Trasparenze termali

Anna
12 hours ago

Respiro. Ancora prima di arrivare, respiro.

Il viaggio verso Costanza dura diverse ore di auto. I chilometri scorrono come pensieri che non hanno bisogno di essere afferrati. Lui guida. Io mi lascio portare. Il rumore dell’asfalto è regolare, quasi un mantra. Ogni tanto la sua mano si avvicina alla mia, senza toccarla davvero. Questo spazio vuoto tra le dita è già pieno.

Ho cinquantun anni. E il mio corpo lo sa. Sono diventata un'altra persona soltanto da tre anni e in me quindi c'è ancora quella curiosità giovanile per proseguire nelle esperienze e per conoscere le mie reazioni.

Il mio corpo lo sa nel modo in cui risponde al calore immaginato, nel modo in cui anticipa. Non corre, ma aspetta, come se avesse imparato che il desiderio più profondo non ha fretta.

Il lago di Costanza ci accoglie immobile. È una superficie liscia, compatta, che riflette tutto e non trattiene nulla. L’aria è fredda. Le terme sono lì, solide, silenziose, come un tempio costruito per il corpo.

A Costanza le terme sono divise in tre settori: terme tradizionali, parco giochi per bambini e famiglie e terme per nudisti.

Nello spogliatoio il tempo rallenta ancora. Ogni gesto diventa più consapevole. Prendo il micro bikini bianco. Volevo iniziare indossando qualcosa ma al tempo stesso non rendermi ridicola con un costume intero. È leggero. Troppo leggero. Quando lo indosso, la pelle sotto di lui sembra svegliarsi. Mi guardo allo specchio. Non giudico. Registro. Il bianco non nasconde, suggerisce. È già una promessa.

Entro nell’ala nudista. E sento. Sento prima di capire. Gli sguardi arrivano come un soffio caldo sulla pelle fredda. Non mi colpiscono, mi avvolgono. Non mi spingono, mi attraversano lentamente. Corpi ovunque. Nessuno si nasconde. Nessuno si espone troppo. Tutti sono semplicemente lì.

Scendo nella prima vasca.L’acqua mi prende.

Sale lungo le caviglie, i polpacci, le ginocchia. Ogni centimetro di pelle reagisce. Quando arriva ai fianchi, il respiro cambia. Quando arriva al ventre, si approfondisce. Il bikini bianco si impregna subito. Diventa più pesante, più aderente. Si scioglie sul corpo come se volesse fondersi con me.

Resto lì. Immobile. Poi mi muovo appena.

Quando esco dalla vasca, l’aria colpisce il tessuto bagnato. Il bianco non è più bianco. È luce sottile. Trasparenza. Sento il peso degli sguardi fermarsi, un istante in più. Non mi copro. Non accelero. Lascio che il corpo faccia quello che sa fare: stare.

Cammino con il micro bikini bagnato, sento gli sguardi, registro le reazioni. Il mio istinto sarebbe quello di lasciarmi andare completamente, di farmi attraversare senza filtri. È quello che so fare meglio.

Questo mi fa tremare dentro.

L’acqua gocciola lungo le cosce, segue linee precise, familiari. Ogni passo è lento. Ogni respiro è pieno. Passo da una vasca all’altra. Il calore cambia, mi attraversa in modi diversi. Minerali. Vapore. Pelle che si apre.

Inizio a guardare anch’io. Senza cercare. Senza scegliere.

Una schiena che si inclina.Una spalla che si rilassa.Un collo che si tende sotto il vapore.

Tutto è ritmo. Tutto è presenza.

Il bikini ormai è inutile. È un’idea stanca. Lo sento addosso come un ricordo che non mi serve più. Torno nello spogliatoio. Lo sfilo lentamente. Il contatto tra tessuto e pelle è l’ultimo saluto. Resto nuda. L’aria mi avvolge.

