a tua cugina".
La zia si lavò le mani e poi uscì in compagnia della mamma, lasciandoci soli, io e Matilde.
Rimasi immobile sul fianco mentre il gel della supposta si scioglieva dentro di me. Il mio pisello, ancora duro, pulsava sotto le coperte. Sentii il materasso affondare quando Matilde si sedette al mio fianco, sul bordo del letto. "Tutto bene? La supposta è ancora dentro?" sussurrò con una voce calda. "Vediamo...", la sua mano spostò le coperte e scivolò verso il fondo della mia schiena.
Le sue dita tremavano mentre sfioravano la corona dell'ano, ancora umida di vaselina. Il mio cuore accelerò quando la sentii stuzzicare l'ingresso del mio ano che rilasciai permettendole di farsi strada. Mia cugina sospirò mentre il suo dito scivolava dentro di me con facilità, aiutato dal lubrificante residuo. Il mio corpo rispose con un tremore involontario mentre il suo polpastrello premeva contro le sensibili pareti interne.
"La supposta è ancora lì?" chiesi con voce rotta, fingendo interesse per la medicina, mentre il suo respiro si faceva più pesante. Matilde non rispose subito. Invece, con un movimento lento, inserì un secondo dito accanto al primo, allargandomi dolcemente mentre io soffocavo un gemito. "Sì, è ancora dentro..." mormorò infine, ma il tono della sua voce era cambiato, più scuro, più gutturale, mentre le sue dita mi esploravano il retto con insistenza crescente.
Avevo sempre pensato che fosse fredda e distante, ma ora il suo corpo si incollava alla mia schiena ed il suo seno pesante, attraverso la felpa, premeva contro le mie scapole. Avvertii un forte brivido quando la punta della sua lingua mi stuzzicò il lobo dell'orecchio al ritmo delle dita che si muovevano dentro di me. "Ti piace così, Dani?" mi sussurrò, e io potei solo annuire, incapace di parlare mentre lei trovava quel punto segreto che mi fece inarcare la schiena come un gatto.
