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Una proposta indecente
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Racconto29 min di lettura

Una proposta indecente

Un albergo in Versilia, un incontro di sguardi con due uomini ed il desiderio di lasciarmi andare

Anna
8 mesi fa · 1.3k letture · 1

Non è una presa.È una presenza.

Non mi irrigidisco, non mi sposto. Non faccio nulla che possa sembrare un consenso esplicito, ma nemmeno un rifiuto. Il mio corpo resta esattamente com’era, come se quel gesto fosse stato previsto, assorbito, incluso. È il mio modo. Quando ho già deciso, non ho bisogno di segnali inutili.

Sento il calore della mano attraverso il lino. La pressione è quasi inesistente, ma la posizione è chiara. Sa dove si trova. Il secondo uomo non interviene, ma percepisco il suo sguardo spostarsi, farsi più attento, più concentrato su quel punto preciso del mio corpo.

Io respiro. Lentamente.

Il perizoma sotto l’abito è una certezza tranquilla, un dettaglio che mi rende ancora più presente a me stessa. Il lino si muove appena quando inspiro, quando espiro. La mano resta lì, ferma, composta. Non chiede. Non insiste.

Non ho bisogno di voltarmi. Non ho bisogno di dire nulla.

La mia assenza di reazione non è indecisione. È accettazione consapevole. Un lasciar fare che non nasce dalla passività, ma dalla scelta già compiuta di concedere il mio corpo a quegli uomini.

L’ascensore sale. I numeri scorrono lenti. Ogni piano è un passaggio, non un ostacolo. Sento il profumo di entrambi più vicino adesso, mescolato al mio, alla pelle ancora lucida, al calore che si raccoglie basso.

Quando l’ascensore rallenta, la mano è ancora lì. E io sono esattamente dove voglio essere.

Il corridoio è lungo e silenzioso, coperto da una moquette che inghiotte i passi. Camminiamo senza parlare. Io al centro, ancora. È diventata una posizione naturale, come se i nostri corpi avessero già trovato una geometria comune.

La luce è bassa, calda. Scorre sulle pareti e poi su di me. Sento gli sguardi alle mie spalle mentre cammino. Il lino rosso accompagna il movimento dei fianchi, non lo amplifica, lo segue. I sandali fanno un suono lieve, regolare. Non c’è fretta. Nessuno accelera.

Arriviamo davanti alla porta. Uno dei due apre. Il gesto è semplice, sicuro. La porta si chiude alle nostre spalle con un clic morbido che sembra isolare il mondo esterno in modo definitivo.

La camera è ampia, ordinata. Profuma di pulito e di qualcosa di neutro, pronto a essere contaminato. Il divano è lì, esattamente dove me lo aspettavo, come se fosse stato scelto prima ancora che io lo desiderassi.

Entro per prima.

Non mi guardo intorno subito. So già che mi stanno guardando loro. Mi tolgo i sandali con calma, li lascio vicino all’ingresso. Il contatto dei piedi nudi sul pavimento mi riporta al corpo, alla pelle ancora lucida, sensibile.

Mi siedo sul divano insieme a uno di loro. Non ci tocchiamo. Non ancora. Ma la distanza è calcolata. Vicini quanto basta perché il calore si percepisca. Il lino si solleva leggermente mentre mi accomodo. Senza pensarci troppo, sistemo la posizione: una gamba si piega, l’altra resta più distesa.Le gambe si scoprono di più.La pelle abbronzata riflette la luce soffusa. Il doposole le rende lisce, lucide, quasi luminose.

So che le stanno guardando.E non faccio nulla per impedirlo.

L’altro uomo va verso il minibar. Lo sento alle mie spalle. Il suono del vetro, una bottiglia che viene presa, poi un’altra. I cubetti di ghiaccio tintinnano piano. È un rumore domestico, intimo, che rende la scena ancora più reale.Quando torna, si siede anche lui. Il divano accoglie tutti e tre. Ora lo spazio è pieno.

Io mi appoggio allo schienale, rilassata. Il busto si apre appena, il seno segue la gravità sotto il lino. Le gambe restano come le ho messe, esposte, non ostentate e disponibili allo sguardo.

Sento il silenzio crescere di nuovo.

Bevo un sorso dal bicchiere che mi viene passato. Le labbra restano umide un istante di più. Sorrido piano. Le fossette tornano. È un sorriso contenuto, consapevole. Di quelli che non promettono nulla perché sanno di non doverlo fare.