Quando rientro così, senza nulla, succede qualcosa di sottile. Un cambio di frequenza. Il corpo vibra più piano, ma più a fondo. Gli sguardi non si fermano di più. Si posano meglio.

Io, di solito, quando provo certe sensazioni mentali e fisiche mi abbandono. Potrei appoggiarmi ad un muretto basso tra una vasca e l'altra e aprire leggermente le gambe. Ne sarei capace anche in un ambiente misurato come quello.

In quel momento invece sono in controllo di me stessa. Non la vivo come una perdita, ma come una forma di fiducia primaria. Nel corpo, nelle sensazioni, negli altri. Ho sempre lasciato che le cose accadessero, che il desiderio mi attraversasse senza troppe domande, che il piacere fosse un territorio da esplorare senza mappe. Pensavo che fosse libertà.

Qui, invece, qualcosa cambia.

Non perché mi trattenga per paura, ma perché scelgo.

Questa è la differenza che mi sorprende. Per la prima volta sento che il controllo non è una resistenza all’abbandono, ma una sua forma più raffinata. Il corpo resta aperto, ricettivo, sensibile. È la mente che si posa, che osserva, che decide di non disperdersi.

Quando noto le reazioni degli uomini — quei segnali evidenti, incontrollabili — una parte di me vorrebbe sciogliersi subito in quella risposta, come ho fatto tante volte nella vita. Ma un’altra parte, nuova, resta lucida. Presente. Non spegne nulla. Tiene.

È come se stessi imparando che posso abitare l'abbandono.

Lui, accanto a me, è la conferma silenziosa di questa scoperta. Sa che sono capace di lasciarmi andare. Sa che è nella mia natura. E proprio per questo il suo non intervenire, il suo lasciarmi spazio, diventa uno specchio potente: non mi sto trattenendo per gli altri. Mi sto contenendo per me.

Nella sauna, mentre il corpo suda e vibra, sento chiaramente la differenza. Il corpo è completamente abbandonato alle sensazioni: calore, respiro, pelle. So di essere osservata, e non mi importa da chi.

Posso scegliere di non agire senza reprimere il desiderio.

E questo controllo alimenta l'abbandono della mente, lo rende più profondo, più vasto, più libero.

Quando esco all’aria fresca, nuda, sento che non ho perso nulla della mia natura. L’abbandono è ancora lì. Ma ora ho una direzione interna.

Non è più solo il corpo che si lascia andare. È la mente che smette di dover inseguire.

E so che questa è la vera trasformazione del weekend. Non ciò che è stato visto. Non ciò che è stato desiderato.

È il corpo che finalmente non deve dimostrare nulla.È il desiderio che non chiede di essere risolto.

La sera arriva senza rumore. In albergo il silenzio è pieno, denso, come l’acqua termale. So che lui sarebbe pronto a condividermi, se lo volessi. E so che io potrei scegliere. O non scegliere affatto.

Rientrammo in camera dopo la cena al ristorante dell'albergo. Avevamo parlato poco soprattutto perche non riuscivo a rendere a parole ciò che avevo imparato quel giorno. Dovevo ancora catalogare ogni sensazione, ripercorrere con la mente ogni emozione.

Il mio corpo, tuttavia, non mentiva per ciò che aveva vissuto e per essere stato osservato da perfetti sconosciuti.

I capezzoli turgidi sotto il vestito di cotone erano li a dimostrarlo e lo sguardo di lui lo comprendeva.

Tornati in camera andai in bagno e quando ritornai con assoluta naturalezza mi misi sopra di lui a letto nuda perche avevo necessità di lavare via quanto avevo vissuto e soprattutto avevo necessità di ritornare alla sauna la mattina successiva senza quella innata voglia di maschio che altrimenti mi avrebbe portata a chiudere gli occhi e ad accettare l'inevitabile.

Ci bastammo senza la presenza di altri. Mi diede ciò di cui avevo bisogno e gli diedi oltre al mio corpo tutto il non detto di quella strana e straordinaria giornata.