Sono seduta tra due uomini che desidero. E il mio corpo lo sa da come sta fermo, aperto, tranquillo. La stanza sembra trattenere il respiro insieme a noi.

Mi sposto appena sul divano. Non è un gesto studiato, ma preciso. Avanzo di qualche centimetro, quanto basta perché il corpo cambi assetto. La schiena si inclina in avanti, le spalle si rilassano. Le gambe seguono il movimento. Una si piega, l’altra si distende di più.Il lino rosso sale impercettibilmente. Non scivola, rivela.

Sento l’aria toccarmi le cosce. La pelle è ancora lucida, tesa, calda. So che la vedono. Entrambi. Il silenzio che segue il mio movimento è diverso: non è più attesa, è riconoscimento.

"Qui si sta decisamente meglio…" La frase mi esce bassa, tranquilla e calda. Non guardo nessuno dei due mentre la pronuncio. È una constatazione, non un invito. Ma il mio corpo ha già fatto la parte più chiara del discorso.

Appoggio il braccio sullo schienale del divano, dietro di lui. Non lo tocco. Ma lo includo. Lo spazio si chiude.

La mano arriva senza fretta. Prima è solo una presenza vicino alla mia gamba, un calore che si avvicina. Poi il contatto. Aperto. Sicuro. La mano si posa sulla coscia, non stringe, non preme. È larga, ferma.

Io non reagisco subito. Non trattengo il respiro né lo accentuo. Lascio che il corpo assorba il gesto come qualcosa che era già previsto.

La mano comincia a salire lentamente. Non in linea retta. Segue la curva naturale della coscia, la pelle liscia, ancora profumata. Sale di pochi centimetri, poi si ferma. Riprende. Si ferma di nuovo. Ogni pausa è una domanda a cui non ho bisogno di rispondere.

Il mio corpo parla per me.

Non chiudo le gambe. Non mi scosto. Anzi, senza pensarci, lascio che la coscia si apra appena di più. È un aggiustamento minimo, quasi funzionale. Ma è sufficiente affinché la mano continui a riprendere il suo percorso.

Sento lo sguardo dell’altro uomo addosso, più intenso ora. Non interviene. Osserva e registra. Il mio corpo è al centro di entrambi, e per la prima volta lo sento chiaramente.

Quando la mano arriva più in alto, dove il lino si tende di più, il gesto rallenta ancora. Non osa oltre. Non serve. Il contatto è già completo.

Io inclino appena il capo. Le labbra si socchiudono. Un sorriso leggero, contenuto. Le fossette tornano, appena accennate.Non dico nulla.

Non ce n’è bisogno.

La mano resta lì, alta sulla coscia.Non avanza oltre, ma non arretra. È una sospensione carica, deliberata. Sento il pollice muoversi appena, come se stesse prendendo confidenza con la pelle, con la temperatura, con la risposta silenziosa del mio corpo.

Io mi rilasso di più.È una resa che non cede, un abbandono lucido. La schiena si appoggia meglio allo schienale, il petto si apre. Il lino si tende sul seno, poi cede appena quando espiro. L’aria della stanza sembra più calda, più lenta.

L’altro uomo si avvicina.Non di colpo. Si inclina verso di me, abbastanza da entrare nel mio spazio. Lo sento dal profumo che cambia intensità, dalla sua presenza che si fa più concreta sul lato opposto del mio corpo. Una mano mi sfiora il braccio, prima distrattamente, poi con più decisione. Non stringe. Verifica.

Sono tra loro fisicamente.

La mano sulla coscia riprende a salire di un altro centimetro. Poi un altro ancora. Il gesto è lento, controllato, come se stesse ascoltando ogni minima reazione. Io non trattengo nulla. Le gambe restano aperte quanto basta perché il movimento sia naturale, inevitabile.

Sento il secondo uomo chinarsi leggermente. La sua voce è vicina all’orecchio, ma non dice nulla. Il respiro basta. Scorre caldo, misurato, e mi attraversa la pelle del collo, la mandibola, la clavicola.Inclino il capo senza pensarci. Non verso di lui. Per lui.

Una mano mi scivola sulla schiena. Sale, si ferma tra le scapole. Non mi spinge avanti. Non serve. Il mio corpo ha già trovato la direzione.

Il silenzio è totale adesso.Nessuna parola. Solo il rumore lieve dei nostri respiri che non cercano più di essere regolari.

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